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“MASKED AND ANONYMOUS” (2003): DYLAN & IL CINEMA
di Alex R. Falzon

I. I paragrafi che seguono si prefiggono un duplice scopo: non solo di recensire il film Masked And Anonymous, in cui Bob Dylan, dopo circa 17 anni, recita una parte determinante (anche per via della colonna sonora stessa del film); ma di contestualizzare tale film all’interno dell’ormai lunga carriera cinematografica del cantautore statunitense. In altre parole, verrà delineata una breve cronistoria del rapporto che, a partire dagli anni ’60, ha legato Dylan al mondo dei Fratelli Lumière.
Anzi tutto, c’è da dire che ho visto Masked And Anonymous sul DVD inglese di recente uscita (arrivato dall’Inghilterra, dove il film, per l’appunto, è ‘passato’ solo in DVD e VHS, saltando quindi un’eventuale apparizione in sala); e temo che lo stesso destino gli spetterà anche in Italia: per cui dovremmo accontentarci di non vederlo mai sul grande schermo; e ciò è un vero peccato: perché ogni film che viene visionato sul piccolo schermo del video perde, inevitabilmente, non solo in spessore, ma anche in profondità. La colonna sonora, tuttavia, era già uscita da un anno (anche in Italia), in contemporanea con l’uscita del film negli Stati Uniti; avrò, comunque, occasione di tornarci sopra tra non molto.
I films di Dylan si dividono, in larga misura, in ‘musicali’ e ‘non-musicali’; ‘in larga misura’ perché Renaldo and Clara (1979; scritto e diretto da Dylan stesso) è un ibrido tra questi due generi.
I films ‘musicali’, poi, sono tutti dei documentari: o, se vogliamo, sono delle registrazioni live di memorabili concerti in cui Dylan ha partecipato; e qui penso a Concert for Bangla Desh (uscito nel 1972) che, in un certo senso, segna il suo grande ritorno sulle scene, dopo la sciatta performance del 1969 all’Isola di Wight, di cui si salva solo il brano Minstrel Boy (incluso poi sul doppio album,Self-Portrait, del 1970), dove un Dylan del tutto privo d’ironia, si domanda: «Who’s gonna throw this Minstrel Boy a dime?». Nel Concert for Bangla Desh (registrato al Madison Square Garden di New York, nell’agosto del 1971), Dylan, invece, accontenta i vecchi fans riproponendo canzoni dell’‘era della protesta’ (quali Blowin’ in the Wind oppure A Hard Rain’s A-Gonna Fall) che da tempo aveva tolto dalla propria scaletta.
Negli altri ‘film-concerto’ in cui appare – e cioè The Last Waltz e Hard Rain – egli svolge, rispettivamente, un ruolo ‘corale’ e ‘centrale’. In The Last Waltz (1977, diretto da Martin Scorsese e da molti considerato il miglior film musicale in assoluto), Dylan è solo uno dei tanti ospiti del concerto d’addio della Band (come Van Morrison, Dr. John, Neil Young, Muddy Waters, Joni Mitchell, eccetera), per quanto sia l’ospite finale; e canteranno insieme quei brani – davvero incandescenti – da I Don’t Believe You a Forever Young, passando attraverso l’estatica I Shall Be Released – che, negli anni, hanno vitalizzato la stretta colloborazione tra Dylan e The Band. Il film Hard Rain (1976), come si è detto, è dedicato interamente ad un concerto di Dylan, tratto dalla sua Rolling Thunder Revue (apparso poi anche su vinile, sempre nel 1976), e dove Dylan comincia stravolgere le canzoni classiche del suo repertorio (cosa che, oggi, fa abitualmente nel corso del Never Ending Tour, avviato nel lontano 1986, sconcertando i suoi fans di ‘primo pelo’): in questo caso, sto pensando ai gustosi, e nuovi, arrangiamenti di Maggie’s Farm<, nonché di Lay, Lady Lay. Da questa fortunata tournée è scaturito quel ‘diario di bordo’ (il Rolling Thunder Logbook, per l’appunto, del 1978), ad opera del grande drammaturgo Sam Shepard che, nel 1986, contribuì a scrivere, a quattro mani con Dylan, l’unico pezzo – davvero stupendo, lungo 17 strofe – dell’album Knocked Out Loaded (altrimenti trascurabile); Brownsville Girl non solo è una delle sue canzoni più belle degli anni ’80, ma è anche estremamente ‘cinematografica’ , con le sue molteplici allusioni al western di Henry King (The Gunfighter, del 1950, con Gregory Peck).
