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NIKOLEV ANDREJ, Elisejskie Radosti, Poetičeskaja serija kluba «Proekt OGI», Moskva, 2001.

 

Il libretto poetico che ho il piacere di presentare porta con sé tutta la gioia e il sapore della genuina scoperta. Si tratta di un’esile raccolta di brevi poesiole scritte in un lasso di tempo assai lungo, tra il 1929 e il 1966, e rimaste ignote ai più, pur appartenendo ad una figura di primo piano della cultura russa e sovietica del XX secolo. Dietro allo pseudonimo di «Andrej Nikolev» si cela infatti Andrej Nikolaevič Egunov (1895-1968), notissimo filologo e autore di un fondamentale studio su Omero nella poesia russa (Gomer v russkich perevodach XVIII-XIX vekov, Leningrad, 1964; il saggio è stato ripubblicato lo scorso anno a Mosca dalla casa editrice «Indrik»). La vita di Andrej Egunov riflette tutto il tragico fascino della storia russa e sovietica del secolo che ci ha appena lasciato. Di estrazione nobiliare, Egunov-Nikolev aveva studiato negli anni 1905-1913 nello stesso istituto, il Teniševskoe učilišče; dove in anni diversi avevano studiato Mandel’štam e Nabokov, poi si era laureato presso l’Università di Pietrogrado, compiendo studi slavistici e classici. I primi successi in campo accademico sono segnati da una celebrata traduzione delle Leggi di Platone (1923), nel contempo Egunov-Nikolev si accosta alla vita letteraria pietroburghese, frequenta Konstantin Vaginov e Jurij Jurkun, conosce Michail Kuzmin. Le prime prove letterarie di Egunov, in prosa, sebbene approvate da Konstantin Fedin, vengono respinte dall’editore per timore di un intervento della censura. Nel 1931 compare firmato con lo pseudonimo ‘Andrej Nikolev’ il romanzo Po tu storonu Tuly (Al di là di Tule), sorta di stilizzata pastorale sovietica che vien presto ritirata dal mercato per intervento della censura. Nel 1932 esce la traduzione delle Etiopiche di Eliodoro, l’anno successivo, il 20 gennaio, Egunov viene arrestato per aver partecipato alle riunioni di un circolo letterario giovanile chiamato Os’minog (Il polipo). Seguono tre anni di esilio in Siberia, a Tomsk, dove Egunov conosce il poeta Kljuev e il celebre linguista Špet. Nel 1938 Egunov riesce a trasferirsi a Novgorod, qui frequenta le sorelle di Zinaida Gippius e, tra gli altri, il futuro critico emigré, editore di Mandel’štam negli USA, Boris Filippov. Durante la guerra Novgorod viene occupata dalle truppe tedesche e Egunov, fatto prigioniero, è trasferito in Germania come Ost-arbeiter. Alla fine della guerra rimane un anno a Berlino ed insegna tedesco ai carristi dell’armata sovietica. Tuttavia, per timore di essere nuovamente arrestato dalla polizia sovietica (fu questo il destino di gran parte dei cittadini sovietici caduti in mano del nemico durante la guerra), il 25 settembre 1946 Egunov passa illegalmente nel settore americano. Giunto in data 29 settembre a Kassel viene fermato dalla polizia americana che lo consegna al comando sovietico. Seguono dieci anni di lager, fino al 1956, quando, finalmente libero, Egunov può far ritorno a Leningrado. Qui riprende la sua attività di studioso e traduttore. In questi stessi anni Egunov-Nikolev tenta di ricostruire la propria produzione letteraria, molti suoi testi poetici si diffondono nel samizdat (irrimediabilmente perdute risultano le sue opere prosastiche, in particolare, i racconti già lodati da Kuzmin e il romanzo Vasilij Ostrov). Grazie a Boris Filippov molti testi poetici di Egunov-Nikolev vengono pubblicati all’estero nel volume Sovetskaja potaennaja muza (Monaco, 1961). Ormai dopo la morte del poeta, alcune sue composizioni inedite vengono pubblicate negli Stati Uniti da Gennadij Šmakov in un almanacco poetico dedicato ai quarant’anni di Iosif Brodskij. Il cognome Nikolev, scelto da Egunov per la sua produzione letteraria, rimanda a quello di un poeta satirico russo del XVIII secolo. La scelta dello pseudonimo può essere letta in questa chiave, oppure, tenuto conto della scherzosa definizione che di quel poeta fornì Puškin: «Nikolev, poeta defunto», essa potrebbe essere recepita come la tragica constatazione che nella Russia staliniana un poeta può solo chiamarsi «Nikolev» (sottinteso «poeta defunto»). Le poesie di Nikolev, tra la stilizzazione letteraria, il gioco di parole, la leggerezza dei rimandi e dei sottintesi, costituiscono non solo un fine documento dell’epoca (ci rimandano all’entourage di Kuzmin e alla ricercata e scherzosa eleganza di un mondo tragicamente anacronistico), ma anche un evidente tentativo di sperimentazione poetica nella forma breve, nella essenzialità espressiva, in anni e in circostanze, quando la ricerca formale, tra ironia e erotismo (specie se omosessuale), sembrava impensabile. Le gioie ultraterrene cui fa riferimento Nikolev nel titolo sono, ovviamente, da ricollegare alle Tochter aus Elysium schilleriane (An die Freude). Il volume è curato da uno studioso attento e preparato come Gleb Morev, che offre in poche pagine un’acuta interpretazione della poesia di Nikolev e con dovizia di particolari ricostruisce la biografia del suo autore. Con questo libretto la poesia russa del XX secolo ne esce ulteriormente arricchita.

 

(Stefano Garzonio)


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