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Semicerchio XXXVII (2007/02) La forma chiusa. Poesia dal carcere. pp. 25-27

 

di Lucia Valori

Quando la scrittura accoglie il pensiero del carcere, paradossalmente essa lo fa non tanto come surrogato dell’esistenza quanto come fiduciaria che la testimonia, talora in una parte ed espressione diversa1. Vi sono infatti poeti ‘del carcere’ che iniziano a scrivere in reclusione, e poesie che dalla situazione creata dalla prigionia acquistano coscienza di quanto è affidato alla scrittura sul piano individuale
e storico, specialmente nei casi in cui la non conformità del pensiero a norme sociali e a ideologie è il motivo che ha condotto in carcere; e anche censura ed esilio sono divenuti per tanti poeti condizioni di prigionia e insieme modi di definire una poetica (Sprachgitter di Celan, o l’opera di un poeta coinvolto nell’apartheid come Breyten Breytenbach2, un libro come Sordomuda dell’argentino
Jorge Boccanera, in cui «Sordomuta» è un’incarnazione della poesia che allude all’esilio e al carcere, rappresentato nell’inquietante testo El rock de la cárcel)3.
Brodskij in Fuga da Bisanzio4 individua più in profondo una non conformità di tipo etico, propriamente poetica, a proposito della prigionia di Mandel’štam (Il figlio della civiltà), nonché motivo della sua propria (Meno di uno), prigionie se non quasi deterministiche, inevitabili nonostante la storia.
La scrittura creativa in carcere è forse da considerare un segno dell’evoluzione contemporanea del tema nelle sue strette relazioni con la sociologia5. In questo senso lo studio di Michel Foucault Sorvegliare e punire. Nascita della prigione (1975)6 ha trovato riscontri anche in letteratura e nell’arte. Fra le antologie recenti nate in Italia da laboratori sorti in strutture carcerarie citiamo Baci rubati.
Parole d’amore dal carcere ( 2005), e-book disponibile sul sito della redazione del carcere milanese di San Vittore, coordinata da Emilia Patruno con contributi dei partecipanti al corso di Lettura e Scrittura Creativa tenuto da Silvana Ceruti alla casa di reclusione di Milano-Opera; versione cartacea d’arte con le poesie di quest’ultimo laboratorio, con varianti, il volumetto Confesso che amo. Parole
d’amore dal carcere
, edito con illustrazioni di Nicole Gravier da LietoColle (Como 2006); interessante anche la riflessione di Angela Barlotti attraverso i testi: In una biblioteca dentro un carcere. Il viaggio come realtà e come metafora («PaginaZero. Letterature di Frontiera», 7, luglio 2005)7 considera aspetti del viaggio che rimandano a quelli del carcere rispetto alla dimensione abituale del vivere, al rapporto fra un dentro e un fuori che rende autore e lettore
testimoni di soglie. Una antologia annuale pubblica anche il Circolo Sacchini di Arezzo come frutto del concorso «Dal disagio alla poesia», che premia ogni anno i migliori poeti detenuti (con i nomi in sigla, come la legge impone),
consentendo così l’acquisizione di materiale di grande rilievo socioculturale e di forte carica umana, attualmente in studio alla locale Facoltà di Lettere e Filosofia di Arezzo.
Se la poesia in carcere ha saputo attirare la cura di specialisti e riconoscimenti pubblici, anche generi letterari tradizionalmente più diffusi vi sono coltivati8. Proprio i laboratori in carcere pongono la questione di una trasversalità tematica che scaturisce dalla tradizione statunitense individuata da H. Bruce Franklin con l’antologia Prison Writing in 20th-Century America (1998)9, privilegiando il contesto e la varietà della resa del tema rispetto ai rapporti con l’opera individuale. L’esperienza dello studioso come lecturer in carcere è preziosa per considerare l’impatto della situazione carceraria sulla cultura contemporanea:prison writing nei termini proposti dall’antologia comprende la letteratura sulla prigione, non sempre composta da scrittori che l’hanno sperimentata, anzi le opere di questi ultimi, per quanto influenzate dall’esperienza, secondo Franklin non sono in molti casi ascrivibili al genere.