Sempre in questa categoria del ‘filmconcerto’ (con Dylan che vi occupa un posto centrale), si può annoverare Hard to Handle (1986; diretto da Gillian Armstrong) dove Dylan, in Australia, si esibisce insieme a Tom Petty e The Heartbreakers (e dove spiccano sia una In the Garden molto spirituale, potenzializzata dal coro femminile, ed una It’s Alright, Ma, I’m Only Bleeding dalla forte carica corrosiva, e dove lui ‘sputa’ fuori le parole con la raffica virulenta di una mitragliatrice impazzita). E poi, sempre in questo gruppo di films, non vanno tralasciate The 30th Anniversary Concert Celebration (1993; prodotto da Jeff Rosen) e, infine, MTV Unplugged (del 1994).
In The 30th Anniversary Concert Celebration, di nuovo al Madison Square Garden, un folto gruppo di musicisti ha reso tributo all’allora trentennale carriera di Dylan (che ha chiuso lui stesso la serata con una versione acustica di Girl From the North Country); la maggior parte degli artisti invitati, comunque, forse perché un po’ intimiditi dall’impressionante canzoniere di Dylan, si sono limitati a riprodurne delle covers senz’anima; per cui, in mezzo a tale ‘deserto’ creativo, hanno lasciato la propria impronta solo una manciata di essi: tra cui Lou Reed (la cui sardonica Foot of Pride sembra proprio un brano uscito dalla sua penna); Eddie Vedder e Mike McCready (che hanno cantato insieme la funerea Masters of War, con un ritmo così allucinato che, non a caso, ricordava quello di una campana suonata ‘a morto’); e poi bisogna menzionare l’intramontabile, ma sempre dinamico, Neil Young (in una trascinante versione di Just Like Tom Thumb’s Blues), senza tralasciare Johnny Winter (la cui performance di Highway 61 Revisited è pura dinamite che, per una volta, infonde gioia).
Infine, c’è MTV Unplugged (uscito su DVD solo quest’anno): si tratta di un concerto, registrato negli studios sulla East Coast della Sony, nel 1994: un concerto più che dignitoso (e che il New York Times giudicherà uno dei suoi migliori dagli anni ’60; ma il 1994 fu un ‘anno magico’ per tutto il Dylan live); grazie anche al batterista, Winston Watson, che mostra di avere un orecchio davvero infallibile per il ritmo, e che sa sempre come accentuare ogni brano con il suo proprio battito sanguigno. Tra i brani memorabili, si possono menzionare la sottovalutata Shooting Star, la magnifica Dignity (uno dei migliori pezzi dell’ultima produzione di Dylan), nonché una ipnotica Desolation Row (che avrà senz’altro suscitato più di un fantasma, soprattutto per chi, all’epoca, aveva più di quarant’anni).
