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ASPETTO MEDITERRANEO DELLA POESIA MACEDONE
di Anastasija Gjurcinova

Ancona, marzo 2001

Da bambina passavo spesso le mie vacanze a Dubrovnik, sul ‘nostro’ mare, l’Adriatico. E il mio sguardo si fermava, spesso, sulla targa che indicava la linea del traghetto: Dubrovnik – Ancona. Lo scritto mi incuriosiva molto e Ancona nella mia immaginazione assumeva in sé tutto il fascino del lontano, dell’ignoto, che sembrava allora quasi irraggiungibile. Quello scritto provocava nella mia mente pensieri del tipo: che c’è dall’altra parte del mare? Chissà come è? Ora a Dubrovnik non ci vado più. Tuttavia, quest’incontro mi porta ad Ancona, sull’altra sponda dell’Adriatico, permettendomi, finalmente, di realizzare un vecchio sogno, o meglio – di attualizzare un piccolo mito della mia infanzia.
Che cosa è il Mediterraneo? Diciamolo con le parole di Braudel: «Non una cosa. Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre.» Pensando e ripensando, cercando di sistematizzare il mio proprio sapere sul Mediterraneo, basato sui testi di autori famosi, da Valéry a Braudel, da Matvejevic a Georges Duby, propongo di discutere un’immagine del Mediterraneo che si è imposta da sé in questo momento: la sua dualità, la sua ambiguità. Da una parte, il concetto del Mediterraneo è molto spesso visto come sinonimo di armonia, nel senso valéryano, un’immagine idealizzata del luogo della ‘libertà umana’, uno spazio ideale per comunicazioni permanenti fra diversi popoli, per un vero e proprio dialogo fra le culture. E dall’altra parte, ma altrettanto forte, si impone l’immagine del Mediterraneo come luogo della disarmonia, delle turbolenze, dei conflitti. Zona di gloriose migrazioni, di ibridazioni fra i popoli, ma anche di malintesi, di avversioni costanti e ripetute. La drammaticità dei conflitti diventa un modus vivendi nella storia dello spazio mediterraneo. Fino alla successiva soluzione, provvisoria e temporanea, del problema. Proprio per la predisposizione naturale delle culture mediterranee al meticcio, ai contatti e all’ibridazione, è cosí triste e difficile accettare la realtà dei continui conflitti armati e le lunghe rivalità e negazioni dell’Altro. Non è affatto allegra l’immagine del Mediterraneo oggi, scrive Matvejevic in un saggio recente, esso è diventato un insieme con molte contraddizioni e tanti scontri feroci, provocati dall’assenza di tolleranza etnica o religiosa. Si sono sempre di più allontanate l’una dall’altra le sponde del Nord e del Sud, quelle occidentali da quelle orientali. La caratteristica comune di tutte le sponde è sempre di più l’insoddisfazione, mentre la nostalgia diventa il sentimento principale nella letteratura e nelle arti dei paesi mediterranei. Sul Mediterraneo oggi regnano processi di separazione e di particolarizzazione, i crolli dei sistemi multietnici e le tendenze a cercare dappertutto entità ‘autoctone’. Il concetto di convivenza nelle comunità multiculturali si scioglie davanti ai nostri occhi. Esiste davvero il Mediterraneo, o è rimasto solo nella nostra immaginazione? È possibile evitare le divisioni «in ogni punto, da Oriente a Occidente », che vedeva anche il grande Leonardo?
Eppure, ci siamo ed esistiamo noi sul Mediterraneo; questo è il nostro spazio, il nostro destino. Ci siamo noi, con le nostre responsabilità di intellettuali ed artisti di proteggere l’eredità di questo terreno, con le sue luci e le sue ombre, con i suoi paradossi e le sue opportunità.
