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Semicerchio XXXIX (2008/02) Waste Lands. Eliot e Dante. pp. 48-53

 

a cura di Oriana Capezio

 

Sa‘dī Yūsuf è una delle voci più autorevoli della poesia irachena del Novecento. Nato a Bassora nel 1934, si forma a Bagdad prima di cominciare un lungo percorso
che lo porta a vivere in esilio dal 1979. Il poeta si distingue nel panorama letterario mondiale per aver composto oltre trenta raccolte poetiche e per aver tradotto in arabo molti autori della letteratura internazionale tra cui Walt Whitman (1819-1892), Federico García Lorca (1898-1936) e Kostantinos Kavafis (1863-1933).
Sa‘dīYūsuf è erede del movimento poetico inaugurato dal verso libero e dal simbolismo di Badr Shākir al-Sayyāb (1926-1964). La sua poesia, semplice e sofisticata al tempo stesso, si distingue per avere uno spiccato senso del tragico
che trasforma l’universo in un campo di battaglia popolato da vittime ed eroi falliti. L’ironia che permea alcune delle più belle liriche offre un’acuta chiave di lettura che
colpisce l’animo e insinua il dubbio. La fonte d’ispirazione del poeta è rappresentata da frammenti di vita quotidiana. Molti componimenti affrontano il tema della persecuzione politica, dell’esilio, dell’estraniamento e delle atroci sofferenze della guerra. La realtà, presentata in maniera dirompente nei versi di Sa‘dī Yūsuf, consente di diffondere nella poesia araba una nuova visione del mondo, lontana dai toni celebrativi a cui è stata per lungo tempo abituata.
L’uso di un linguaggio diretto gli permette di cogliere l’essenza del dolore. Con un’immagine trasmette tempestivamente sentimenti e sensazioni, come fosse un fotogramma. Tale caratteristica è il segreto che gli consente di raggiungere e folgorare il lettore.
La raccolta con cui si afferma nel mondo della poesia irachena s’intitola 51 Poemi (1959). Nel 1964 parte in esilio, prima in Egitto e poi in Algeria; in quel periodo componeLontano dal primo cielo (1970) e Confini del Nordafricano (1972). Nel 1971 rientra in Iraq per ripartirne definitivamente nel 1979. Trasferitosi a Beirut è testimone della tragica invasione israeliana, cui dedica Arriva Maryam
(1983). Nel 1993 pubblica una delle raccolte più significative, Il paradiso dei dimenticati. I versi composti nell’ultimo periodo riflettono l’animo disperato del poeta esiliato che, nel suo viaggio esistenziale non ha il conforto di una vita serena né vede speranza di un cambiamento. L’ultima raccolta del poeta s’intitola Opere poetiche ed è stata edita nel mese di febbraio 2009.
Sa‘dī Yūsuf, oltre ad essere stato insignito di diversi riconoscimenti internazionali, si è distinto per l’impegno politico espresso sia nei versi che nella critica militante ed è tra i fondatori della «Lega degli scrittori, giornalisti ed artisti
democratici all’estero». In lingua italiana è possibile leggere le poesie di Sa‘dī Yūsuf nella raccolta I giardinidell’oblio1.

 

NOTE

1 I giardini dell’oblio, De Angelis editore, Avellino, 2004.

 

 

NEW ORLEANS

Ad Amiri Baraka

Oh, oh… dormi
Oh, oh… dormi
sto dormendo
stiamo dormendo
in un letto di acqua
Oh, oh… dormi

L’acqua si trasforma in fuoco e i venti in asce. Non
siamo all’alba del giorno del giudizio, umili e assetati, né
siamo i primi avvinti alle nostre catene. Nessuna tomba si
è spaccata nel deserto, né le navi di schiavi appaiono all’orizzonte.
Come se un bozzolo di cotone, nero e immenso,
avesse penetrato le vene della pietra e
dell’asfalto… siamo la feccia della terra e delle città che
abbiamo costruito. Le lagune ci stanno chiamando con
nomi che credemmo dimenticati dall’oblio, e la lontana
guerra di duecento anni fa. Le stelle sono le lapidi delle
nostre tombe nell’acqua. Il silenzio avvolgente è la nostra
preghiera. C’è una musica in lontananza: è l’Africa nera.

Oh, oh… dormi
Oh, oh… dormi
sto dormendo
stiamo dormendo
in un letto di acqua
Oh, oh… dormi

Al cantante cieco accenderò un lume. Alle donne
scalze sui tizzoni ardenti accenderò due lumi. Andiamo
avanti con le mappe; andiamo avanti con quei posti dimenticati
dal tempo. Chi sa! Dovremmo raggiungere la
terra che non c’è oh signore… è l’Africa? Verde, verde..,
oh signore che hai detto: Voi siete il sale di questa terra. Le
bugie sono nude.Abbiamo finito con questa prostituta. Ora
la strada è pavimentata da pus, vomito e ubriachi che non
sono ubriachi. Chiuderemo la pagina storia. Se oggi non
è il nostro inizio, quando avremo inizio? Saremo paghi al
ritorno di tutte le navi, tutti i ponti sono in fiamme. L’acqua
è fuoco.

Oh, oh… dormi
Oh, oh… dormi
sto dormendo
stiamo dormendo
in un letto di acqua
Oh, oh… dormi

Anord verso ogni luogo di ritrovo e divertimento, si affrettano
come bufali questi uccelli di ferro non ci lasciamo
che ombre, la nostra nerezza non è scura, non è più scura
del sottopelle di una corona bianca. Date la vostra magia!
La salvezza che vedono gli uccelli di ferro per noi è la se-
parazione imminente tra una nazione e un’altra. Il tempo
era la culla di questa nostra canzone e la seta era la trama
con cui costruimmo il pianoforte.