I documentari ‘non-musicali’ centrati su Dylan: sono, essenzialmente, due: Don’t Look Back (diretto da D.A. Pennabaker) e Eat the Document (co-diretto da Pennabaker e da Dylan stesso), entrambi del 1967, ma filmati qualche anno prima e, quindi, con un Dylan eletrizzante ed in pieno ‘stato di grazia’. Don’t Look Back, girato in un bianco e nero sgranato, in sintonia con lo stile cinéma vérité voluto da Pennabaker, segue, insegue, e perseguita Dylan durante la sua tournée inglese del 1965 dentro e fuori i camerini dei teatri, le camere d’albergo, le sale dove incontra i giornalisti (e se li mangia), gli uffici dove si firmano i contratti, i taxi ed delle auto che lo portano ai concerti, in modo serrato e claustrofobico, registrando tutto e tutti, dimostrando – se non altro – l’enorme pressione a cui era sottoposto. I brani cantati in concerto (tra cui l’inebriante Gates of Eden, l’agghiacciante The Lonesome Death of Hattie Carroll, l’incantevole Love Minus Zero, eccetera, sono davvero troppo brevi; benché questo film contenga ciò che è senz’altro il primo video-clip della musica rock (di cui Dylan, all’epoca, andava tracciando la futura grammatica e sintassi): Subterrenean Homesick Blues. La breve canzone (che è un primo tentativo da parte di Dylan di fondere il folk al rock, unendo Chuck Berry a Woody Guthrie, e recentemente ripresa dai Red Hot Chili Peppers), si sente mentre, nel cortile dell’albergo Savoy londinese, sullo sfondo, Allen Ginsberg e Ringo Starr passeggiano da destra a sinistra e, in primo piano, Dylan regge, e poi lancia, dei cartelli contenenti le parole-chiave del testo, mostrate in sincronia con la loro apparizione nel brano.
Eat the Document, invece, doveva essere – nelle intenzioni di Dylan – una specie di ‘anti-Don’t Look Back’ (e ciò è implicito già nel titolo); cioè: doveva essere ‘in positivo’ ciò che l’altro film era ‘in negativo’, e doveva, perciò, lasciare più spazio alla creatività, all’inventiva e all’improvvisazione (in una serie di ‘scenette’ esistenziali e di ‘quadri’ surreali). Dylan volle, ed ottenne, il controllo assoluto del film ma, non essendo del tutto sicuro circa gli obiettivi finali, non ne rimase affatto soddisfatto; per cui, alla fine, il documentario venne mandato in onda una volta sola da una stazione televisiva newyorkese e, da allora, è sparito dalla circolazione.
Renaldo and Clara, scritto e diretto da Dylan stesso, venne presentato al festival cinematografico di Cannes del 1978 ed è, come ho scritto sopra, un incrocio tra il documentario ‘non-musicale’ e il ‘filmconcerto’: in quanto alterna riprese – effettuate nel 1977, durante la tournée con la Rolling Thunder Revue – con l’aggiunta di parti ‘narrative’ e ‘sceneggiate’ (in altri termini: si tratta della tentata realizzazione degli intenti – allora mancati – insiti in Eat the Document). Il film, che originariamente durava più di quattro ore, venne stroncato ovunque, anche se Paul Williams – uno dei critici più autorevoli di Dylan – lo chiama (in Bob Dylan: Watching the River Flow, del 1996), un grandioso film epico incompreso, volutamente non-lineare ed enigmatico, il cui stile ‘decostruzionista’ era un po’ in anticipo rispetto ai tempi. Teniamo Renaldo and Clara a mente, perché, tra non molto, ci aiuterà a capire meglio Masked And Anonymous, che ne è l’odierna re-incarnazione.


II. Il ‘Dylan-attore’ (il che, di per sé, è già abbastanza ossimorico, in quanto lui, comunque, si porta sempre addosso le molteplici maschere sfuggenti che ruotano attorno al suo nome ‘Dylan’, esso stesso – in origine – uno pseudonimo), si focalizza attorno a tre films: Pat Garret and Billy the Kid (1973; diretto dal grande, ed eccentrico, Sam Peckinpah), la cui melanconica colonna sonora si deve interamente a Dylan (è qui che appare, per la prima volta, quell’indimenticabile spiritual che è Knockin’ on Heaven’s Door); e poi Hearts of Fire (1987; diretto da Richard Marquand, e la cui colonna sonora solo in parte è di Dylan); e, infine, il già rammentato Masked And Anonymous (2003; diretto da Larry Charles, un cineasta indipendente e svincolato dall’ideologia meretrice di Hollywood).
