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La veglia di Venere. Pervigilium Veneris, introduzione, traduzione e note di ANDREA CUCCHIARELLI (BUR Classici Greci e Latini), Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2003, pp. 167, € 10,00.

Una festa notturna primaverile in onore di Venere, celebrata ad Ibla in Sicilia, costituisce lo spunto di questo componimento di 93 versi, articolati in dieci strofe di disuguale lunghezza, che descrivono le manifestazioni della potenza della dea, simbolo della forza generatrice che in primavera spinge il cosmo alla riproduzione e al rinnovamento. Tramandatoci anonimo in quell’ampia silloge poetica composta in ambiente africano intorno al VI sec., che va sotto il nome di Anthologia Latina, il Pervigilium Veneris (= PV) costituisce di tale raccolta il brano forse più famoso. Dietro il tono volutamente ‘popolare’ conferito da un’apparente facilità di scrittura, dall’adozione di un metro quale il tetrametro trocaico catalettico (il versus quadratus dei carmi trionfali) e dalla scansione strofica con ritornello (cras amet qui numquam amavit, quique amavit cras amet), vi si cela una poesia raffinata e complessa, di un fascino particolarissimo, che ha assicurato al poemetto fortuna autonoma e costante a partire dalla sua riscoperta in ambito umanistico. Con questa nuova edizione Andrea Cucchiarelli (= C.) consegna al XXI secolo la meritata fama di un componimento più volte pubblicato, tradotto e commentato nel corso del secolo appena trascorso (l’ultima precedente edizione è quella a cura di C. Formicola, Napoli 1998), ma ci offre insieme qualcosa di nuovo: la non facile ed assai pregevole capacità di conciliare un’interpretazione filologico-letteraria di serio livello scientifico con l’agilità e la chiarezza di una presentazione che si rivolge – com’è nella tradizione della collana – a un più vasto pubblico di lettori, cui restano tuttora largamente ignoti i prodotti poetici della tarda antichità1. Il bel saggio introduttivo (La dea, il poeta, la città muta, pp. 7-17) pone subito in primo piano il paradosso e l’affascinante ambiguità del PV: "Il carme di Venere si chiude con un improvviso cambio di rotta. Alla iterata felicità del domani (cras), alla forza della dea che sommuove e vivifica, segue, assolutamente inattesa, la dimensione personale della solitudine e del dolore... Sembra che l’innestarsi della individualità, su di una fantasia corale di vergini e ninfe, abbia dovuto accendere una incontenibile forza distruttiva " (p. 7). Ciò che, infatti, ha più colpito e colpisce nel componimento è questa singolare escursione dalla gioia per la rinascita del cosmo, pervaso in primavera dalla potenza di Venere, dalla felicità che appartiene al domani (e agli ‘altri’), al sentimento del dolore individuale del poeta, che appartiene all’oggi, espresso nell’enigmatica chiusa: Illa cantat, nos tacemus. Quando ver venit meum? / Quando faciam uti chelidon, ut tacere desinam? / Perdidi Musam tacendo nec me Phoebus respicit (vv. 89-91). A chiarire questa "irruzione disvelante dell’io" (p. 15) e la costruzione dell’intero componimento come "una specie di trappola emotiva" (p. 7), concorrono i diversi aspetti esaminati da C.: la ‘poetica dell’immedesimazione’, che sfrutta le diverse suggestioni poetiche (ma anche mitologiche, filosofiche, storiche) come mezzi di coinvolgimento emotivo, in una costante tensione tra tradizione e ricerca sperimentale, che rende difficile l’appartenenza del PV a un genere definito (epitalamio, inno?); il contesto culturale da cui nasce e il pubblico cui si rivolge il PV (si parla di ‘marginalità’, pensando all’Africa del IV sec.); la dialettica tra ‘disordine’, su cui poneva fortemente l’accento Marchesi (vd. p. 54), e la ricerca di equilibrio. Aspetti, la cui definizione è resa ardua dal complesso problema di datazione – e, in subordine, di attribuzione – che viene ampiamente discusso nella Premessa al testo (pp. 19-49), insieme alle caratteristiche linguistiche, stilistiche, metriche e di struttura del componimento, alla presenza in esso di modelli poetici e filosofici, da cui non si può ovviamente prescindere anche ai fini della collocazione cronologica del testo, errabondo tra II e V secolo d.C. (senza dimenticare l’attribuzione a Catullo da parte dei primi scopritori). Completano la Premessa i capitoli che informano sull’occasione – la festa in onore di Venere -, sulla tradizione manoscritta e sul Fortleben del carme. Secondo l’uso della collana, la parte introduttiva si conclude con una Breve antologia della critica (con contributi che vanno da Voltaire al 1998) e una ricca e aggiornata Bibliografia (pp. 51-72). Per quanto riguarda la datazione, C. si focalizza su due secoli, il II e il IV, che si presentano come il contesto culturalmente più adatto alla collocazione del PV. La preferenza accordata al IV secolo – senza tuttavia spingersi ad accogliere la proposta, pur autorevole e per alcuni risolutiva, di identificare l’autore in Tiberiano – è in linea con la tendenza predominante della critica odierna, che vede nell’impiego del tetrametro trocaico (adottato proprio in questo periodo in composizioni di maggior impegno), negli elementi linguistici tardi, nell’interesse per la poesia argentea (si riscontrano riecheggiamenti di Calpurnio Siculo e Stazio) elementi decisivi per una datazione tarda. A mio avviso, comunque, la questione è tutt’altro che chiusa e proprio le interessanti osservazioni sull’intenzionalità e sul significato stilistico dell’uso di de + abl. – un vero e proprio ‘stilema’ per ottenere effetti di immediatezza e spontaneità, corrispondenti alla forma non-classica del tetrametro (p. 27 ss.) – sottolineano quella tendenza a uno sperimentalismo metrico-linguistico, che trova ampio e convincente riscontro nei poetae novelli: al preziosismo lessicale, che annovera grecismi, termini rari, tecnicismi filosofici (della dottrina stoico-pneumatistica), si associa la ricercata esibizione di modi popolareschi nel lessico, nella sintassi e nel metro; il trattamento del tetrametro trocaico lascia sempre percepire l’autonomia ritmica dei due emistichi, scomponendo il verso lungo in due versiculi (vd. Sept. Ser. fr. 6), e d’altra parte tende a non far coincidere l’accento ritmico con quello di parola (come invece è nell’Amnis di Tiberiano); tra i modelli fondamentali troviamo, accanto a Virgilio e Lucrezio, Catullo, presente sia nella dimensione oggettiva dell’epitalamio, da cui è ripreso tra l’altro l’uso del ritornello, che in quella soggettiva del poeta d’amore escluso dall’amore. Anche l’emergere malinconico e sentimentale dell’‘io’ nella chiusa potrebbe trovare significativo riscontro nell’analoga sensibilità espressa da Adriano nell’apostrofe alla propria animula; e la destinazione del carme – che difficilmente poteva essere riservato a una esecuzione collettivo-liturgica, vista la chiusa personale (giustamente C. pensa piuttosto a una lettura pubblica per un uditorio scelto, p. 41 s.) – presuppone comunque un pubblico amante di quei festival e riti religiosi campestri che fanno da scenario alle figure e ai versi un Anniano o di un Sereno. Dunque, la consonanza con la poesia novella è tale che, anche ammettendo una cronologia più tarda, si dovrebbe considerare il PV come prova d’un postumo e perdurante influsso del novellismo2 (d’altra parte per Settimio Sereno e Avito non sono mancate ipotesi di datazione al IIIII secolo e proprio il confronto con i tetrametri trocaici dell’Amnis di Tiberiano porta a considerare il PV precedente a questo autore).
Il testo seguito da C. è quello di Shackleton Bailey (Stutgardiae 1982), da cui tuttavia si discosta in nove casi (vd. Tavola comparativa, p. 73) con scelte oculate e tendenzialmente conservatrici, ampiamente argomentate nel ricco commento che occupa quasi metà dell’intero volume (pp. 87-151) e costituisce una novità per la collana, finora caratterizzata da brevi note a pie’ di pagina del testo. Giustamente al v. 11 – uno dei luoghi più problematici dell’intero carme – C. rinuncia al pesante intervento de marinis fluctibus, optando con i più per il lieve ritocco de marinis imbribus del tràdito e fortemente sospetto de maritis imbribus (già incontrato al v. 4), per quanto marinis del Rivinus non sia del tutto esente dal sospetto di congettura normalizzante con ripresa appena variata, e perciò poeticamente non molto efficace, rispetto alla clausola del v. 4. Al testo tràdito si torna anche con floribus del v. 13, dopo il largo consenso decretato dagli editori alla congettura del Rigler floridis (da riferirsi a gemmis), interpretato sulla scia di Bernardi Perini come concettosa distinzione tra l’imporporarsi delle gemme e l’azione di Venere che le fa sbocciare in fiori (vd. trad. "Essa l’anno, che si imporpora di gemme, colora di fiori"): valide le argomentazioni a sostegno della scelta (vd. p. 101), anche se in favore di floridis resta molto forte e attraente il confronto con Apul. met. 10.29.2 ver... iam gemmulis floridis cuncta depingeret et iam purpureo nitore prata vestiret. Diversamente da Shackleton Bailey che espunge il verso 58 senza rinunciare alla correzione recentibus, metodologicamente corretto è il mantenimento del tràdito rigentibus(del resto suffragato dal confronto con Tiberian. carm. 1.11) in un verso che è verosimilmente privo del suo contesto originale, se, sulla base delle convincenti considerazioni strutturali addotte da C. (p. 125 s.), si opta per l’ipotesi della lacuna. D’accordo invece con Shackleton Bailey, C. accoglie nel tormentatissimo v. 74 della strofe storica la brillante congettura di Cameron parem, per il quale è facile supporre una precoce corruzione in patrem, da cui l’incomprensibile matrem dei codici.
