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Franco Buffoni, Laico Alfabeto in salsa gay piccante. L’ordine del creato e le creature disordinate, Massa, Transeuropa, 2010, pp. 160, € 14,00.

«Perché tengo tanto a coniugare la riflessione sull’omosessualità a quelle sull’ateismo e sulla diffusione della cultura scientifica? Perché sono convinto che una vera e profonda accettazione dell’omosessualità nelle nostre società non possa che conseguire all’affrancamento dal retaggio biblico». Così Franco Buffoni alla lettera O, Ordine del Creato, del suo Laico alfabeto. Se è noto come l’alfa-beto sia, da sempre, simbolo stesso della possibilità di descrivere il ‘creato’, di proporne cioè una narrazione razionale e relazionale, ecco che Franco Buffoni costituisce per lemmi, in questa brillante e coltissima grammatologia della conoscenza, una nuova alfabetizzazione, una diversa ‘genealogia della morale’. Lo studioso e il poeta indossano le fulgide vesti del logoteta (per dirla con Barthes) intento a ricreare un ordine altro del discorso repressivo scaturito dalle culture abramitiche e dai loro protocolli di alterizzazione: si forma così, sotto gli occhi del lettore, un alfabeto laico.

Oggetto della volontà illuministica e decostruttiva dell’autore è non soltanto l’essenzialismo proprio del retaggio abramitico, ma quella «deformazione dei processi di conoscenza che la credenza produce» (dalla voce Ateo). Lettera dopo lettera, Buffoni separa concettualmente l’uso del termine Natura/nature da quello di nurture/nutrimento ambientale, secondo un’efficace polarizzazione filosofica usata nel mondo anglosassone. La parola Natura/nature, con la sua semiosi, induce a posizioni fondate su un preconcetto, atto a mantenere la marginalizzazione del 10 per cento dei cittadini ritenuti non conformi, per l’appunto ‘disordinati’. La volontà illuministica di Buffoni svela l’inganno con cui il retaggio abramitico rigetta il giuspositivismo e il relativismo giuridico in favore dell’obsoleto giusnaturalismo (lettera D, diritto naturale). Ma Buffoni va oltre il dato lugubremente cronachistico rintracciando come sia il monoteismo stesso, con la sua coda di polarizzazioni (Vero vs Falso) e di dicotomie infinite (Inferno/Paradiso, Dannazione/Salvezza) a reificare una pseudo-conoscenza, frutto di «un retaggio mitico, con la sua coda di credenze babbonatalistiche: ordine del creato, diritto naturale, disegno intelligente».

Sono proprio i protocolli descrittivi – all’interno dei quali il soggetto non conforme viene oggettualizzato e reso kristevianamente abietto – ad innescare il processo di pseudospeciazione, quella modalità di sotto-classificazione di alcuni gruppi di esseri umani che ha portato ai campi di sterminio. Mentre l’autore offre una riscrittura della morale e una sua attivazione dialogica all’interno della coscienza illuministica, ricostruisce anche il versante letterario della cultura omosessuale, disegnando così ‘inserti’ storici del movimento gay e lgbt. Né passa inosservato il côté autobiografico che Buffoni inserisce nel testo, in virtù del quale l’io autoriale produce l’esperienza omosessuale. Perspicua, a questo proposito, la voce G, Gender Theory, dove Buffoni alza forse uno dei suoi ‘lai’ (Laico alfabeto, come ‘Laibeto’, raccolta di alti lai) più robusti: «Ma ci rendiamo conto che – quando l’università italiana si deciderà ad aprire ai Gender Studies – dovremo riscrivere interi capitoli di storia della letteratura: da Pascoli a Palazzeschi a Montale, da Rebora a Gadda a Pavese...?». Di fatto, la cultura omosessuale è stata colpita proprio e soprattutto nella sua replicazione culturale, privando i ricercatori della possibilità stessa di compiere ricerche finanziate in aree considerate ‘troppo sensibili’ per quel ‘neutro eterosessuale’ a cui tanta accademia ancora indulge. Per questo, l’autore ribadisce con forza che «il concetto che occorre diffondere è quello dell’esistenza di una cultura omosessuale». Da intellettuale lucidissimo quale è, Buffoni sa bene infatti che non solo la conoscenza, ma la coscienza stessa, passa per i testi e si forma attraverso i testi, si tesse nelle narrazioni, nei mondi possibili, nelle simbologie del racconto. E sa bene che per cancellare il desiderio bisogna prima cancellare la possibilità stessa di trama, di sviluppo, di racconto: è noto, a questo proposito, come il ‘romanzo omosessuale’ abbia fatto per un secolo dell’unhappy end il Leitmotiv esistenziale, prima ancora che letterario, delle relazioni gay e lesbiche. Lo studioso, l’intellettuale, il poeta sottolinea dunque la necessità di trasmissione fra generazioni di omosessuali di quel ‘sapere’ che permette di ‘potere’.

Ma ciò che Buffoni offre al lettore non è solo un grido di incitamento per l’intera comunità lgbt («Noi oggi lottiamo anche perché un liceale possa innamorarsi del compagno di banco senza doversene vergognare»); è al tempo stesso, e in virtù di questo, un richiamo forte alla cultura laica e alle menti libere di questo paese. La volontà filosofica di questo libro risiede infatti nella produzione, in re, di nuove pratiche del dicibile, di smontaggio dei dispositivi di marginalizzazione e, al tempo stesso, di una chiara professione di coraggio. Per dirla con Buffoni, e con i suoi versi dedicati a Leopardi, sono queste le armi che abbiamo, «Per eccellenza armi illuministiche / Contro antropocentriche metafisiche».

(Eleonora Pinzuti)


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