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VALERIO MAGRELLI, Nero sonetto solubile. Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire, Roma-Bari, Laterza, 2010, pp. 230, € 25,00.

 

Nero sonetto solubile è il suggestivo titolo dell’ultima fatica saggistica di Valerio Magrelli, volume nato per progressiva stratificazione di ricerche legate a un’unica idea-ossessione: la presenza, pervasiva e impalpabile (solubile, appunto, stando alla felice aggettivazione del poeta), del sonetto Recueillement di Charles Baudelaire nella letteratura francese del Novecento. Nel capitolo introduttivo, Magrelli si sofferma sui versi di Recueillement individuando in essi due fenomeni fondamentali, perlomeno in relazione alla fortuna successiva del testo: un rilevante processo di personificazione allegorica e il rapporto speculare, ma antitetico rispetto alle attese del lettore, che intercorre tra le figure della Douleur e del Plaisir. A partire da questi rilievi preliminari, il volume si snoda attraverso un percorso che incrocia alcuni tra i maggiori poeti e narratori d’Oltralpe, distribuiti secondo un criterio cronologico che, ci pare, autorizza a leggere Nero sonetto solubile anche come una sorta di storia, per episodi esemplari, del ‘baudelairismo’ nel Novecento francese; una storia che peraltro ha il pregio di unire a una raffinatissima e puntuale strumentazione critica una grande chiarezza espositiva. Particolarmente felici risultano, in questa prospettiva, i capitoli dedicati a Valéry, Michaux e Beckett, dove l’indagine sulla fascinazione per i versi di Recueillement diventa pretesto per una più ampia riflessione critica sulla natura delle poetiche dei tre autori. Anche negli altri capitoli Magrelli non di rado fuoriesce dal tema che si è assegnato per allargare il campo di indagine, indugiando spesso in considerazioni teoriche che offrono spunti di sicuro interesse: è il caso dei capitoli sugli esperimenti riproduttivo-interpretativi di Prévost, sul rapporto tra regola e invenzione in Perec e sul ruolo della punteggiatura nella tradizione francese, il cui esempio più recente è dato dalla maniacale interpunzione che caratterizza la scrittura di Michel Houellebecq. Solo apparentemente fuori cornice rispetto a questo quadro franco-centrico, risultano le pagine dedicate al russo Nabokov, tra le più riuscite del volume, con un interessante excursus sulla francofilia dell’autore di Lolita e una riflessione sul rapporto tra il vero nome della protagonista del romanzo (Dolores) e la personificazione allegorica della Douleur nel sonetto baudelairiano. Il limite del libro è invece da rintracciare nei passaggi dove la ‘gabbia’ tematica che l’autore si è imposto finisce per rivelarsi una contrainte, per dirla nei termini cari a Georges Perec, più restrittiva che stimolante: è il caso, ci pare, del capitolo su Colette o di quello dedicato a Queneau, nei quali il pretesto baudelairiano, piuttosto esile, invece di essere foriero di spunti finisce per ridurre eccessivamente lo spazio di manovra del saggista. Di contro, Magrelli scrive pagine particolarmente felici, e in certa misura magistrali, quando si esercita nell’analisi metrico-stilistica dei testi poetici: si veda a tal proposito il paragrafo sull’opera di transmetrizzazione di Recueillement compiuta da Prévost, con il passaggio dall’alessandrino all’ottosillabo e il conseguente devenir squelettique del testo. Merita poi di essere segnalata, perché compiutamente ‘magrelliana’, una tesi che il critico avanza nelle pagine della premessa attraverso una spia testuale fuggevolmente evocata (il termine greco pharmakon) e poi ripresa con maggiore ampiezza nel saggio finale Logiche di inclusione letteraria. L’idea è quella di interpretare la pratica dell’intertestualità alla luce di un paradigma che non risponda più soltanto allo schema edipico sofocleo-freudiano (e dunque, almeno latamente, psicanalitico), ma che accolga l’ipotesi di un modello estetico-cognitivo di tipo virologico, parassitologico (l’autore chiama in causa tra gli altri il nome di Gilles Deleuze, ma viene spontaneo pensare anche ad alcuni protagonisti del Novecento letterario, a partire almeno da William Burroughs). La citazione, e la riscrittura, non sarebbero dunque (o non sarebbero soltanto) esperienze di filiazione più o meno fedeli al loro archetipo, bensì fenomeni infettivi, episodi di un contagio che agisce intus et in cute, trasformando il lettore in profondità. In questa prospettiva i versi di Recueillement non sarebbero molto diversi da un misterioso agente patogeno che intervenga a modificare il patrimonio genetico non solo di un autore, ma di una comunità intellettuale se non addirittura di un intero popolo, come testimonia la capillare diffusione di questo testo anche al di fuori dei circuiti letterari (Magrelli cita il caso dell’attrice Marie Trintignant che, poco prima di essere uccisa dal compagno, inviò alla madre un sms con i primi versi di Recueillement). Difficile non vedere quanto queste riflessioni interessino Magrelli non solo in qualità di studioso, ma anche di poeta e prosatore la cui esperienza autoriale è fortemente segnata dal tema della malattia, e di quella particolare malattia che è il contagio dei testi e delle idee; in quest’ottica bisogna augurarsi che le tesi qui esposte vengano riprese e ampliate nei suoi futuri lavori, fornendo piste di sicuro interesse per gli esegeti della sua opera poetica. (Riccardo Donati)
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