La tematica del carcere fisico ha in effetti lati che riguardano in particolare il modo in cui il tema entra in alcune opere, segnate dall’argomento nella forma, come i
sonetti di Cassou; e vi sono autori che si confrontano con la prospettiva della prigionia nella materia stessa della propria scrittura: si possono ricordare prigionieri dell’Inquisizione a causa dei loro scritti, come il mistico quietista Miguel deMolinos, e scrittori che dal soggiorno in carcere ricevono un’impronta intimamente trasferita nell’opera, come nel caso di Fray Luis de León, in modo talora necessariamente
implicito; San Juan de la Cruz scrive le poesie e i commentari che condensano nell’immagine della Noche oscura la sua dottrina di teologia rivelata in grandissima
parte in carcere. Proprio ispirandosi all’Inquisizione il carcere si istituzionalizza, dopo aver modellato spazi e modalità sui criteri e la gerarchia della disciplina e
dell’espiazione morale anche in forme di rigore aberrate.
Numerosi sono i paradossi che lo studio del carcere propone assieme a un largo raggio di varianti; per una visione d’insieme del tema nella sua evoluzione si leggano le voci relative del Dizionario tematico delle letterature a cura di R. Ceserani, M. Domenichelli e P. Fasano (Utet, Torino 2007)10.
La ricerca che presentiamo intorno alla ‘poesia del carcere’ riunisce riflessioni e testimonianze che affiancano un’antologia di poesie in traduzioni nuove e inedite, seguendo una cronologia prevalentemente moderna e contemporanea
in un excursus sul filo conduttore del dissenso (ideologico, religioso, sociale, di costume) rispetto a dettami, convenzioni e pregiudizi o a ingiustizie assunte al
rango di legge con l’imposizione. Il tema classico del ‘carcere oscuro’ lascia emergere il suo rovescio evolutivo e complementare nell’esposizione e nella visibilità totale inaugurate dal panottismo a fine sec. XVIII, in un passaggio proprio della modernità interpretato dall’artista uruguaiano Miguel Fabruccini nella copertina creata per «Semicerchio».
L’opera dello scrittore uruguaiano Mario Benedetti potrebbe offrire da sola materia abbondante per uno studio del tema11. Nella sua testimonianza inedita, attraverso il filtro di una riflessione che sembra non voler prendere distanza, passa la memoria di un periodo storico con un bilancio ben preciso e si ritrova lo spirito duplice che ha dettato a Benedetti poesie, romanzi e opere teatrali indimenticabili. La poesia può unirsi alla lotta, ma conserva ancora la sensibilità che, con l’anelito di giustizia, trova terreno d’impianto in un’altra poesia, così nei versi di Benedetti rivive il poeta guerrigliero Roque Dalton. Benedetti, anche uomo politico e giornalista, ha vissuto l’esilio e la sua opera e la sua vita sono una poetica del non abbandono, del portare con sé e insieme del non lasciare soli coloro che sono rimasti nella prigione sul luogo.Memoria, ma anzitutto partecipazione. L’esercizio di memoria di Jean Cassou in carcere diventa esercizio di stile che attiene alla poesia nel senso più rigoroso, legandosi a un’etica che ne fa il centro dell’esistenza: la poesia perciò soccorre la vita in pericolo, ma insieme permette una sintesi che per altri costituirà un banco di lettura della storia e del senso della letteratura.
Testimonianza diretta anche quella raccolta, in traduzione d’autore, da un’altra fra le maggiori personalità della letteratura contemporanea, Álvaro Mutis. L’intervista di
Martha Canfield fa conoscere una fase importante dell’evoluzione della scrittura mutisiana da un punto di vista inedito anche per molti suoi estimatori. Come nel mondo di avventure e di ideali mimetizzati dei suoi antieroi affascinanti e inquieti, lo scrittore colombiano si è trovato in Messico a vivere una carcerazione assurda che solo il torbido orizzonte politico può spiegare. E tuttavia in un ambiente di disperazione e di degrado egli arriva preceduto dalla fama della sua poesia: Mutis sarà suo malgrado sorvegliante di altri detenuti ma soprattutto ispiratore e regista
di un laboratorio di teatro che, nato per ingannare il tempo, raggiunge esiti di alto livello. Nella testimonianza di Mutis la fedeltà al compito della scrittura nel ritrarre le contraddizioni del luogo è condivisa, con i compagni di prigionia e nella rievocazione conMartha Canfield, che ha con il mondo di Mutis una profonda e amicale familiarità come studiosa e come poeta.
