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GIOVANNI PARRINI, Valichi, Bergamo, Moretti&Vitali, 2015, pp. 80, € 12,00.

 

La sfida che la poesia di Valichi comporta è osservabile – e deve essere raccolta - sin dal titolo del libro. Ogni valico comporta due luoghi e tuttavia non disegna tanto un’opposizione quanto un cammino, non tanto una geometria quanto una geografia e un viaggio, non tanto una dialettica quanto un’occasione euristica.

Nei testi di Parrini abbondano le strade; colonne di automobili le percorrono in flussi drenati verso un ritorno che non si compie perché è rallentato da lunghe code, dalla stasi e dall’attesa. In queste circostanze di sospensione della meta accade la deviazione dello sguardo e lo schiudersi di una diversa prospettiva. Così avviene nella terza poesia del volumetto: «30 all’ora a singhiozzo verso casa / quasi niente cesure tra chi segue e precede / lapsus tra cofani e bauliere / però guardando meglio/ è il tramonto che presta ai fari il rosso/ è il sole sghembo a fare con la polvere oro sopra i lunotti. (p. 18). Qui e altrove la deviazione è una montaliana «occasione / di vedere altro» (sempre a p. 18, i versi conclusivi : «Non poco/ avere l’occasione / vedere altro/ questa fila che è uno stelo fragile di storie / come foglie e semi / che non sanno che altezze li sbaragliano / tra non molto / quale terra li aspetta / in questi amari e magnifici giri / che la bellezza fa». Dove conduce dunque, la deviazione? Anzitutto a smitizzare la centralità delle cose umane e a restituire la regia integrale di ciò che l’uomo vive al mondo. I fari sono appariscenti e vani poiché le luci vere appartengono al paesaggio; l’apparenza razionale del procedere incolonnati si dissolve nella verità di moti casuali e pulviscolari. La verità del sole e del suo «fare con la polvere oro» ha il doppio valore gnoseologico di vanificare la luce artificiale e di svelare la sostanza «amara e magnifica» del «giro» in cui la bellezza risiede. Il moto pulviscolare scoperto dall’occhio che devia è una verità gnoseologica ed estetica affidata al registro stilistico di una malinconica ironia che nel tutto svela regolarmente il niente («Una di queste mattinate qui / dure come l’acciaio / ci si l’occasione da prendere al volo / sono certo sarà meraviglioso perdersi noi due soli / io e il navigatore / […] / Beffando coordinate andremo a giro assieme / flâneur complici / circuiti e cuore in ascolto / in attesa di niente. Vinceremo»). Posta la dissoluzione delle mete a vantaggio dei moti pulviscolari e casuali, il senso del percorso non sta nei luoghi – partenza, arrivo – ma nel moto e nel passaggio: «Nemmeno il freddo sa cos’è successo / dove sono finiti quei rami / che abbelliva col ghiaccio. / Oggi i raggi che arrivano non possono disegnare quell’ombra / farla ruotare lenta per scandire l’avventura / antichissima e nuova / che nasceva nel fitto scuro d’ossidi / nell’asprezza di sali / e diventava legno / elegia verde / ruvidità di scorza che aspettava / un via vai di formiche / i colpi del pallone» (p.  26). Tracciare le forme delle cose vuol dire avere organi di senso che sono viaggio e percorso, com’è l’arrivo del freddo, e sentire attraverso queste mani fatte di movimento il vuoto di ciò che era e che manca, come un albero tagliato: ecco il mistero assoluto – quello del transito dalla cosa alla sua ferita, dalla violenza del pieno alla malinconia del vuoto cui questo libro dà non accesso – poiché ne racconta semmai l’inafferrabilità – ma espressione. Il valico è il momento in cui la leggerezza un po’ ridicola e fredda dell’apparenza è appannata, inumidita e vivificata dai vapori malinconici della sostanza delle forme che mentre esistono sono già dissolte, riguadagnate alla danza pulviscolare di cui il sole mostra la bellezza e l’amarezza. La musica semplice e piana di queste poesie, il ritmo continuo da poème en prose di cui esse vivono si ferma talvolta, alla fine, nell’umile ossitonia delle parole tronche (così l’ultimo verso del pezzo a p. 46: «A qualcuno proveremo a dirlo / con titubanza / però domani. / Domani quando il vento ritornando ci riconoscerà») in modo che quell’ultima vocale sia al contempo un ramo tagliato e un punto coronato, la violenta interruzione di un continuo che non terremo mai insieme e l’eco che il continuo inafferrabile del mondo lascia misteriosamente nella voce poetica, come si si trattase di una filastrocca infantile.

Vale la pena di scomodare la concezione vichiana, poi romantica e leopardiana, della poesia come ritorno ad uno stato infantile di verità originaria parzialmente cancellato dalla convenzione razionalistica ‘adulta’ e moderna, per cogliere infine i due punti essenziali che il ‘valico’ di Parrini unisce e separa, mostrandocene la misteriosa unione nel transito, in modo che la distanza razionalistica non sia, infine, che misurazione malinconica di ciò che incessantemente si dissolve.

(Sonia Gentili)

 


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