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JEAN ROBAEY, Presentazione del Duomo di Modena, Bologna, Book Editore 2002, pp. 88, € 10,50.

 

Sotto il segno del prodigio si apre e chiude la Presentazione del Duomo di Modena del belga Robaey, scandita in quattro capitoli («Presentazione dei quattro bassorilievi biblici», «di re artù attraverso i mesi», «del pontile con ambone», «di dio in croce»). «Prima non erano qui» è l’esordio del testo poetico; richiama la traslazione dei quattro bassorilievi, senza specificare come siano giunti alla collocazione attuale, dando spazio, mediante tale reticenza, all’immaginazione di un fatto di sapore soprannaturale. Allo stesso modo il «sangue caldo», e dunque vivo, sul crocefisso all’interno del duomo, nei versi di congedo del libro, avvicina al ricordo del miracolo di una statua che sanguina. Nelle pagine di mezzo, in stile di ricalco epico, si svolge una sorta di percorso di conoscenza fenomenologica di rivisitazione attuale e di ricostruzione storica dell’edificazione della cattedrale modenese, delle sue sculture e di chi l’ha attraversata nei secoli, supportato dall’uso continuo di un verbo essere, coniugato nell’accezione di copula a spiegazione di qualcosa (è, che è, era...), di cui però ne assevera così l’esistenza (essere come esistere), quasi un lapsus involontario di un ateo – a suo dire – irriducibile.

 

(Giuseppe Bertoni)

 

EDOARDO SANGUINETI, Il gatto lupesco. Poesie (1982-2001), Milano, Feltrinelli 2002, pp. 480, 25,00.

 

Ha qualcosa di sornione e mannaro il titolo dell’ultima uscita editoriale di Edoardo Sanguineti, Il gatto lupesco, raccolta completa dei suoi libri di poesie, le più recenti per larga parte qui per la prima volta pubblicate, degli ultimi vent’anni – a cavallo tra il sapore malizioso degli epiteti e dei nomignoli che sanno di fusa ed effusioni dell’intimità di coppia, e il retrogusto ironico delle definizioni erudite che odorano di carte e pergamene anonimamente medievali (il Detto del gatto lupesco è infatti il titolo assegnato a un poemetto giullaresco del Duecento fiorentino). Al di là di tutto, gatto lupesco è formula ossimorica che mette in movimento due nature animalesche inconciliabili, destinate anzi a essere una inseguita dall’altra, quella felina da quella canina: una rincorsa infinita e senza posa, senza scampo, come un gatto che si morde la coda. In questo circolo vizioso è invischiato il linguaggio poetico («ma succhiami, tu almeno, questi versi perversi, queste fiale di inchiostro / bestiale, di fiele e di miele, che dall’aia ti latra e ti abbaia il tuo mostro fedele») che, fin dalla pubblicazione di Segnalibro. Poesie 1951-1981 (Milano, Feltrinelli 1982) mostrava di avere già azionato molteplici forme possibili di comunicazione linguistica, tracciando percorsi sperimentali d’intento alterativo nei confronti di un esistente impermeabile però agli attacchi destabilizzanti dell’arte in tutte le sue espressioni. Una volta che la scrittura poetica vede disinnescato il proprio potenziale detonante di denuncia di una realtà ormai massicciamente standardizzata non solo sul piano sociale, pubblico, culturale, ma anche su quello interpersonale e privato, ecco che essa può sentirsi indotta a scegliere di esaurire il proprio senso in una struttura testuale e soprattutto comunicativa chiusa. Il lettore deve decidere consapevolmente di tendere l’orecchio all’ascolto perché la voce residua (Codicillo, Senzatitolo, Corollario sono titoli di libri e quindi di altrettante sezioni de Il gatto lupesco) è un bisbiglio, un sussurro (Bisbidis...), un rantolo farneticante ma lucido che non vuol più fronteggiare lo schiamazzo dirompente d’intorno. Accanto agli eduli ardori, partecipati, esangui, dai netti toni politici e sociali, che governano, con ritmo popolare, le ottave delle Ballate (1982-1989) e di Novissimum Testamentum; accanto al tema costante del proprio disfacimento corporale, tra alti e bassi della propria sessualità, dove la figura della moglie ha il ruolo ambivalente di rispecchiamento e appiglio interiore contro una dissolvenza esteriore; prendono piede giochi di sonetti acrostici per amici artisti e intellettuali (fra i quali Luciano Anceschi, Luciano Berio,  Carlo Cremaschi, Enrico Baj; un tributo particolarmente toccante è riservato a Adriano Spatola) e veri e propri Rebus (questo il titolo di una sezione di Bisbidis). Così, ad esempio, un «azzardar discorsi» a raffica, da parte di questo «genovese galante», non riduce al significante la propria significanza, come accade invece in certo puntiglio compositivo da lessicografi di una neo-neo-avanguardia, ma, viceversa, insiste nel creare immagini e soprattutto a tessere le fila di un pensiero organico e coerente, per quanto destrutturato e decomposto, dove le parole tendono a farsi cose: «quello che dico, te lo faccio (8,8):». E proprio Cose si chiama l’ultimo libro, quasi interamente inedito, della raccolta, quello forse appena sotto tono rispetto agli altri, per l’uso di un congegno creativo già più e più volte collaudato (rebus, acrostici, endecasillabi, iperversi...) dunque a tratti prevedibile. Eppure è qui uno dei componimenti più freschi dell’intero volume, perché, con un lessico ‘da chat’, il dialogo tra i due interlocutori, che si gridano il loro «silenzio muto», dà un volto all’incomunicabilità e alla solitudine relazionale odierna: «dopo due punti, ormai sono una sbarra / obliqua,  e metto, in mezzo, un meno (:-/)». Ruotando la pagina in senso orario di novanta gradi, i segni grafici – due punti, trattino, sbarra obliqua compresi tra parentesi – diventano un faccino con la smorfia che sembra dire: «boh?». Anche per una certa maneggevolezza emotiva immediata, ha questa poesia la suggestione del verso conclusivo, con la sua univocità silenziosa irreversibile. Occorre allora richiamare un gran testo polifonico, di alcuni anni prima, Requiem italiano. La voce è rotta, spezzata, interrotta, interpolata, reiteratamente; balbettano un disagio universale, insieme, tutti in una volta, Dante, Galileo, Michelangelo, Leonardo, il Newton di Foscolo, Leopardi... «nuovi generi: ci furono descritte: e nuove specie: e nasceranno: nuovi ordini: / e prego anch’io: cadesti: nuovi ordini delle cose: quiete: e un mondo nuovo:».

 

(Giuseppe Bertoni)

 

 


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