La traduzione riproduce con versi liberi i versi dell’originale, cercando di rispettare la pressoché costante coincidenza ‘frase-verso’, nonché di rendere il singolare impasto di livelli dotti e popolareschi. Particolare attenzione è rivolta alla resa dell’esibito ‘popolarismo’ del ritmo con le sue ripetizioni e il gioco delle anafore: vd. e.g. "Domani ami chi mai ha amato, e chi ha amato domani ami. Nuova primavera, è primavera ormai di canti: in primavera il mondo nacque, / in primavera concordano gli amori, in primavera si sposano gli uccelli / e la selva scioglie la chioma alle feconde piogge." (vv. 1-4); "gli è stato comandato di andare inerme, di andare spoglio gli è stato comandato" (v. 32, più efficace di traduzioni più sintetiche come quella e.g. di Carbonetto "gli è stato ordinato di andare inerme / di andare nudo"). Particolarmente elegante la resa del non facile v. 18: "precipite la stilla si trattiene dal cadere, piccolo cerchio", dove lo spostamento in fine di verso, dopo la pausa, dà forza al nesso orbe parvo. Al v. 89 la forte contrapposizione tra la gioia che precede e la malinconica chiusa è sottolineata eliminando il verbo nelle due proposizioni che riguardano la sfera individuale del poeta: "lei canta, a noi il silenzio: a quando la mia primavera?". Difficilissima la resa della strofa filosofica, dove si apprezza soprattutto il tentativo di tradurre con precisione non priva di eleganza la terminologia stoica: "La stessa dea le vene e la mente con pervasivo spirito / dall’interno governa, procreatrice dalle occulte forze. / ... infiltra la sua forza penetrante, nei sentieri generativi, / e così volle che il mondo imparasse le vie del nascere" (vv. 63-67). Completa il volume un’appendice che raccoglie importanti componimenti tardoantichi sulla rosa, per lo più anonimi e tutti provenienti dall’Anthologia Latina, alcuni dei quali tradotti per la prima volta in italiano. "Le poesie della rosa" (testo e traduzione, senza commento, pp. 155-165) si collegano da un lato alla terza strofa del PV, dedicata appunto al fiore di Venere, dall’altro ci mostrano la diffusione di questo tema che, particolarmente suggestivo e ricco di implicazioni simboliche, dall’epoca tardoantica passerà nella letteratura europea di tutti i tempi: fortuna e vitalità di un motivo che i due esergo di Lorenzo de’ Medici e di Pasolini ben sintetizzano (p. 155). I componimenti insistono soprattutto sull’origine e la caducità della rosa, come simbolo della brevità della vita e soprattutto della bellezza; tuttavia, non mancano riscontri sull’attraente ambiguità ‘rosa-fanciulla’ che è centrale nella suddetta strofa del PV, dove attraverso una ricercata insistenza di allusioni erotiche, la rosa ritrova il significato simbolico di flos virginitatis, che è motivo epitalamico di ascendenza catulliana (cfr. comm. p. 100 con rinvio a Catull. 62.39-47).
Concludendo, l’edizione di C. è un lavoro completo che, senza mai rinunciare a un notevole rigore scientifico, rende fruibile a un pubblico di lettori colti – ma non necessariamente filologi classici – un testo fondamentale della poesia latina tarda, affrontando da un lato con chiarezza espositiva e ottime capacità di sintesi spinosi problemi testuali ed esegetici, dall’altro offrendo una interpretazione personale e un’ampia inquadratura storico-letteraria del carme. Sicuramente un’edizione che può piacere grammaticis... ut sine grammaticis.
Silvia Mattiacci

1 Tra i tentativi di divulgazione della poesia tardo-antica, si ricordi il volumetto Poeti latini della decadenza, a cura di C. Carena, Torino 1988, un’antologia che va dall’imperatore Adriano a Draconzio e comprende (ma solo in forma parziale) anche il PV. 2 Così G. Bernardi Perini, Il Mincio in Arcadia. Scritti di filologia e letteratura latina, a cura di A. Cavarzere e E. Pianezzola, Bologna 2001, p. 364. Lo studioso, che ha dedicato al PV diversi contributi ora raccolti nel suddetto volume, riconosce nel poemetto una forte componente stoica e pneumatistica, difficilmente pensabile oltre il II secolo, cioè in tempi di dominio neoplatonico (vd. in partic. p. 381 ss.).

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