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IL PASSAGGIO DI ENEA.
I CLASSICI GRECI E LATINI NELLA POESIA CONTEMPORANEA

Seminario di Firenze, Syracuse University, 10 aprile 2002 e Arezzo, Facoltà di Lettere e Filosofia, 11 aprile 2002
di Francesco Stella

"Semicerchio" è stato fondato, nel 1985, proprio come strumento per lo studio e la riscrittura creativa di testi legati fra loro da una continuità tematica che quasi sempre risale a modelli classici o tardoantichi: la creazione di Eva dai poeti biblici latini a Ted Hughes, la metafora del volo come figura della poesia da Bacchilide in poi, la poetica del Sacrificio da Antigone a Cardenal, e così via per 18 anni e 25 volumi. Eppure è questo il primo dedicato espressamente alla presenza dei classici, intesi come scrittori dell’antichità greca e latina, nella poesia contemporanea. È cioè questo il primo numero che assume a tema l’orizzonte metodologico che ha ispirato il nucleo originario della rivista.
Dal rinnovamento delle piste di Curtius e Auerbach lungo la storia di un motivo, di un’immagine o di uno stile, si è gradualmente allargato lo sguardo al mondo e alle culture extraeuropee che non rientravano nel raggio d’interesse di quei modelli, pur cercando nei limiti del possibile di mantenerci fedeli al rigore testuale che ci accomunava alle origini. Per questo oggi un numero sui classici assume un significato diverso da quello che avrebbe avuto diciotto anni fa. Oggi per una rivista di poesia comparata la letteratura classica, che per secoli è stata la radice culturale dell’Occidente, il programma unico di una scuola dominata dal paradigma umanistico, è solo uno dei tanti giacimenti culturali della storia umana. Ci si è resi ormai conto che la cultura classica non può più rappresentare un modello assoluto di realizzazione artistica e letteraria: pur nella convinzione che l’Atene di Pericle e la Roma di Augusto rappresentino due vertici della civiltà letteraria, la scuola e la società si stanno inevitabilmente liberando dall’esclusivismo eurocentrico e, sotto la costrizione delle quote demografiche, cominciano ad assorbire elementi importanti di altri universi espressivi.
Eppure, o proprio per questo, il dibattito sulla modernità dei classici, sulla necessità di salvarli e di recuperarli torna periodicamente ad occupare la scena. Nel ’94 Vincenzo Guarracino ne offrì una soluzione creativa, pubblicando due splendidi volumi di poeti latini, dal Carmen Saliare agli Aenigmata Laureshamensia, tradotti da scrittori italiani, con risultati diseguali ma punte di insostituibile vivacità. Più recentemente la partecipazione corale a questa preoccupazione si è riflessa in Italia nella miscellanea Di fronte ai classici, curata nel 2002 per la BUR da Ivano Dionigi, dove intellettuali come Cacciari, Canfora, Carena, Ceserani, Eco, Pontiggia, Ravasi, Sanguineti, Starobinski e Traina espongono le loro motivazioni alla necessità di non marginalizzare lo studio dei classici, di evitare che i classici vengano esiliati "prima dalla scuola, poi dall’università, infine dalla coscienza dell’intera nazione".
I termini della discussione si concentrano dunque sull’Italia, e questo elemento comporta da solo una serie rilevante di conseguenze, che appaiono perfettamente legittime nell’ottica del volume ma che non sempre possono essere condivise in prospettiva comparatistica. All’interno dei propri presupposti, molte delle argomentazioni presentate sono assolutamente plausibili: accanto a superficiali leggerezze come &quote;è classico tutto ciò che sopravvive a un medioevo&quote; (p. 211) si trovano infatti in questo forum contributi veramente stimolanti, come quelli di Vegetti e Santagata, nei quali emerge una coscienza acuta della contingenza che ha portato le scuole europee a far lavorare generazioni di studenti su Cornelio Nepote ed Eutropio come se fossero grandi scrittori, e della ideologia aristocratica che si nascondeva dietro l’assolutizzazione di «classici» come riferimento automatico dell’eccellenza al passato, così come – aggiungiamo – si sta facendo strada una consapevolezza del pregiudizio confessionale e insieme antireligioso che ci ha impedito per secoli di apprezzare i capolavori medievali di Abelardo o di Walter Map. Ma gli interventi del volume di Dionigi suggeriscono anche che lo studio dell’antichità si contrappone ontologicamente – in un paese di cultura occidentale, aggiungiamo – alla tendenza dominante verso la riduzione della realtà al solo presente, alla moda corrente, alla necessità dell’immediato, all’idea di scuola come luogo di formazione del futuro lavoratore e non del futuro cittadino. In qualsiasi paese europeo o americano queste argomentazioni conservano una loro nobiltà e possono essere accettate ancora come decisive.
