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Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini, Torino, Einaudi, 2012, pp. 302, 16,00.

 

Giunta al sesto volume, l’insolita ed episodica (ma ormai più che trentennale) esperienza dei ‘Nuovi poeti italiani’ Einaudi intende rimediare a una grave lacuna delle tradizionali antologie novecentesche, proponendo, come segnala la curatrice Giovanna Rosadini, un canone di sole donne. Decisione, ci sembra, giustificata non solo da un senso di equità (quella che nel passato poteva considerarsi una lacuna rischia di apparire, nelle crestomazie del nuovo millennio, come un vero e proprio atto discriminatorio), ma anche dall’evidenza che molte delle più interessanti voci della poesia contemporanea sono voci femminili. Si tratta in particolare di poetesse non esordienti e, al contempo, non ancora approdate alle maggiori collane italiane di poesia; l’obiettivo di fondo che, stando alle parole della curatrice, presiede all’intera operazione, è pertanto quello di portare queste autrici all’attenzione del grande pubblico, sfruttando il notevole asset rappresentato dalla pubblicazione in una collana di grande prestigio e visibilità come la ‘bianca’ Einaudi. Ma proprio qui, ci sembra, è da rinvenire il punto debole dell’intera operazione, legato al problema nodale dei parametri selettivi. Scartato il criterio generazionale (delle dodici poetesse, sei sono nate negli anni Sessanta, ma le altre sei nascono in decenni diversi, dalla fine dei Quaranta fino ai primi Ottanta), scartato il criterio della data d’esordio, esplicitamente e programmaticamente rifiutato ogni inquadramento di scuola, tendenza ecc., il volume viene presentato come «una ricognizione quanto più possibile ampia e differenziata sulla scrittura della poesia femminile», intendendo per ‘differenziata’ «non orientata in base a un’idea precostituita di poesia». Tale non-orientamento tuttavia finisce per risolversi nell'enunciazione di un criterio di ‘qualità’ totalmente indefinito nei suoi presupposti. Il fatto che si tratti, stando a quanto scrive Rosadini, di «un criterio qualitativo più che di gusto personale», non fa che palesare una vaghezza metodologica che ci pare rappresentare un pericolo strisciante nella pratica editoriale (se non nell’industria culturale tout court) dei nostri tempi: quella di deporre le armi della critica (che passano inevitabilmente per una giustificazione ragionata delle selezioni operate) rinviando tacitamente all’auctoritas di chi (Einaudi, nella fattispecie) confeziona il prodotto e, in uno col supporto materiale, ne smercia, facendosene implicito garante, anche il ‘valore’. L'ideologia strutturale (l’idea precostituita), cacciata dalla porta, rientra insomma subdolamente dalla finestra sotto forma di criterio veritativo ineffabile (la qualità), imposto, in assenza di altri riferimenti, non per via dialettica ma tautologica (‘la qualità è ciò che l'editore di qualità certifica essere qualità’). Posta questa non marginale riserva di fondo, non ci sembra che Rosadini sia nel torto quando parla di «un sostrato di sensibilità comune» che avvicina tra loro queste poetesse, riunite sotto le insegne della forte tensione conoscitiva, del legame tra scrittura e vita e della concretezza di riferimenti e fedeltà all’esperienza. Categorie, queste, che ci paiono accettabili ma di per sé insufficienti a decidere le sorti di una partita creativa che si gioca, oggi, soprattutto sul terreno del rapporto tradizione/innovazione. Al di là del magistero di Amelia Rosselli, «maestra di tutte», il legame sia tematico che stilistico con il Novecento si rivela in tutte queste autrici profondo e ineludibile, nel bene e nel male. Dal Novecento ancora non si esce, non siamo attrezzati per uscirne: la cattiva infinità del secolo breve ci tiene come in una morsa, e il salto verso nuove forme di scrittura (ma, diciamo più in generale, di intelligenza del mondo), è ancora di là da venire. Le voci più interessanti saranno allora quelle che, misurandosi in tensione agonistica con l’incombente passato, lavorino per evitare i sentieri già battuti dalle varie ortodossie elegiache novecentesche, ridotte ormai a sbiaditi repertori di occasioni patetico-descrittive, fino a far cortocircuitare vissuto e scrittura e «stringersi all’osso dei propri pensieri», per citare una formula di sapore cattafiano che Anedda mutua da Merini. Da questo punto di vista, l’attuale scrittura femminile è sicuramente un passo avanti rispetto a quella maschile, come esemplarmente testimoniato dal tema del corpo, autentico crocevia etico-stilistico che travalica i ristretti orizzonti dell’io lirico per aprirsi all’instabile triangolazione tra identità, componente fisica del vivere e linguaggio. Identità, in primis, come legame con l’ambiente e il territorio: dai luoghi dell’infanzia (centrali nell(esperienza di Leardini) alle piccole e grandi patrie («[...] la geografia che porto / tatuata sotto la pianta dei piedi», scrive Bukovaz, mentre Calandrone e Frene portano sulla pagina i corpi straziati e insieme sacralizzati dagli orrori della storia), fino alla casa-prigione, la cellule à la Louise Bourgeois, che rinvia alla categoria di ‘domestico che atterrisce’ formulata qualche anno fa da Paolo Zublena (interessanti, in tal senso, testi come I vetri, Il pavimento, Il muro, Il lenzuolo, Il cuscino di Candiani, ma il tema è comune anche ad alcune liriche di Fantato). Identità, poi, come instabile accettazione, o franco rifiuto, di formalizzarsi in uno stabile ruolo genetico-biologico, a partire da quelli di figlia e/o madre. Vanno in questa direzione, ad esempio, Frene, segnata dal difficile rapporto con il corpo della madre; Fantato, con la sua attenzione per la fisicità e il mondo degli affetti chiusi entro le gabbie del perimetro domestico; Liberale, sospesa tra ruolo materno e ruolo filiale, entrambi intesi come condizioni di scambio e pedagogia del reale, dove la donna si trova ancora una volta presa nell’eterno dissidio tra empatia e fedeltà al ruolo. Circa la componente fisica del vivere, nelle dodici poetesse antologizzate la dimensione fisica si declina spesso come processo di metamorfosi o fusione con gli elementi del mondo animale e vegetale (dato che accomuna due autrici generazionalmente distanti tra loro come Attanasio e Mancinelli, ma anche mondi autoriali lontanissimi quali quelli di Calandrone e Candiani), fino a conformarsi come struttura machinique, di stampo tra glamour e meccanicista, nelle prove di Pugno (dove il corpo è una macchina che richiede costante manutenzione – la performance, il cibo – e che al contempo produce immaginario erotizzato-erotizzante – l’elemento acquatico). Per quanto riguarda infine l’elemento linguistico, nelle voci più avvertite l’idea del poeta come ‘creatore ispirato’, come mero emittente, lascia il posto all’urgenza di sperimentare nuove modalità di pronuncia, abbracciando una pratica polimorfica di poesia dove la mano che scrive funge da stazione ricevente, cosicché più che agire viene agita dalla propria condizione esistenziale e linguistica («non sono io a parlarle / sono loro che parlano me», scrive Bukovaz). Nel faticoso, doloroso tentativo di forgiarsi una lingua che cerchi di dire questa intersezione tra identità, componente fisica del vivere e linguaggio mi pare risiedere il dato più interessante della scrittura femminile attuale, di cui questa antologia fornisce, sia pur in modo intermittente, alcuni esempi di sicuro interesse.

                                                                                             Riccardo Donati

                                                                                            (Semicerchio 47, 2012)


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