È in questo senso che io vedo anche l’appartenenza della Macedonia all’ambito mediterraneo. Nel corso dei grandi cambiamenti geopolitici è cambiata anche la posizione e l’accesso al mare per alcuni paesi di questo spazio. I macedoni sono, senz’altro, fra i popoli che hanno perduto questo vantaggio. Quando faceva parte dei grandi imperi, per esempio dell’impero romano, di quello bizantino o turco, la Macedonia si affacciava naturalmente anche ai mari del Mediterraneo. La sua vita economica e la circolazione delle merci si svolgeva esclusivamente nei porti di Salonicco e di Durazzo. Alcuni monasteri macedoni possedevano oliveti nei pressi di Valona, mentre la Chiesa di Ohrid teneva sotto la propria giurisdizione le chiese ortodosse in Sicilia e a Malta. Oggi, invece la Macedonia viene definita una «land-locked country», un paese chiuso nella terra. Soffre di claustrofobia, coltivando il culto del mare e delle grandi acque. Il Mediterraneo diventa sempre di più un mito, una nostalgia, un desiderio, uno stato onirico.
Comunque, io sostengo che la Macedonia e la sua cultura appartengono, in una maniera specifica e complessa, al bacino mediterraneo. E questa appartenenza si potrebbe giustificare dal punto di vista geografico, storico e culturale. Geograficamente, è necessario precisare se la nozione di ‘mediterraneo’ comprenda solo il mare e le sue sponde, oppure anche l’entroterra? Se è anche la terra, in quale profondità? Parlando di distanze, il confine meridionale della Macedonia è a soli 60 chilometri dal Mar Egeo. E dal confine occidentale, non saranno più di 150 fino all’Adriatico. Dalle cime delle più alte montagne macedoni, nelle giornate serene, si può benissimo vedere, da Jablanitsa, vicino a Struga, l’azzurro dell’Adriatico, e da Jakupitsa, al Sud, tutta la Baia di Salonicco. Nel Breviario mediterraneo c’è scritto: «In questi spazi, attraverso il fiume Vardar, arriva il respiro mediterraneo fino a Skopje, ed oltre. Il lago di Ohrid è come un’isola del Mediterraneo fra le montagne. Ohrid è il mare dei macedoni. Nella chiesa di S. Sofia, su tutti gli affreschi domina un insolito colore azzurro. E la valle di Pelagonia, quando il grano comincia ad ondeggiare, sembra un vero paesaggio marino.» E qui si possono aggiungere tanti altri segni che testimoniano la vicinanza del mare: fichi, vite, rosmarino, oleandri, gabbiani, locuste, lucertole, suoni e colori, brezze piene di sapori di sale e iodio. Il Mar mediterraneo, sostiene anche Matvejevic, è vicino ai macedoni; lo sentono, pur non standogli accanto: esso era stato loro impedito dai popoli attorno, più forti di loro. E qui torniamo alle ragioni storiche e alla complessità dell’appartenenza della Macedonia alla zona del ‘Mare Nostrum’. Considerata la sua storia, possiamo dire che la cultura macedone appartiene a diversi sistemi culturali, quasi tutti parte del complesso sistema mediterraneo. In una continua serie di successioni, attraverso un processo di metamorfosi e di palinsesti, stanno la cultura greca antica, quella romana, le culture orientali: bizantina e ottomana, fino alla cultura slava, o più precisamente, degli slavi del sud. E oggi, la Macedonia fa tutti gli sforzi di conservare il concetto del ‘multiculturalismo’, espresso fortemente nella convivenza delle diverse lingue, religioni e culture dei suoi abitanti. Cosí, il sistema culturale del Mediterraneo fa senza nessun dubbio parte della memoria collettiva di questo paese. La Macedonia è senz’altro un paese balcanico, portando con sé tutti i paradossi, tutte le ricchezze, ma anche tutto il peso che questa nozione provoca oggi nelle nostre menti. Ma i Balcani, non dimentichiamolo, sono prima di tutto una penisola, circondata da tre parti dal mare, il ‘nostro mare’, il Mediterraneo.
Passando al capo della letteratura, constatiamo che la poesia è il genere letterario nel quale esiste un rapporto più intenso degli autori macedoni con lo spirito e l’eredità del Mediterraneo. La poesia macedone contemporanea si sviluppa intensamente nella seconda metà del Novecento, dopo la codificazione della lingua letteraria, avvenuta nel 1945. Però, l’analisi dei suoi rapporti con altri ambienti culturali non ci riporta sempre e subito nel bacino mediterraneo. Facendo parte di una letteratura e di una cultura slava, anche la poesia macedone ha coltivato stretti legami con la tradizione e le tendenze delle altre culture slave, particolarmente della letteratura russa. Dopo la Seconda guerra mondiale, anche le ragioni ideologiche e politiche contribuirono alla continuazione di questi legami tradizionali. La svolta degli interessi degli scrittori macedoni avvenne verso la metà degli anni cinquanta, con l’intensificazione della comunicazione interletteraria anche con le culture occidentali. Il processo di ‘modernizzazione’ del discorso poetico si è svolto in continuo contatto soprattutto con la poesia francese e quella spagnola, applicando con un particolare successo i modelli della poetica surrealista.
