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ALESSANDRO POLCRI, Luigi Pulci e la Chimera. Studi sull’allegoria nel Morgante, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2010, pp. XXVI-302, € 24.

 

Un copione, replicato quasi per inerzia dalla manualistica letteraria, pesa come un’ipoteca sulla biografia e l’attività letteraria di Luigi Pulci. In questo racconto il poeta figura quale rappresentante attardato di una cultura medievale sostanzialmente incapace di rinnovare il proprio repertorio epico se non nei termini dell’intrattenimento e della deformazione parodica. A sostenere in maniera decisiva questa immagine, si usa fare ampio ricorso alla drammatizzazione dei legami che il poeta intrattenne con la corte medicea. Che l’arte di Pulci fosse da ritenersi di retroguardia già all’epoca, è opinione che si vuole d’altronde confermata dallo stesso Lorenzo il Magnifico, il quale, una volta orientatosi verso gli orizzonti filosofici e letterari del neoplatonismo, alla distanza culturale sopravvenuta nei confronti dell’antico compagno di brigata avrebbe fatto corrispondere un sentimento di distacco personale, dipinto ora come caduta in disgrazia ora come rottura violenta. Distacco che avrebbe avuto come esito addirittura la cacciata da Firenze, motivata tanto dall’avversione dei nuovi consiglieri culturali quanto dalle scomode accuse di irreligiosità da questi fomentate. Viceversa, l’ostilità di Pulci per il nuovo clima intellettuale di corte giustificherebbe il giudizio di scarso impegno teoretico, spirituale e formale, secondo il quale l’irresistibile vena comica del Morgante non ammetterebbe percorsi di lettura elevati come quello allegorico.

Ora, il libro di Alessandro Polcri, tirando le fila della migliore critica pulciana e riconoscendo ampiamente il proprio debito nei confronti dei maestri Mario Martelli e Rossella Bessi, per quanto dichiari di voler soltanto «attenuare la perentorietà del punto di vista critico vulgato», procede invece, e con strumenti di diverso respiro, a un suo vero e proprio smantellamento, punto per punto. In una prima sezione biografica, rileggendo attentamente la scarsa documentazione esistente, soprattutto le lettere, lo studioso riesce innanzitutto a ridimensionare di molto l’ampiezza sia dello scontro con Marsilio Ficino e Matteo Franco, sia della rottura con Lorenzo, per il quale il poeta rimarrà sempre un fedele collaboratore, con incarichi anche molto delicati, quali le lunghe missioni diplomatiche condotte presso Roberto Sanseverino. In secondo luogo la presunta irreligiosità di Pulci viene radicalmente messa in discussione, sia adducendo testimonianze documentarie che vanno in direzione opposta (fra cui l’appartenenza alla Compagnia de’ Magi), sia considerando il fatto che, dei sonetti di parodia religiosa incriminati, il principale pare ora certo sia di mano di Benedetto Dei, mentre i restanti componimenti poetici siano da ricondurre a un preciso e diffuso filone umanistico di critica all’ipocrisia religiosa. Nella seconda parte del libro, muovendosi con straordinaria competenza all’interno dei diversi orizzonti letterari da cui proviene il Morgante – orizzonti non solo epico-cavallereschi, ma romanzeschi e cortigiani, agiografici e odeporici, patristici e biblici – lo studioso, rivelando la densità dei sensi e dei sovrasensi simbolici che costellano il poema, porta efficacemente alla luce la vitalità della tradizione medievale, da Pulci consapevolmente recuperata. Dall’analisi emerge pienamente la presenza, finora solo intravista, di un’istanza allegorica, certo episodica e che non fa come altrove sistema, ma che dà un senso complessivo al disegno generale dell’opera, il quale, senza essere stato prestabilito fin dal principio, deve essersi sviluppato in corso di scrittura. È proprio il sentimento religioso quattrocentesco, suggerisce Polcri, a far germinare nelle ottave del poema l’allegoria dal di dentro e non a imporla dall’esterno, perché il vero rapporto fra lettera e allegoria è creato da Dio e non dall’uomo, come invece sembrano sostenere gli artifici neoplatonici dei ficiniani. Nel caso di Pulci, la cui scelta è inequivocabile, la distinzione dantesca fra allegoria letteraria dei poeti e allegoria scritturale dei teologi si riformula così in un’opposizione tra allegoria morale e allegoria filosofica. E per capire appieno questa scelta, è necessario abbandonare la dicotomia fra impegno e intrattenimento di cui la critica sembra ancora in parte prigioniera, e percorrere una terza via che accanto alle profonde implicazioni sociali e culturali del riso pulciano consideri la volontà di significare con le avventure di Orlando, Rinaldo e Morgante – veri e propri viaggi iniziatici – il valore morale di un’esperienza che dal caos della vita conduce a una ricomposizione finale che è soprattutto redenzione dal peccato. Questa coraggiosa scelta di trattare il Pulci “serio” espone però l’autore al rischio di un’eterocronia, di uno sfasamento temporale, in qualche modo dettata dalla materia diversificata delle opere, che immerge il lettore prima nell’attualità quattrocentesca fiorentina, per poi invitarlo a un lungo viaggio nell’immaginario e nella simbologia medievale, in cui la figura e la battaglia culturale di Pulci sembrano scomparire al punto che si fa fatica a ricordare che oggetto di analisi è un vero e proprio bestseller del Rinascimento italiano. E allo stesso tempo, in bilico fra una volontà di abbassamento, o meglio, di estensione orizzontale del canone, e un desiderio di riscatto e nobilitazione per il Morgante, Polcri prende su di sé anche la sfida che accompagna non senza ambiguità la nozione di allegoria, da una parte argomento imprescindibile perché al centro degli stessi dibattiti del tempo, dall’altra strumento critico in via di atrofizzazione ma ancora oggi a quanto pare decisivo nel formulare giudizi di valore e assegnare patenti di letterarietà. Rischi questi che tuttavia era necessario e valeva la pena correre per segnare, negli studi dedicati a uno dei più grandi autori del nostro Quattrocento – al quale a tutt’oggi però non è stato ancora dedicato un convegno di studi – non solo un momento di bilancio, ma anche un punto di svolta, con l’apertura di nuove piste di lavoro, come è riuscita a fare con merito la valida e importante monografia di Alessandro Polcri.

(Toni Veneri)


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