La poesia di Ghiannis Ritsos tradotta da Gabriella Macrì si eleva dalla solitudine contenendo già la voce di coloro che giacciono nella segregazione, nella tortura, nell’attesa: carpisce i presagi della notte, studia gli accenti del silenzio, si tormenta per trovare il linguaggio di una morte ad oltranza. La testimonianza legata al dissenso si mostra in questo caso inscindibile dalla parola come dal silenzio, diventa «silenzio in piedi», sforzo dello spirito di tenere alto il senso della vita senza un perché che la poesia non abbia già in sé nascendo fra un buio e un’alba ugualmente funesti.
La relazione fra i ritmi e le forme del verso sostiene le ossessioni, le distorsioni, il dolore e i sogni di libertà del discorso carcerario moderno legandosi alla questione dell’identità in un processo alla coscienza esemplato dal Faust di Goethe; ulteriori esempi nella poesia tedesca, in un confronto serrato con la giustizia e l’ingiustizia e con la persecuzione, mettono a fuoco un’immagine della prigionia, in particolare politica, in cui oltre a riaffiorare l’antica tomba-carcere si delinea una segregazione assoluta, senza luogo, senza presente e senza voce che rivive mille prigionie.
L’uso dei prigionieri come aiutoguardiani nei campi di concentramento è un indizio esteriore di come nella prigionia ideologica avvenga uno stravolgimento della realtà umana che la poesia raccoglie inerme quando epoche intere sono segnate da un carcere smentito dalla cronaca vicina ai fatti che, cieca o affiliata o consenziente,
censura o rinuncia a trasmettere il vero.
Molti poeti hanno riconosciuto nell’aspetto vocale della poesia la possibilità di formulare il pensiero effimero e volatile che nasce nella reclusione, a volte senza mezzi di scrittura, con la levità della canzone o con la natura di un messaggio fatto per la memoria dell’interprete, come accadeva per i romances anonimi conservatici dalla tradizione giullaresca, somigliando ad essi nella dimensione lirica e narrativa, per l’origine intima che entra nella condivisibilità della storia umana.
Canto, sogno, lettera d’amore, l’espressione della poesia del carcere ha i segni dell’estremo. La carcelera documenta uno stile di canto poetico gitano andaluso nato dal tema del carcere. Esso è segnato dalla «incomodidad» a cui Cervantes alludeva nel presentare scherzosamente il Don Chisciotte come un libro e figlio nudo di ornamenti e mal curato quanto il proprio intelletto non soccorso durante la
prigionia, ma anche forte e d’ingegno fuori dell’ordinario allo sguardo partecipe del patrigno e padre adottivo di una storia dalla prospettiva duplice sull’esistenza, finzione veridica che l’autore conosceva per esperienza. Scomodità non meno acutamente dolorosa nello scrittore che sente presente una prigione in cui non si trova ed è costretto a non dividere con chi gli sta a cuore (Paul Celan, Todesfuge,
1945). Per questo non abbiamo distinto una poesia nata in carcere dall’esperienza che può evocarla, essere immedesimazione o divenire una prospettiva e uno stile di scrittura.
Esercizio di vita così arduo che spesso è in sé testimonianza che, oltrepassando la soglia della cella o delimitando quella di una prigione invisibile, si pone già oltre il
tempo nella sua miracolosa impensabilità. Dal grido che sovrasta le urla dei torturati alla melodia strutturata in fuga musicale, alla canzone rock che non dà pace, dal requiem al lamento della carcelera, alla ninna-nanna, dal romance antico alla ballata moderna, al silenzio, il canto trova modulazioni e forme infinite per incarnarsi pienamente nella prigionia nel momento in cui la trascende.

