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BORUTTI, SILVANA – HEIDMANN, UTE, La Babele in cui viviamo. Traduzioni, riscritture, culture, Prefazione di Simona Argentieri, Torino, Bollati-Boringhieri, 2012, pp. 264, € 25.

Un’epistemologa (Silvana Borutti) e una comparatista (Ute Heidmann) hanno messo assieme le loro competenze per scrivere questo saggio che indaga la traduzione in tutta la sua complessità, secondo una prospettiva pluridisciplinare. Che sia un testo a quattro mani, però, quasi non lo si percepisce, tale è la coerenza dell’impianto e la condivisione del principio informatore di tutto il libro: la valorizzazione delle differenze linguistiche e culturali e il rifiuto di ogni approccio teorico che tenda a cancellarle tramite semplificatorie e astratte generalizzazioni. In quest’ottica le due autrici, riprendendo uno spunto di François Ost (Traduire. Défense et illustration du multilinguisme, Paris, Fayard, 2009), rovesciano il significato del mito di Babele cui fa allusione il titolo, e considerano la dispersione della lingua originaria nelle lingue plurali non come una condanna all’incomunicabilità, ma come un arricchimento delle varietà espressive, contro il pericolo di omologazione della lingua unica. La traduzione viene così ad assumere un valore euristico, in quanto permette di mettere a confronto le lingue aprendole all’alterità e portandone alla luce le differenze.

Non si tratta, quindi, di un manuale teorico e normativo, ma di una ricerca sulla traduzione come chiave di accesso ai principali problemi filosofici, antropologici e testuali riguardanti i processi di significazione e di conoscenza. I primi capitoli, attraverso l’analisi delle teorie di Quine, Jakobson, Schleiermacher, Gadamer e Benjamin, spiegano in cosa consista il valore euristico da un punto di vista filosofico, e mettono a punto una definizione allargata di traduzione. Tradurre non significa semplicemente trasferire un messaggio da una lingua all’altra, ma operare una «trasformazione simbolica», passare da un sistema simbolico a un altro (con riferimento alle «forme simboliche» di Cassirer), da una costruzione del mondo a un’altra. Questo stato di sospensione, di va e vieni tra sistemi simbolici diversi, in cui la propria lingua e la propria visione del mondo si arricchiscono attraverso quella dell’altro, fa della traduzione un paradigma di conoscenza: conoscere l’altro, infatti, non vuol dire ridurre le differenze all’identico, ma riconoscerle e metterle in dialogo. La traduzione, insomma, si configura come modello di conoscenza non tanto perché ci restituisce i significati dell’altro, ma perché ce ne restituisce la distanza, che è ineludibile e al tempo stesso trattabile. E proprio la distanza tra le lingue, avvertita come principale difficoltà nell’esperienza del tradurre (si pensi a termini «intraducibili» quali fùsis o psukè), diventa lo spazio euristico positivo in cui si trasforma la differenza dell’altro nella comprensione della sua specifica differenza. In particolare, il modello traduttivo può essere utilmente impiegato nella conoscenza antropologica (alla quale è dedicata un capitolo specifico), per formulare un relativismo ragionevole in cui l’altro è sempre irriducibile all’io, ma comunque riconoscibile nelle sue differenze.

Nella seconda parte del libro, la questione della conoscenza come pratica delle differenze viene esaminata dal punto di vista della letteratura comparata, cui si attribuisce il compito di confrontare testi di lingue e culture diverse. Contro una certa tendenza a considerare la comparatistica come semplice studio ‘allargato’ della letteratura, si rivendica infatti con forza il carattere comparativo della disciplina, insito nel suo nome, così come l’esigenza di individuarne i fondamenti epistemologici e il valore euristico. Il procedimento del comparare implica infatti innanzitutto la costruzione del proprio oggetto (la «costruzione dei comparabili») e la messa a punto di una metodologia che permetta di ottenere dal raffronto risultati significativi.

Il metodo  della «comparazione differenziale» qui adottato, già esposto da Ute Heidmann in numerosi saggi, si basa su un tipo di analisi testuale e discorsiva, in cui i testi sono concepiti come «discorsi» prodotti da un’istanza enunciatrice storicamente e socialmente determinata. Per confrontare i testi è necessario in primo luogo accantonare ogni presupposto valoriale e metterli sullo stesso piano, in una prospettiva non gerarchica, al fine di comprendere in che modo ciascuno di essi, nello stabilire relazioni col proprio contesto discorsivo e socioculturale, possa produrre diversi e specifici effetti di senso. L’apporto conoscitivo di questo metodo, utilmente applicabile soprattutto nel campo della riscrittura, si può valutare ad esempio nello studio delle riscritture dei miti, al quale è riservato un intero capitolo: la comparazione differenziale non si concentra su un presunto senso archetipico e universale del mito, custodito più fedelmente dai testi antichi («superiori», pertanto, ai moderni), ma sul modo in cui ciascun testo costruisce significati differenti.

L’esigenza di mettere sullo stesso piano i testi da comparare si pone anche nel confronto fra testo da tradurre e testo tradotto. Questo principio potrebbe suscitare in tal caso qualche perplessità, dal momento che la traduzione, testo ‘secondario’ e ‘derivato’, sembrerebbe collocarsi a un livello gerarchico ‘naturalmente’ inferiore rispetto all’originale. Tuttavia lo spostamento di livello si chiarisce nelle sue ragioni e nelle sue finalità se si considera che non consiste nel riequilibrio di un giudizio di valore estetico, ma in una mossa metodologica per costruire gli oggetti comparabili in modo che sia possibile rilevarne le differenze specifiche.

Proprio perché non ha per unità di significato la parola, ma l’insieme del testo, la traduzione è infatti definibile come riscrittura globale, dotata di una sua nuova coerenza interna, «rienunciazione» che produce effetti di senso individuali interagendo col contesto socio-culturale e discorsivo in cui si situa. La comparazione non deve allora tanto mirare a comprendere se l’originale sia tradotto bene o male, ma a capire con quali procedimenti il testo tradotto generi effetti di senso propri rispetto al testo da tradurre. Tra questi procedimenti, due contribuiscono in particolar modo a riorientare il senso e possono dunque essere adottati come criteri pertinenti per il confronto: l’iscrizione del testo nella diversa configurazione di intertesti in vigore nella comunità discorsiva cui appartiene il traduttore («riconfigurazione intertestuale e interdiscorsiva») e in una diversa configurazione dei generi discorsivi e letterari («riconfigurazione generica»), intesi non come tassonomie universali, ma come pratiche culturali che differiscono da una letteratura e da un’epoca all’altra.

Le parti teoriche del libro sono accompagnate da analisi dettagliate e rigorose di testi che, oltre a fungere da esempi per illustrare la metodologia adottata, forniscono nuove chiavi di interpretazione. Si mostra così come il mito di Orfeo venga ad assumere significati diversi in Virgilio, Rose Ausländer e Sylviane Dupuis, e come un testo di Kafka, qui riproposto in una nuova traduzione, possa rivelare nuovi sensi se ricondotto alla sua originaria dimensione testuale e cotestuale (i quaderni di lavoro, dai quali viene solitamente estrapolato), a diverse dinamiche di genere e a nuovi possibili legami intertestuali.

 

(Veronica Bonanni)


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