Il punto è questo: anche dopo aver abbandonato i pregiudizi antimoderni, le proiezioni nostalgiche e le rigidezze del canone letterario ancora così scolasticamente schiacciato sul versante euroamericano, per qualsiasi cittadino dell’Occidente resta comunque impossibile pensare la propria identità culturale prescindendo dai classici greci e latini. Per quanto si scelga di rimodulare la propria formazione in base a criteri e selezioni nuove, di aprirla a destinatari provenienti da culture diverse, bastano l’aspetto delle nostre città, la coscienza delle radici delle lingue che parliamo, la decifrazione anche elementare del nostro codice letterario, scientifico, giuridico, politico e culturale in genere per metterci continuamente di fronte a tracce o riscritture o reimpieghi di elementi della classicità (in tutti i suoi strati, anche quelli post-giustinianei così oscurantisticamente disprezzati da Canfora e Sanguineti).
È il vecchio argomento degli antenati, giustamente ridimensionato da chi fa notare che si tratta di antenati imposti e non naturali, di mandanti di una linea fra tante possibili, una linea che furono gli umanisti a privilegiare e imporre alle scuole occidentali fino ai giorni in cui le università americane hanno cominciato a porre il problema di un canone più universale. Ma ciò non toglie che – anche indipendentemente dalla qualità delle opere – Sofocle e Platone, Orazio e Virgilio, Seneca e Apuleio siano nostri antenati (insieme ai parenti poveri come Alcuino e Boezio, Avicenna e Mosè Maimonide), e non c’è manipolazione genetica o snobismo culturale che ci liberi da questo passaporto. Fino al Novecento nessuna espressione letteraria contemporanea, in Occidente, resta immune da questa influenza, sia pure attraverso infinite mediazioni. Ma dopo il Novecento? Oggi, come osserva Marco Santagata, &quote;anche la lettura integrale in traduzione è sicuramente minoritaria rispetto alle trasposizioni, ai travestimenti, ai rifacimenti agli adattamenti e così via attraverso i quali assorbiamo i contenuti della cultura antica […]. Il rapporto indiretto con i testi prevale su quello diretto&quote;. Ma è proprio su questo che dobbiamo lavorare, è proprio questo che dimostra l’inesauribile vitalità di un codice che la modernità europea decise di adottare come DNA storico della cultura occidentale.
Accettato questo presupposto, il compito di una rivista di comparatistica è quello di non restringere l’analisi di questa presenza a fattore di identità nazionale: quello che abbiamo tentato, nell’ambito di una doppia tavola rotonda bilingue brillantemente coordinata da Alessandro Barchiesi alla Syracuse University di Firenze e alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Arezzo (Università di Siena), è stata un’estensione dello sguardo dai confini italiani alle tradizioni internazionali, e dalle tradizioni moderne alle propaggini contemporanee. Si tratta di campionature di rara versatilità, che richiedevano una profonda conoscenza del classico insieme a un forte interesse comparatistico, e perciò tanto più preziose: sondaggi di un’esplorazione che potrebbe essere infinita, e ci conferma il sospetto della produttività inestinguibile di un patrimonio sepolto ma attivo, riserva di codici generativi le cui tracce sono ormai talmente metamorfizzate da impedirci di riconoscerle. Se per la poesia italiana (o almeno buona parte di essa) presentiamo il contributo magistrale di Alessandro Fo, nella sua paziente e amorosa esplorazione dei marginalia di un paesaggio (s)conosciuto, per la letteratura angloamericana è Nicola Gardini che rintraccia elegantemente in Lowell una poetica dell’impero dipendente dal modello virgiliano, mentre per le culture post-coloniali Massimo Fusillo ricostruisce con straordinaria ampiezza di osservazione una storia delle interpretazioni teatrali delle Baccanti, l’enigmatico capolavoro di Euripide, e molto spazio dedica a quella di Wole Soyinka, che offre una reinterpretazione del mito dionisiaco ispirata alla tradizione yoruba, e giocata sulle affinità e le opposizioni con analoghi miti africani. Ai contributi si è aggiunto per una fortunata convergenza anche il bellissimo studio sull’Enea di Caproni, e di tutti, proposto da Maurizio Bettini, che indica l’"abuso" dei classici, l’appropriazione dei grandi testi da parte dei non addetti ai lavori come strumento legittimo, spesso come unica risorsa per la salvezza loro, e nostra.
Eppure, se si percorrono i molti nomi citati in queste campionature, raramente si incontra un poeta delle generazioni più recenti. E anche fra i più attestati, è difficile sfuggire alla sensazione che le influenze classiche non siano una matrice centrale nella loro poetica, una presenza costitutiva. Pare di trovarsi ogni volta di fronte a elementi decorativi, a richiami autoritativi o di repertorio, ad attivatori di nostalgie scolastiche, o professorali. L’impressione profonda è che, fuori dalla scuola e dal paesaggio monumentale, queste presenze agiscano ormai sotto traccia, che raramente emergano come incontro decisivo e riferimento vitale. Ci circondano, ci permeano, ammiccano da frammenti e citazioni, colori e proverbi, ma non ci parlano più direttamente, non ci colpiscono frontalmente. C’è una memoria delle cose che ci supera e ci attornia, ci lavora dentro. E in questa sedimentazione i classici hanno conquistato una loro indistruttibilità, di cui è importante rendersi conto e riconoscere i segni. Ma il trapianto della memoria culturale nelle nostre cellule sanguigne non è un dato genetico, è una riconquista selettiva. E questa riconquista, oggi, appare sempre più problematica.

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