Il tamburo sta battendo
Dam, Dam, Dam, Dam 2
Il tamburo sta battendo
Dam, Dam, Dam, Dam
Il tamburo sta battendo

Non dormire!

Londra, 5/9/2005
(Da L’ultimo comunista, Tunisi, 2008)

2 In arabo la parola dam significa sangue.

 

TEATRO DI BURATTINI

La ragazza che canterà le sue poesie nella lingua dei passeri
sale i suoi sei gradini
annoda con seta scadente la tenda del palcoscenico
Ride…
Le porgo l’estremità del filo. Mi prende in giro: adori
[le mie gambe!

Rido…
All’ingresso della tenda, la scatola di legno dove adesso
[i passeri aspettano
l’istante della loro nascita da un mucchio di becchi assetati,
ali spezzate e rami che saranno dipinti. Nella scatola di
[legno
una corona di carta dorata.
Il re fellone
aspetta di prendere vita dalle dita del burattinaio.
Il sole cede il passo all’acquazzone
e l’orto ode il palpito nel grido del bambino. Eccoti qua
in piedi come un custode,
le gioie, le canzoni e il calpestio della corona inizieranno
[a breve.

La ragazza che saliva riposa.
I piccoli verranno allo spettacolo
ma torneranno alla dura realtà
dove i re sono ancora re
e dove la ragazza che imita gli uccelli abita una casa nel
[nulla…

Londra, 24/09/06
(Da Canto del pescatore e Poesie di New York, Beirut)

UNA CANZONE PERSONALE

È l’Iraq?
Benedetto sia chi ha detto di conoscere le strade per
[raggiungerlo;
Benedetto sia chi ha labbra mormoranti quattro lettere:
«Iraq, Iraq, nient’altro che Iraq».
Si abbatteranno missili lontani;
ci assaliranno soldati armati fino ai denti;
si sgretoleranno case e minareti;
cadranno le palme spezzate
e le sponde del mare e dei fiumi saranno gremite
di cadaveri alla deriva.

Di rado vedremo piazza al-Tahrir sui libri di elegie e
[fotografie.
E noi saremo annegati
Ma vedremo i ristoranti e gli hotel:
MacDonald’s
Kentaky Fried Chicken
Holiday Inn;
saranno nello stradario e la nostra casa nel paradiso del
[rifugio,
come il tuo nome, Iraq
«Iraq, Iraq, nient’altro che Iraq».

Londra, 15/03/2003
(Da Opere poetiche)

VILLAGGIO DEI BARBARI

Aprirono la loro banca nel centro del villaggio
come una fortezza nel mercato,
innalzarono un muro, più alto delle stelle,
volavano con cavalli di ferro per controllare la banca
[di notte
poi dissero: facciamo un banchetto di ossa
per mangiare pelle di maiale,
bere sangue di toro,
indossare lana di bufala
Era una serata chiassosa…
(ogni serata è chiassosa nel villaggio)
gente ubriaca
assopita
…Gli eserciti entravano nei quartieri a scaldarsi
……………………..
……………………..
……………………..
Non suoneranno le chitarre,
non verrà il santo,
né l’usignolo
…luce e ombra non cambieranno giammai nel villaggio

Londra, 1/09/2007
(Da Poesie di New York)

 

COLONIA ROMANA

Eravamo greci, le nostre dimore ai confini del deserto
[arabo;
ma abbiamo due fiumi
alcuni villaggi, e campi coltivati irrigati dalle acque dei
[due fiumi…
abbiamo avuto anche poeti che componevano versi
e cantavano la donna
e i fiori.
A Qinnisrin abbiamo fondato una scuola filosofica
(strano ma i discepoli di Aristotele ci visitavano di tanto
[in tanto
per parlare degli ultimi manoscritti di Atene)

Ma noi eravamo greci e contadini,
non costruivamo armi
non sapevamo addestrare i nostri ragazzi come soldati
(i discepoli diAristotele non ci dissero che il loro maestro
stava preparando il figlio di Filippo il Macedone per
[conquistare le città!)
Il mondo cambia dissero
anche il sole sorgerà ad Occidente…
………………..
……………….
……………….
Adesso sto vaneggiando,
solo, nella locanda di Kyriakos a Sidone.
Il mio bicchiere di vino di terracotta è nero
e i miei capelli bianchi…
non so a chi narrare – anche in segreto – che i romani mi
[hanno bandito
quando diventammo una colonia;
ma non credo che Kyriakos conosca la questione
il mondo cambia
dissero…

Londra, 07/03/2004
(Da Preghiera del pagano)

NATURAMORTA

…La pianta di casa si piega sotto l’aria pesante,
[sul tavolo
tra il portacenere pieno e il pacchetto di tabacco
le bollette del gas e dell’elettricità,
la barca naviga sul muro
(copertina di un disco) L’uccello becca la testa del
[cantante
la stanza mi si restringe
si contrae…
La nave scompare dalla scena
la notte siede in un angolo
avvolta nell’aria fitta.

Londra,
(Da 1/02/04 Preghiera del pagano)


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Iniziative
2 febbraio 2018
Ricordo di Hasan Atiya al-Nassar-Firenze

23 gennaio 2018
Mostra riviste poesia - Firenze Marucelliana

25 dicembre 2017
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15 dicembre 2017
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1 marzo 2017
30 anni di SC: lectio di Jesper Svenbro a Siena

28 febbraio 2017
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