NOTE


1 Sulla poesia nelle città-prigione del Terzo Reich si veda inoltre
Rachel Ertel, Nella lingua di nessuno. La poesia yiddish dell’annientamento,
«Semicerchio», XI, 1994, pp. 39-45.
2 Cfr. JaneWilkinson, L’arte del camaleonte: traduzione e autotraduzione
nella poesia sudafricana moderna, «Semicerchio»,
XX-XXI, 1999, pp. 35-37.
3 Sordomuda (Costa Rica 1991; Argentina 2005) è tradotto da
Alessio Brandolini e Verónica Becerril (LietoColle, Como 2008).
4 Less than One. Selected Essays, 1986, trad. it. Gilberto Forti,
Adelphi, Milano 1987.
5 Cfr. Giuseppe Vettori (a cura di), Canti del carcere. I canti –
una disperata presa di coscienza – dei «dannati della terra»: emarginazione,
malavita, condizione carceraria, repressione e lotta politica,
Newton Compton, Roma 1976.
6 Surveiller et punir. Naissance de la prison, Gallimard, Paris,
trad. it. Alcesti Tarchetti, Einaudi, Torino 1976.
7 Si può leggere sul sito della rivista: http://www.rivistapaginazero.
net/pag/sez/arret.htm.
8 Cfr. la rassegna di Roberto Carnero, Scritture dal carcere e
dalla natura, «Treccaniscuola», 11/07/2006: www.treccani.it/site/
Scuola/nellascuola/area_lingua_letteratura/letture2006/6.htm.
Tra le opere collettive, citiamo Se siete arrivati fin qua. Racconti
dal carcere, Le Lettere, Firenze 2005, raccolta tematica nata
dal laboratorio triennale tenuto da Enzo Fileno Carabba nella sezione
diAlta Sorveglianza del carcere fiorentino di Sollicciano, che
lo scrittore cura con Paola Nobili, esperta d’insegnamento in carcere.
Al teatro del carcere è dedicato il «PremioAnnalisa Scafi» che
alla prima edizione ha visto partecipare detenuti di 118 penitenziari
sui 207 presenti in Italia: il testo vincitore, Via Tarquinia 20, frutto
di un laboratorio della Casa di reclusione di Civitavecchia è andato
in scena al Piccolo Eliseo Patroni Griffi di Roma per la regia di
Emanuela Giordano (cfr. Rodolfo Di Giammarco, Detenuti in attesa
di applausi, «La Repubblica», 10 gennaio 2007, p. 54).
9 Foreword by Tom Wicker, Penguin Books; una discussione
della delimitazione dell’antologia nelle recensioni di Beverly Gage
(«Salon Books», sept. 1, 1998 (http://www.salon.com/book/sneaks/
1998/09/01sneaks.html) e di Douglas Frank (Writing from the Pen,
«Rutgers Focus», Nov. 6, The State University of New Jersey, 1998
(http://urwebsrv.rutgers.edu/focus/article/link/523/). Pioniere degli
studi sul campo e divenuto negli USA un’autorità in materia con il
libro Prison Literature in America: The Victim as Criminal and Artist
del 1978, H. Bruce Franklin, professore della Rutgers University
of New Jersey, è moderatore del Forum Writing on the Walls:
American Prison Writing, patrocinato dal PEN New England’s
Freedom-to-Write Commitee e dal Cambridge Forum per la difesa
della libertà di espressione (http://forum.wgbh.org/wgbh/forum.
php?lecture_id=3456).
10 Cristiano Spila, Prigionia, vol. III, pp. 1955-65;Ada Neiger,
Campo di concentramento, vol. I, pp. 352-55.
11 Desde adentro, scritto nell’agosto 2007, si aggiunge al notevole
corpus bibliografico dell’autore sul tema. Un particolare ringraziamento
va a Benedetti e ad Ariel Silva, segretario dello
scrittore, per lo spoglio tematico dell’intera opera messo a disposizione
per lo studio di «Semicerchio», con reperimento di oltre cinquanta
poesie.

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