A dire il vero, la carriera di ‘Dylan-attore’ ebbe inizio con un vero e proprio fuoco d’artficio, negli anni ’60, allorquando, bazzicando fugacemente la Factory newyorkese di Andy Warhol, andò a finire in uno dei suoi films muti sperimentali (Fifty Fantastics, conosciuto anche con il titolo Fifty Personalities, girato tra il 1964 e il 1965). Anzi, già nel 1963, Dylan era apparso, con una breve parte (da ‘ribelle incompreso’) sulla televisione inglese, in un testo teatrale, Madhouse on Castle Street (con David Warren, quello di Morgan matto da legare,1966), trasmesso dalla BBC, e nei cui titoli figurava la sua Blowin’ in the wind, allora fresca di composizione; la pellicola, purtroppo, è stata, nel frattempo, distrutta.
In Pat Garrett e Billy the Kid, uno dei tanti films western in cui Peckinpah mette a nudo i miti della frontiera, Dylan ebbe una parte tanto breve quanto intensa: quella dell’emblematico ‘Alias’ (anche se il nome, e il personaggio, figuravano già nel romanzo di Rudy Wurlitzer da cui fu tratto il film), in cui, alla fin fine, grazie alla sua recitazione nervosa e scattante, Dylan se la cavò piuttosto bene, suscitando il plauso della critica, nonché dei fans. Ma fu il film stesso a non farcela affatto, perché il produttore (Gordon Carroll, che non aveva fiducia in quella ‘testa-matta’ che per lui era Peckinpah), glielo massacrò: eseguendo un altro montaggio che, tra l’altro, aveva riarrangiato la colonna sonora, scartando – in tal processo – brani già scritti (come la tutt’oggi inedita Goodbye Holly) oppure introducendoli in sequenze che Dylan non aveva previsto creando, così, delle ‘atmosfere’ sonore ben diverse da quelle anticipate. Se non altro, Dylan imparò una dura lezione da questo film, da lui successivamente messa in pratica per il suo Renaldo and Clara: ovvero, che a Hollywood è impossibile realizzare un film creativo e che, se vuoi fare a modo tuo, devi controllarne ogni minimo elemento: dalla casa di produzione alla distribuzione.
Il prossimo film con Dylan, questa volta protagonista, Hearts of Fire, si rivelò essere un vero fiasco su tutti i fronti, incluso quello della colonna sonora (con soli due brani scritti da lui; e non tra i suoi migliori). Il film di Marquand – regista di Guerre Stellari – venne girato in Inghilterra e qui Dylan interpreta la parte di una cinica ex-rockstar che si contende l’amore di una aspirante cantante (‘impersonificata’, si fa per dire, dall’insipida Fiona Flanagan), gareggiando con una moderna rockstar (interpretata dall’altrettanto scialbo Rupert Everett); il film sparì subito dalla circolazione e non venne nemmeno distrubuito negli U.S.A., se non nel mercato degli home videos, nel 1990. L’unica cosa buona che sortì dal soggiorno inglese di Dylan, fu la realizzazione di un documentario, di 50 minuti, Getting to Dylan (1987), diretto da Christopher Sykes per la BBC, il cui pezzo forte fu l’intervista filmata di 25 minuti, nel corso della quale il cantante affronta serenamente il tema della propria fama ed iconografia.
Tra gli anni ’80 e ’90, Dylan ha anche partecipato alla produzione di una dozzina di video-clips per promuovere i suoi nuovi album (a partire da Sweetheart Like You, realizzato nel 1983); ma, poiché ha sempre collaborato a malincuore a questi progetti – proprio lui che, come abbiamo visto prima, aveva creato questo genere con Subterrenean Homesick Blues – non merita soffermarvici sopra più di tanto.