Ma oltre a coltivare queste due tendenze iniziali, la ‘generazione’ poetica che esordí agli inizi degli anni sessanta effettuò, con molto successo, anche la comunicazione con le tradizioni e lo spirito mediterraneo. Questi autori hanno saputo mettere insieme le esperienze più importanti dei loro predecessori, creando una formula originale e una felice sintesi dei fenomeni soprannominati. Nei loro versi avvenne una straordinaria fusione dei modelli poetici della tradizione folclorica macedone e degli elementi conosciuti ed imparati dai movimenti avanguardisti europei. Lo stretto legame con la poesia popolare fu indispensabile per una letteratura che non aveva avuto un’evoluzione continua nel corso della sua storia. E la conquista dei modelli poetici delle avanguardie europee permise ai poeti macedoni di esprimere anche la propria sensibilità moderna, considerandosi parte dello sviluppo contemporaneo della poesia, in genere. Questa caratteristica della poesia macedone da parte della critica letteraria fu molto presto confrontata con simili modelli del sistema mediterraneo, particolarmente di provenienza spagnola.
Il noto procedimento poetico del Romancero gitano di Garcia Lorca, ma anche di altre opere dei poeti spagnoli, fu riconosciuto in numerosi esempi della poesia macedone. Eppure, detto con la terminologia della scienza comparatistica, nella maggior parte dei casi non si tratta di influssi concreti della poesia spagnola, ma piuttosto di analogie tipologiche, di un procedimento che era nato autonomamente nella poesia macedone, ma fu allo stesso modo scoperto, con grande entusiasmo, in Lorca e in altri poeti spagnoli.
Tutto questo permette di dire che la poesia macedone dopo gli anni sessanta inizia a coltivare un vero e proprio culto del Mediterraneo. Indirizzando il suo sguardo verso gli spazi mediterranei, i poeti macedoni superavano il senso del provincialismo, il senso della lunga e continua inferiorità balcanica. Il Mediterraneo nelle loro poesie assumeva cosí una funzione compensatoria, significando anche una liberazione da tanti pregiudizi. L’aspetto ‘mediterraneo’ della poesia macedone si può rintracciare ed illustrare in diversi modi. Essenzialmente, il Mediterraneo provoca la curiosità e l’immaginazione dei poeti macedoni in due dimensioni: nello spazio (allargare gli orizzonti) e nel tempo (scavare nel passato). 1. Lo spazio mediterraneo è presente in modo evidente in tutte le poesie che trattano i temi delle acque, dei diluvi, dei laghi e dei tramonti. Per il poeta Vlada Urosevic, autore di un ciclo di poesie intitolato Il mediterraneo, il contatto con questa Terra è come un ritorno al luogo natale, spazio una volta perduto e poi ritrovato. Perciò il sentimento principale della poesia macedone dedicata al mare è la nostalgia o il desiderio, considerate come insieme di due componenti: la speranza (nel senso di Bloch), e la memoria (di Adorno). Lo sguardo poetico incantato dal paesaggio, dai colori e dai suoni mediterranei non appare solo nelle poesie dedicate esplicitamente al Mare Nostrum. Troviamo una qualità particolare nei passi in cui il paesaggio marino si confonde con il paesaggio ‘continentale’ della Macedonia, creando ibridazioni del tipo: «Ora tutto il mare sappia di calendule», nel verso di Mateja Matevski, oppure nella poesia dal titolo Il contadino sul mare di Radovan Pavlovski. Un esempio singolare dell’intensità del rapporto fra il mare e la terra si trova nella poesia Mare di Mihail Rendzov:

