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Philip Morre: 

EAVAN BOLAND, Tempo e Violenza, poesie scelte, con testo a fronte

a cura di GIORGIA SENSI e ANDREA SIROTTI, Firenze, Le Lettere, pp. 234, €19.50

 

   Eavan Boland è in qualche misura la voce tranquilla della poesia irlandese contemporanea, anche se probabilmente non si riconoscerebbe volentieri in questa definizione. Rimane il fatto che la graziosa Natura Morta con Fiori Davanti a una Finestra dalla mano della madre della poeta, F.J.Kelly, che adorna la copertina, è un'indicazione più veritiera del contenuto di questa ammirevole collezione Tempo e Violenza che non il suo titolo un po' impegnativo. Boland stessa scrive:

 

Ma io ero poeta di nature interne,

al sicuro nella mia campagna

di maniglie e ingressi, la mia arcadia di elementi interni...

 

(Indoors / Interni), e poi, in Secrets / Segreti  “è perché / le storie segrete delle cose / meritano di indugiare..”, che potrebbe benissimo essere il suo credo. Ambedue i brani, per combinazione, sono tratti dalla silloge del 2007 Domestic Violence (Violenza Famigliare), dove il famigliare è ben più in evidenza che non la violenza, almeno per quanto riguarda i versi scelti dai traduttori.

   Se c'è un filone secondario che percorre questa collezione, dopo i segreti e gli interni della vita domestica, è la perdita, piuttosto della violenza, una specie di perdita imprecisa, generalizzata, una elegia continua per qualcosa che forse non c'è mai stata, come il sogno di patria di un esule della seconda generazione. Non sarà un caso che un'altra poesia della stessa raccolta s'intitola Atlantide, e un'altra ancora chiude con:

 

Torniamo a casa. Questo noi sappiamo

(ed è tutto ciò che sappiamo): ora siamo

e lo saremo sempre d'ora in poi –

e per quanto ne so lo siamo sempre stati –

 

esuli nel nostro stesso paese.

 

Qui la penultima riga sembra la chiave. Se qualcosa è sempre il caso, c'è un senso nel quale cessa di essere il caso, o almeno di essere considerevole. Ma naturalmente ciò che conta non è l'esistenza o la persistenza obiettiva di una realtà che potrebbe giustificare il senso di perdita del poeta, ma quello che lei riesce a farne, e la Boland è una scrittrice che raramente sbaglia un colpo. 

 

  Ci sono troppe poesie perfettamente riuscite in questo volume per poterne citare più di una manciata. Nominerei Biancospino in Irlanda Occidentale per la sua specificità, Le Donne per la poesia piegata dentro la vita domestica: “e mi viene a noia e mi alzo / e vado giù nell'ultima luce // in un paesaggio senza enfasi / leggero, lineare, pianificato con precisione,/ un emisfero di cotone a strati, arieggato, //un terreno di biancheria calda dal ferro / piegata e ripiegata...”, e soprattutto –    una stima, immagino, condivisa con i curatori – Tempo e Violenza, che dà titolo al libro, già ben conosciuta ai lettori di antologie della letteratura irlandese, una poesia che varrebbe la pena di citare per intero, come introduzione o come epitome del lavoro migliore di Boland: l'apertura tranquilla, quotidiana, le tre figure emblematiche di donne ferite, la pastorella “il sorriso incrinato, / il braccio ferito dalle mensole dei caminetti..”, Cassiopeia “imprigionata: pugnalata dove / la coscia toccava l'inguine e la mano / il polso scintillante, dalla punta di una stella.”, la sirena (una presenza ricorrente) “con trecce immaginarie, / il seno segnato dal sale e tutta / la desolazione del Mare del Nord sul viso.”, il finale appassionato:

 

Non possiamo sudare qui. La nostra pelle è gelata.

Non possiamo concepire qui. Il nostro ventre è vuoto.

Aiutaci a sfuggire gioventù e bellezza.

 

Cancellaci dalla poesia. Rendici umane

in cadenza di mutamento e pena mortale

e in parole in cui possiamo invecchiare e morire.” 

 

   Questa edizione appagante ci è offerta corredata di un saggio notevole dalla mano della poeta stessa, La Donna Poeta: il suo Dilemma, a suo tempo pubblicato in un altro contesto, ma che funziona bene qui come prefazione, anche se la natura esatta del dilemma rimane, come la suddetta perdita, sfuggente. Boland evoca una donna tipica (composta da più personaggi veri), studente a un 'workshop' suo, la quale scrive poesie, ma non è, non sarà, poeta: “..capirò, senza che siano necessarie molte parole, che la distanza tra scrivere poesie ed essere poeti – dati i suoi tempi e le circostanze della sua vita – le deve essere sembrata semplicemente troppo ardua, lontana e pericolosa da percorrere.” Ma questa distanza è 'ardua, lontana e pericolosa' per noi tutti, in misura più o meno uguale, ammesso che non viviamo come qualche vecchio, egoistico talmudista, coccolato e prottetto da donne bistrattate, un po' come (per sottolineare che questi ruoli sono aperti a entrambi i sessi) la Virginia Woolf era in qualche misura protetta da Leonard. 'Fare il poeta' è un'attività fondamentalmente solitaria, e pressoché incompatibile con la vita normale come la maggior parte delle persone scelgono di viverla, e in particolare difficilmente compatibile con la vita normale da famiglia. Se elenchiamo gli indiscussi giganti (anglofoni) della poesia novecentesca, Eliot, Yeats, Pound, Auden, Stevens, tutti maschi peraltro, possiamo attribuirgli un figlio (Yeats) e due figlie e mezza in tutto (dico mezza, perché Pound e la sua compagna Olga Rudge hanno depositata la loro figlia, da bambina, con una sostituta famiglia, per meglio seguire i loro rispettivi destini d'artisti). Parliamo comunque di scelta: non vedo perché chi sceglie di non intraprendere la 'strada ardua' merita o gradirebbe la nostra simpatia. C'è da aggiungere poi che sia Eavan Boland che Adrienne Rich (citata nello stesso saggio) sono notevoli esemplari di donne che hanno cresciuto una famiglia senza rinunciare al pieno impegno poetico.

   Rimane da accennare, anche se ormai il nome di Giorgia Sensi sulla copertina è una specie di garanzia di qualità, che la traduzione, in questo caso grazie a sforzi congiunti con Andrea Sirotti, è precisa e discreta, in altre parole, esemplare.

 

Philip Morre

 

 

 


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