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Isole galleggianti. Poesia femminile sudafricana 1948-2008, con testo a fronte a cura di Paola Splendore e Jane Wilkinson, Le Lettere, Firenze, 2011, pp. 242, € 19,00.

‘Isole galleggianti’ è metafora perfetta per le voci delle autrici sudafricane che si levano da tradizioni linguistiche e regioni geografiche diverse. Non un coro, dunque, propone questa antologia bensì una variegata ma significativa rassegna di poesie in traduzione italiana dall’inglese, lingua veicolare anche quando gli originali erano in afrikaans ma già tradotti in inglese. Sessanta anni di poesia, a partire dall’anno in cui il National Party saliva al potere e cominciava a promulgare l’odiosa legislazione razzista nota come apartheid. Le poesie di impronta socio-politica non mancano in questa raccolta con la loro semplice e fattuale urgenza – quasi da titolo di cronaca nera – che però trascende la Storia, come per Il bambino ucciso dai soldati a Nyanga:

il bambino che voleva solo giocare al sole a Nyanga è dappertutto
il bambino diventato uomo percorre tutta l’Africa
il bambino diventato gigante viaggia in tutto il mondo
senza il lasciapassare

Nulla è precluso ora, neppure I Giardini della Biblioteca (Johannesburg):

I gradini sono ombreggiati da scuro fogliame.
E i dorsi in pelle, sugli alti scaffali
Si ergono regali, mai toccati dai Neri.

In questo caso la rima alterna formata in inglese da «black blades» e «Blacks» non è stata mantenuta, laddove il fogliame sembra formato da «nere lame». E il «nero» e un tono «scuro» di colore prevale in molte poesie: «Stream in which the dark / sees nothing but the dark / with you I can speak / I know you better»; «the sun shall be covered by us / the sun in our eyes for ever covered / with black butterflies»; «a flower / with a face / black as the sun». Allo stesso modo s’insiste su ciò che si trova sottoterra: morti, ossa, vermi, filoni non sfruttati, la terra stessa.

Questo giro di arcipelago di voci si connota di una esplicita firma di genere, quando figure del mito si stagliano solitarie come Galatea di Ruth Miller o Agar di Elizabeth Eybers; quando figlie poete si rivolgono alle madri:

per ritrovare la voce di mia madre
perché era lei, che per me leggeva
quando le andava, o a volte cantava

(Bilingue
, Elizabeth Eybers)

La poesia non è tutto, dicesti
Il pomeriggio che ne portai una
A te piegata sulla tinozza
[...]
La poesia non è tutti
Nella vita, dicesti
Col tuo sguardo cerchiato di azzurro.
(
Poesia per mia madre, Jennifer Davids)

Come ancora in Le mani di mia madre di Yvette Christiansë o Le lingue delle madri di Makhosazana Xaba.

Ancora, quando le voci si rivolgono al frutto del loro parto, come in Donna incinta di Ingrid Jonker o in Primo segno di vita di Antjie Krog, o raccontano la fiaba della buonanotte al loro bimbo, come in Silenzio arriva l’uomo del buio di Ingrid Jonker. Infine, il Rammendo di Ingrid De Kok e Lavoro d’ago di Karen Press sono sinistri poemetti su un’arte manuale che mima scrittura e dolore, tracce e assenza:

La donna è intenta alla sua antica arte.
L’ago congiunge mentre sfreccia,

e sfregia, scrive, segna, sutura,
il rammendo invisibile del cuore.
(
Rammendo, Ingrid De Kok)

Accanto a me da un’asta di metallo
Pendono i tubi di una sacca di plastica
Spessa e morbida come una libbra di fegato:

il tuo sangue, punti rossi di mezzanotte
dell’ago profondo che ti riempie;
i miei uccelli splendenti a punto catenella.
(
Lavoro d’ago, Karen Press)

La Storia del Sudafrica percola dalle parole stillate e dai silenzi interminabili, intraducibili, intrascrivibili delle udienze della Truth and Reconciliation Commission che ha concluso l’era dell’apartheid nella seconda metà degli anni novanta:

Ma come si trascrive il silenzio del nastro?
Il pianto è una pausa o una parola?
Quale segno scritto per una gola strozzata?
E il dito puntato della testimone?
Quello l’ho descritto,
quando i funzionari hanno identificato
la direzione e il nome.

(
Parla il trascrittore, Ingrid De Kok)


Vorrei solo riprendere il cammino alla
normale velocità della vita,
d’ora in poi

senza più fotografi, avvocati, segretari, traduttori
né arcivescovo.
(La velocità della vita, Makhosazana Xaba)

Quel che resta è un elenco di nomi di donne che per dinastia e retaggio, per caso fortuito o per coraggio hanno punteggiato la storia del Sudafrica, come isole galleggianti, da Sarah Baartman alla zia del re Shaka Zulu, alle infermiere, avvocatesse, insegnanti, madri delle poete di oggi e nelle loro poesie, «cose fatte a mano»; «parola per parola per parola»; costantemente «in cerca di parole», di un’identità di genere, di scrittura, di un ruolo, per piccolo che sia, nella Storia di un paese, il cui paesaggio mozzafiato non basta a farne un giardino e a fare di loro, tutte, delle cittadine a pieno titolo orgogliose. La traduzione di Paola Splendore rende merito a queste scrittrici con rispetto ed eleganza, e insieme all’introduzione di Jane Wilkinson offre una chiave esegetica per questa generosa antologia che documenta tutte le contrad- dizioni di un paese dalla storia tanto controversa come il Sudafrica.

(Carmen Concilio)


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