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BERNARDO DE LUCA, Gli oggetti trapassati, Napoli, edizioni d’if, 2014 (miosotis), pp. 32, € 12,00.

 

Il percorso delineato in questa plaquette, già vincitrice del «premio Mazzacurati», sarebbe ‘incompiuto’, a detta dell’autore, in assenza di «futuri sviluppi». Ora, non solo quanto già fatto è degno di esame ma proprio il sigillo che lo dichiara come un pezzo di un progetto più grande ne definisce il vero statuto. Il libro si pone infatti come un allegoria moderna, frammentaria, incompleta e quindi allusiva, secondo il tracciato che va da Benjamin a Fortini di cui De Luca è uno studioso. L’allegoria è quella installata sul ricordo della cosiddetta «crisi dei rifiuti» che rese Napoli nel 2008 una specie di grande discarica a cielo aperto. La montagna di rifiuti come allegoria è del resto iscritta nel grande affresco post-moderno di Underworld di De Lillo dove il ribaltamento dei mondi rende percepibile quanto anche il ‘mondo di sopra’ sia parallelamente a scadenza («What we excrete comes back to consume us») e dunque che l’esistenza stessa è definibile in termini di scarto e rifiuto. Così, in De Luca,«la materia senza / speranza» (o, baroccamente «le ossa del reale») si insinua nella sfera privata («le esistenze scartate») e nei suoi talismani («gli oggetti magici anneriti»), per toccare irreversibilmente la sfera stessa dell’identità («siamo quei polimeri inceneriti, / non riconoscibili», «Rifiuto dei rifiuti, oggetto trapassato tu stesso»). Sulla soglia di una Napoli che è tanto un macchinario barocco («Se lo sguardo si volta, la città / è come un ragno lungo chilometri» «Guarda / l’antica Gerusalemme, comincia / qui l’inferno»), che, soprattutto, il campo geometrico della partita che si gioca tra la città e l’io che la scrive e la abita («La città all’alba interseca le rette / con chiarezza, disegna dei percorsi / di vuoto [...]»), si addensano i ‘segnali’ di tanta poesia novecentesca. Troviamo un divieto tutto di gusto Caproni: «“Di qui non passi”. Ora la strada è chiusa», così come lo è la rima come ‘situazione metafisica’ che sorprende il poeta e quelli di casa perduti nel fumo perenne degli inceneritori penetrato anche nelle abitazioni: «[...] ciò che non capisco / è chi incontrai, se la tua proiezione o la mia, / o di qualcuno che non vidi mai». Rimandano alla ‘zona Montale’: la «linea dell’orizzonte» e forse «Una festa di sguardi» (la «festa di spari» dell’Elegia di Pico Farnese). Così è quasi un ‘rifiuto’ verbale, un giocattolo anagrammatico rotto, «l’immediato intorno» se allusivo degli immediati dintorni di Sereni. Un bell’esempio di poesia domestica, Attesa della pioggia (che sedimenti le ceneri e purifichi l’aria) è in fase col titolo di una delle più domestiche poesie di Bertolucci Apettando la piogga (e nel finale dell’Attesa echeggia anche il tema sereniano della ‘paura’: «Posso solo coprirti gli occhi, evitarti / la paura»).Insomma, lo si sarà capito, la lingua della poesia novecentesca è qui evocata in quanto essa stessa allegorica e soprattutto frammento rinviante a una lingua perduta che ha saputo però resistere agli urti della storia. Quanto di redenzione collettiva resisteva ancora nell’allegorismo di Fortini è però dissipato da un pezzo e la possibile catena tra cittadini della poesia e linguaggio è qui fatta di «punti vuoti». Di quella lingua si esaltano allora i meccanismi più scabri, come l’asindeto che costituisce una vera e propria rinuncia all’affidarsi alla salvezza alla sintassi («Bisogna scarnificare le strade / scartocciare la massa che opprime»), per quanto questo possa ancora prestarsi a accelerazioni per accumuli di retorica quasi petrarchesche («È questo sempre oltraggiare che forse / svuota strade, marciapiedi, cemento»). Certo non «Fonti, fiumi, montagne, boschi, e sassi» ma, appunto, «strade, marciapiedi, cemento» e si farà attenzione ai valori accentuali che scandiscono tutti i versi citati – tre endecasillabi e un falso endecasillabo – secondo gli schemi fissi di un numero ricorrente di accenti principali (De Luca è autore di un saggio sul verso accentuale in Fortini). Resta ora da capire, per il seguito del lavoro, che cosa fare della lingua lirica novecentesca. Sembra che una direzione su cui punterebbe De Luca sia quella del suo residuo valore comunicativo. La lingua novecentesca è ancora, oltre i confini della tradizione, una lingua condivisa e aperta ad accogliere incontri di voci. Si tratta insomma di esaltare la funzione del testo in quanto diretto sempre a qualcuno secondo la lezione dei fortiniani Versi per un destinatario. L’ultima poesia della raccolta di De Luca, Le ferite terrestri, è in questo un vero esempio di poesia/conversazione. Ma già il testo di apertura, La candela e l’amico, che sembra quasi a noi lettori di Novecento ridescrivere il Prisonnier di De La Tour come era stato rivisto dal René Char resistente dei Feuillets d’Hypnos tradotti da Sereni («A sommo dei polmoni una candela : luccica, illumina lo sterno aperto. / Camminare in una casa e portare / la luce, difenderla da spostamenti: / richiuse le mani sulla debole fiamma»), ha il suo referente immediato nella dedica al duo di artisti urbani napoletani cyop&kaf che hanno taggato di affreschi colorati e gioiosamente surrealisti gli angoli più degradati dei Quartieri. È timido chi scrive, impegnato a «rendere / più bianche le pareti della stanza» (cioè a operare sulla pagina con la lingua della lirica) mentre forte gli arriva la voce dell’amico (uno dei due artisti?): «brucia, bruciala / quella candela, solo il fermento / della fiamma testimonia che esisti».

                                                                                                                                                            (Fabio Zinelli)
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