III. Il rapporto tra Dylan ed il pubblico si può ormai riassumere seguendo questa ‘fisionomia’ tripartita: 1) innanzitutto, ci sono i ‘non-fans’: cioè coloro che lo ritengono un cantante sorpassato e non capiscono come mai venga considerato da alcuni come una leggenda vivente; 2) poi ci sono i ‘dylanisti’, ovvero coloro che hanno comprato molti suoi albums e che hanno partecipato anche a qualche suo concerto; e, infine, 3) ci sono i ‘dylaniati’: cioè coloro che ne possiedono l’intera discografia (ufficiale e pirata) e che collezionano ogni concerto, libro, filmato e souvenir che lo riguarda (scambiandoseli sul web, dove viene chiamato His Bobness).
Ebbene, il DVD Masked And Anonymous piacerà moltissimo ai ‘dylaniati’, poco ai ‘dylanisti’ e per niente ai ‘nonfans’ (i quali, comunque, non sono neanche consapevoli della sua uscita). Il film, sin dalla sua premiére al Sundance Festival del gennaio del 2003, quando metà della sala si svuotò, ha attratto soprattutto critiche negative che si sono tutte concentrate sul fatto che si tratta di un enorme vanity trip (o ‘viaggio’ egocentrico e narcisista) da parte di Dylan, che ne ha scritto la sceneggiatura originale, insieme al regista (anche se, nei titoli, il suo contributo appare sotto il duplice pseudonimo di ‘Rene Fontaine e di Sergei Petrov’). Ebbene, in un certo senso, tutto ciò era forse inevitabile: con questo voglio dire che qualsiasi film che contenga una personalità forte, originale e geniale (come quella di un Dylan o, poniamo, di un Orson Welles, Carmelo Bene o Federico Fellini), non può non trasparire da ogni fotogramma del prodotto finale; e Masked And Anonymous, in effetti, ci offre la visione – anche politica – che Dylan ha della società contemporanea (e, per ciò, ne siamo grati).
La colonna sonora, come ora esplicherò, non vi svolge una parte meramente decorativa e superflua, bensì un ruolo primario e utilissimo alla comprensione stessa della pellicola. Poco tempo prima che Dylan venisse coinvolto nel suo primo, vero, intervento cinematografico (mi riferisco a Don’t Look Back), gli fu chiesto, nel corso di un’intervista, se prevedeva mai di recitare in un film e, alla sua risposta positiva, gli fu domandato di che cosa si sarebbe trattato; allora, Dylan rispose che tale film sarebbe stato, semplicemente, "una lunga canzone". Ebbene, ecco che cos’è, in nuce, Masked And Anonymous: per i ‘dylaniati’, questo DVD sarà come abitare all’interno dell’universo canoro di Dylan per l’arco di circa due ore. Tuttavia, fuor di metafora, ciò è vero anche ad un livello letterale: e ciò succede perché la trama del film si dipana, ed ‘illustra’ (se vogliamo), principalmente, tre canzoni di Dylan (che appaiono anche nel film), e sono: Senor (Tales of Yankee Power) (1978; per via del fatto che gli Stati Uniti, nel film, sono governati da una dittatura militare d’origine ispano-americana mentre il paese, stremato, è anche lacerato internamente da una guerra civile); e poi Drifter’s Escape (1968; per via del personaggio elusivo, Jack Fate (!), recitato da Dylan, che sta ai margini della Legge); e, infine, Down in the Flood (1971; per via del tono apocalittico, da imminente Giudizio Finale, che pervade tutto il film). In altre parole, Masked And Anonymous, che è altamente autobiografico, è l’erede diretto sia di Eat the Document (1967) che di Renaldo and Clara (1979), da cui riprende molti stilemi e ‘situazioni’ di fondo (e ciò spiega anche l’utilizzo, da parte di Dylan, di un regista ‘indipendente’ come Larry Charles, non legato agli schemi tradizionali