Quante volte ci siamo
inseguiti con lui
Si levava
noi cadevamo
lui cadeva
noi lo alzavamo (...)

Perciò pare che tremoli sempre
una sua goccia
sul nostro nascosto
Deserto.

La matrice ‘mediterranea’ viene riconosciuta anche nelle immagini del caratteristico paesaggio macedone, ricco ed avaro nello stesso tempo, e nell’incanto dei poeti per questo paesaggio, con tutta la sua povertà e la sua intensità.
2. Il senso del passato e dei palinsesti di varie culture è altrettanto forte nella poesia macedone. Si dice che in Macedonia, come anche nei Balcani, i secoli non si susseguono, in una successione logica, ma convivono ed esistono parallelamente gli uni accanto agli altri. Tanti esempi della poesia contemporanea trattano temi e motivi delle grandi civiltà mediterranee: i miti ellenici, romani, cristiani, bizantini... Quest’intenso dialogo con il passato cerca di attualizzare una ricca potenzialità simbolica, un’eredità diventata ormai universale, ma proveniente proprio dallo spazio mediterraneo. In alcuni poeti macedoni la comunicazione con le antiche mitologie si svolge in un rapporto affermativo, sereno e incantevole, mentre in altri, come per esempio nell’opera di Bogomil Guzel, questo rapporto assume anche toni apocalittici. Nei versi di questo poeta non sono evitati neanche il male, i dolori, il sangue e la mala sorte di questa regione. «Il vento del Sud, scrive Guzel, porta con sé, inevitabilmente, la morte... ». Ma credo che l’importanza del procedimento poetico di questo autore stia nella sua capacità di includere la distanza, l’ironia e una specie di desacralizzazione nel trattamento dei grandi temi della mitologia classica. In una delle sue poesie leggiamo, come un rilievo:

Quanto siamo felici
di poter respirare liberamente
nel presente
dopo gli assalti del passato.

E per illustrare un modo specifico del riconoscimento delle radici mediterranee nelle tradizioni popolari in Macedonia, citiamo una poesia di Vlada Urosevic, dedicata a un santo locale, Sveti Trifun. Si tratta d’un santo protettore della vite e del vino, che si celebra il 14 febbraio, il giorno di S.Valentino in Occidente. Il poeta si rivolge al volto di questo santo, rappresentato negli affreschi della chiesa di Neresi, vicino a Skopje:

Hai visto tutto, hai toccato tutto, hai assaggiato tutto
hai passato un lungo viaggio
prima di raggiungerci
sei morto molte volte e molte volte sei nato [...]

Il tuo volto ha viaggiato a lungo
da Faium a Pompei
dai vasi greci fino a questa chiesa
ma non è mai invecchiato.

Hai visto tutto, hai toccato tutto, hai assaggiato tutto

non sei di queste parti, lo so
sei arrivato da lontano per continuare il tuo cammino
e ti sei fatto vivo solo in passaggio [...]

ci hai fatto un sorriso
con il tuo sguardo comprendente.
Quelli che tagliano la vite in febbraio
e bevono il vino dell’anno scorso
non sanno il tuo vero nome
ma continuano a celebrarti.

È inutile spiegare che, anche se non è stato nominato il nome di Dioniso, il poeta considera Sveti Trifun erede o fratello di questo famoso personaggio della mitologia greca. E un esempio simile dei legami complessi fra i popoli dei Balcani e del Mediterraneo, lo troviamo nei versi del poeta romeno Marin Sorescu. Contemplando gli affreschi macedoni, ricordando le sue radici latine, il poeta ha scritto:

Sto parlando con le pareti
senza un interprete.

Nella poesia e nell’arte i popoli del Mediterraneo sono, ovviamente, capaci di comunicare senza interpreti. Ma, gli interpreti e le traduzioni, d’altra parte, sono indispensabili per la comunicazione reale e viva in questa diversità infinita che è il Mediterraneo oggi. Tornando alle immagini dell’inizio di questo intervento, ripenso le due sponde di questo mare, l’Adriatico, cosí diverse, eppure parti d’un unico sistema acquatico. Analogamente vorrei che anche noi, con le nostre lingue e le nostre culture, potessimo continuare su quella stessa strada, diversi e insieme.


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