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ANDREA INGLESE, Commiato da Andromeda, con una postfazione di Paolo Maccari, Livorno, Valigie Rosse 2011, pp. 64, € 12,00

 

 

La poesia liminare de La distrazione, silloge di Andrea Inglese pubblicata nel 2008, si apriva con un distico molto significativo: «Non posso non raccontare la mia storia. / Chiamo questo: calamità autobiografica». Il sintagma che più ci interessa è proprio l’ultimo, «calamità autobiografica», in cui sembra appunto intravedersi la poetica anche futura dell’autore. Se la «calamità» definisce un male comune, una rovina che colpisce una ‘moltitudine’, l’autobiografia riguarda invece il singolo. Questo sintagma esprime dunque la dialettica tra l’uno e i molti, il male comune che riguarda l’io-lirico, dialettica che viene appunto tematizzata in Commiato da Andromeda, ultimo libro di Andrea Inglese, in cui l’autore cerca di descrivere la fine di un amore, in un impianto che oscilla tra il poema in prosa, il prosimetro, e l’ekphrasis di derivazione classica. Per provvedere a questa ‘descrizione’, o meglio a questa ‘razionalizzazione’ impossibile, l’autore cerca un corrispettivo analogico in una stampa in formato A3 attaccata al muro del dipinto La liberazione di Andromeda di Piero di Cosimo, dipinto «irresponsabilmente ignorato» fino al momento della stesura del libro. L’ekphrasis di questo quadro è dunque lo strumento attraverso il quale l’innamorato può bilanciarsi e provare a guardare dall’esterno un’esperienza che lo riguarda in prima persona. Se nello «scricchiolare» e nello «sgretolarsi» della storia non è possibile identificare l’incipit, dato che «tutto accade assieme, come sempre», il quadro rappresenta l’unica «immagine che si possa bloccare», e da qui partire per autoanalizzarsi. L’io si fa «scienziato, razionalizzatore, solerte, esperto, familiare col fondale», ma è solo un autoinganno e il fenomenologo d’amore si rappresenta nel corso del racconto come colui che è consapevole di non sapere amare. Si può dire che l’innamorato che più volte cerca di apparire come l’unico esperto, il teorico per eccellenza è ontologicamente inesperto di ciò su cui scrive un libro. L’innamorato, in quanto incapace di razionalizzare, è mutevole, ondivago e ‘distratto’ proprio come il suo racconto, che anche dal punto di vista stilistico, come nelle precedenti opere di Inglese, è segnato dalla verbigerazione, dalla divagazione, ed infine, dalla «fuga nei dettagli». L’ekphrasis stessa, che così importante appare nel corso di tutta la ‘narrazione’, tanto che il ‘titolo’ quadro descritto viene utilizzato come titolo del libro, è però sminuita nel punto più problematico del testo: «cos’è questa, una sorta di riunione sindacale sull’ekphrasis?», chiede l’autore nella prima poesia del ‘prosimetro’. Se la prosa non riesce a spiegare o tenta invano di spiegare la condizione del soggetto innamorato, è alla poesia che è affidato un momento di sintesi su quanto è stato detto. La scrittura in versi crea una sospensione nella divagazione della prosa e prova a fare il punto della situazione, cerca insomma di spiegare le ragioni stesse della prosa e tenta di arrivare dove si ferma la teoria. Per questo non è un caso che la prima poesia si apra con una domanda che cerca di definire quanto è stato detto. In questa domanda si annida ancora il criterio della divagazione che contraddistingue la scrittura di Inglese. Sembra che la riunione sindacale sia costituita dai vari frantumi del soggetto ormai in crisi che provano a fornire spiegazioni sulla fine dell’amore, e dunque sull’avvio della ‘scomposizione’. Tutti i frammenti del soggetto si interrogano e parlano non potendo che portare ad una riunione sindacale con la quale si esplicita la debolezza della spiegazione. I frammenti, i ‘deboletti spiriti’ narrano e descrivono come in una riunione sindacale, per cui nel massimo di confusione e caos pensabile. Nel numero 20 del novembre 2008 della rivista Qui. Appunti dal presente, Andrea Inglese aveva già descritto il suo rapporto filosofico con la memoria, e aveva sostenuto l’importanza, al contrario, della dimenticanza come elemento fondamentale della vita stessa. Il tema della dimenticanza è l’altro snodo cruciale della nuova prosa di Inglese che instaura con la tradizione ancora una volta un rapporto di ripresa e di superamento. Se infatti nella lirica tradizionale la memo- ria era proprio il nutricamento del soggetto, l’epistemologo del fenomeno erotico in Commiato da Andromeda «non può stabilire niente se non l’oblio» ed è grazie alla dimenticanza che il «divagatore» passa da uno stato di passività e ripiegamento su sé stesso a uno stato attivo; attraverso la dimenticanza la vita dell’autore da contemplativa di sé stesso, del quadro e della ex amata, diventa finalmente ‘activa’. Eppure la condizione di ‘attività’ non conferisce linearità alle pagine conclusive di Commiato da Andromeda, nelle quali l’autore torna a divagare e, tornando indietro, a cercare non più le cause della fine ma dell’innamoramento stesso. Ci troviamo nuovamente nei meandri del divagatore professionista che ha la consapevolezza «dell’impossibilità di governare i fenomeni», perché, aggiunge ancora Inglese quasi in chiusura del ‘prosimetro’: «le buone cose previste / giungono da strade insolite, non più / riconoscibili, come frastuoni, fendenti». Il tentativo di ricomposizione del soggetto, nonostante l’ekphrasis, e dunque l’osservazione di sé come dall’esterno, non è che un autoinganno, un inganno è la razionalizzazione, e menzognera è l’eziologia della fine. L’unica verità sondabile è quella degli scarti e dei dettagli, mentre per ciò che riguarda tutto il resto, dice Inglese, «nulla è stato abbastanza credibile».

(Luciano Mazziotta)


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