hollywoodiani). Se non altro, il DVD merita di esser visto non solo per quel Dylan granitico ed impassibile (il testimone degli Ultimi Giorni), ma per quel folto gruppo di attori davvero eccezionali (che hanno accettato di partecipare per una ricompensa ‘simbolica’): da Jessica Lange a John Goodman, da Jeff Bridges a Penelope Cruz, e da Mickey Rourke a Bruce Dern; e poi: Ed Harris, Val Kilmer, Chistian Slater, Chriss Penn, eccetera, eccetera, che appaiono fugacemente, spesso in ruoli comici, e che lasciano tutti la propria impronta indelebile. Dunque – e qui bisogna davvero essere dei ‘dylaniati’ patentati per poter cogliere questo aspetto del film – tutti questi personaggi (sia quelli ‘cattivi’ che quelli ‘buoni’) contengono un elemento (sia positivo che negativo) relativo alla vita, alla filosofia, nonché all’arte di Dylan e, come in un gigantesco puzzle, spetta allo spettatore, che ne fa parte integrante, ricollegare tutti i vari pezzi; tuttavia, il film solleva una moltitudine di domande che, volutamente, non trovano una immediata risposta.
Masked And Anonymous è un film inquietante ed intrigante e, talvolta, lo ammetto, può esasperare chi ‘dylaniato’ proprio non è (né vuole esserlo). Mi ha ricordato la Cinico TV di Ciprì e Maresco: ma solo, ed unicamente, perché il film di Dylan, come i loro corti, raffigura un paesaggio desolato, ‘guasto’ e per niente organico; in ambedue i casi, non solo troviamo che Dio è morto, ma lo è anche l’Uomo, del tutto alienato e degradato, ridotto ad un oggetto tra gli oggetti (non a caso, è la frase: "This God-forsaken country " ‘Questa nazione dimenticata da Dio’ quella che udiamo, in voice-over, all’inizio del film). Vorrei chiudere queste riflessioni su Dylan e il cinema riportando due notizie: la prima riguarda Martin Scorsese (che aveva incluso Like a Rolling Stone nella colonna sonora del suo episodio in New York Stories, del 1989), il quale sta progettando una biografia filmata su Dylan, facendo ampio uso di materiale filmico già esistente, e che percorrerà la vita dell’artista fino all’uscita dell’album Blonde on Blonde (il primo doppio LP nella storia del rock, lì dove Dylan porta al culmine la sua ricerca di un suono ‘sottile e mercuriale’ e che, forse, è il suo capolavoro assoluto). Dylan ha accettato di farsi intervistare nel corso della lavorazione di questo documentario di Scorsese, la cui uscita è prevista per il 2005.
L’altra notizia riguarda Todd Haynes (il regista di Velvet Goldmine, 1998) che sta lavorando su I’m Not There: Suppositions On A Film Concerning Dylan. Dylan gli ha concesso di utilizzare la sua musica per la colonna sonora, ma non vi apparirà personalmente; anche perché il ‘personaggio’ di Dylan verrà interpretato da ben sette persone diverse (tra cui un bambino e una donna). I’m not there, come ogni ‘dylaniato’ ben sa, si riferisce a quel brano, per ora inedito (anche se è tra i bootlegs più ricercati di Dylan), tratto dalle sessioni musicali che Dylan fece con The Band nel 1968, a Woodstock, sfociando nei cosiddetti Basement Tapes (di cui solo un quarto è affiorato ‘ufficialmente’). I’m not there è un capolavoro imperdibile (ma già quel genio perverso di Dylan ci aveva negato, fino a tempi assai recenti, altre magnifiche sue canzoni quali Blind William McTell, Angelina, Series of Dreams e la già rammentata Dignity). Chissà, forse il film di Todd Haynes lo convincerà finalmente a pubblicare ‘ufficialmente’ le intere registrazioni dei Basement Tapes (magari ripulite e in ordine)?

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