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IWAN LLWYD, Da Bangor a Bangor: il viaggio di un bardo (a.c. di A. LLION), Faenza, Moby Dick 2003, € 10,00.
PETER DE VILLE, Open Eye, Cirencester, Tuba Press 2003, £ 6.00.

Iwan Llwyd è nato a Carno, nel Galles, nel 1957; si è laureato in gallese all’University of Wales di Aberystwyth ed è in gallese che ha scritto le sue raccolte più importanti: da Sonedau Bore Sadwrn (‘Sonetti del sabato mattino’, del 1981) a Owain Glyn Dwr (scritto con Gillian Clarke, del 2000), di cui i traduttori Andrea Bianchi e Silvana Siviero, in Da Bangor a Bangor, ci offrono un’ampia selezione (complessivamente 22 componimenti assai rappresentativi).
Iwan Llwyd viene considerato dalla critica come il poeta gallese più importante della sua generazione e con Dan Ddylanwad (‘Come ubriaco’ del 1997) ha vinto il Welsh Arts Council Book of the Year Award, mentre nel 1990 ha ottenuto la ‘corona’ al National Eisteddfod con Gwereichion (‘Scintille’). Oltre ad essere lui stesso un traduttore, saggista e librettista, è anche il bassista-cantautore in ben due bands gallesi e, perciò, non sorprende constatare come, nelle sue lyrics, egli riproponga tradizioni medievali gallesi commiste a suggestioni attinte dal rock and roll e dal blues (come nella laconica Far Rockway, dove si legge che «ti porterò a Far Rockaway, / Far Rockaway, / nome che accenna un motivo alla chitarra / nella mia testa»; oppure nella spiritata Route 66 dove, nel descrivere quell’autostrada che attraversa gli Stati Uniti da ovest ad est, scrive che «il viaggio stesso diventò un sogno, / di cadillac e chevrolet, / di notti sveglie in motel polverosi, / di Chuck Berry e Jerry Lee / di cherry pie e burro a colazione»; oppure si prenda l’altrettanto sincopata Come ubriaco, dove questa volta descrive gli U.S.A. come la «terra di opportunità e California e strade di Filadelfia, / terra della dea della televisione e di Hollywood e di alleluia, / terra di Bob Dylan e Dylan Thomas, terra dell’esilio del poeta».
Come già annuncia il titolo stesso della raccolta, Da Bangor a Bangor: il viaggio di un bardo, Iwan Llwyd, simile in ciò ai bardi di una volta, ama molto spostarsi, sia nei territori celtici nativi ed irlandesi, sia nel continente del Nord e Sud America, visitando indios e indiani ma, soprattutto, andando alla ricerca dei compatrioti esiliati, come dimostra nelle poesie Gallesi di Filadelfia oppure in Elogio dei fratelli Bod Iwan, trattando questa volta i gallesi emigrati in Patagonia.
Adel Llion, tuttavia, ci ricorda, nella prefazione che Iwan Llwyd è un «bardo celtico» solo «se per bardo (parola abusata dai romantici) intendiamo poeta politico, poeta al servizio della comunità, sensibile ai miti e leggende, credente nella magia della parola e nel valore dell’arte». Tutto ciò trova una conferma in poesie come Posso essere un indiano, mamma?, Il Cristo di Capocabana, Certo che puoi farmi una domanda personale e Guerra e pace (dove il poeta ricorre sia ai versi liberi che alla metrica più tradizionale). I traduttori, comunque, hanno ‘trasposto’ le poesie non dal gallese originario, bensì dalle versioni inglesi che sono apparse nel frattempo (e molte delle quali sono ad opera dello stesso Iwan LLwyd); per cui, forse, era meglio avere il testo inglese a fronte, piuttosto che quello gallese, di cui le traduzioni in italiano sono il riflesso di un riflesso, per quanto sincero.

Quella di Peter De Ville (in Open Eye, 2003) è un’opera prima che si annuncia come una raccolta davvero impressionante e gustosa, per via dell’uso, spesso ludico ed incisivo, a cui il poeta sottopone costantemente il linguaggio; per cui, non sorprende scoprire che uno dei suoi poeti preferiti sia proprio Byron (ma non tanto nell’ascendenza romantica, quanto in quella ‘settecentesca’ che aveva fatto del poeta un critico acuto delle mode e dei modi allora imperanti). Con Byron, De Ville condivide, soprattutto, quell’open eye (insito a partire dal titolo stesso della raccolta) che è altrettanto ‘aperto’, e alquanto sferzante.
Nella raccolta, troviamo tale vena, per esempio, in Academics: English Honours, nel suo sardonico ritratto del mondo accademico (a cui De Ville pur appartiene); oppure nell’agro-dolce Dad in Italy dove, con sottile arguzia, mette a confronto la cultura anglo-sassone con quella italiana. Ma l’influsso byroniano è presente nello spirito narrativo, nel tono di voce, prettamente fabulista, che attraversa un gran numero di queste poesie: come la toccante Contamination (ambientata in un cimitero ebraico) oppure nella spendida Arnold Bennet’s Days che chiude degnamente la raccolta e che sa riproporre, con dovizia di dettagli pertinenti, il clima ‘gentile’ di un uomo di lettere agli inizi del ventesimo secolo, in una serie di ‘vignette’ che ne restituiscono le aspirazioni e i timori (non a caso, la poesia si apre con la descrizione di un funerale che è il ‘correlativo oggettivo’ di quell’epoca ormai votata al tramonto): «On Wednesday afternoon to Burslem where / the mater was reported seriously gone. / Saw her at 8, alone for half an hour. Looked very small, the hollow of the pillows / Made her so...».
Oppure, si prenda la presentazione sogghignante di una cerimonia in sotto-tono che ha luogo in una chiesetta di campagna, Old Brave World Revisited: at Southwell, dove il gusto per l’aneddoto si confonde con quello per la ‘resa’ clinica del rito sociale in atto: «Acorn and vine, some chub-faced peasants / and gap-toothed wives cheeking us with tongues / and pig-faced men and men-faced pigs, / Roger Rabbit, Talking Heads and Disney / Trinity, eight centuries ago».
Peter De Ville, come si sarà arguito, ha una grande immaginazione icastica, che si traduce felicemente nella continua creazione di tutta una serie di immagini vivide e scintillanti, che rimangono impresse nella memoria. Moltissime di queste poesie, in effetti, richiedono più di una lettura, onde permetter loro di sprigionare tutti gli aromi, e tutti gli umori, sotterranei di cui sono intessute: per esempio, si prenda At Paraggi, dove si avverte un’aria minacciosa mentre soffia in un villaggio ligure di pescatori; oppure l’incipitaria Summer Song che è un inno sensuale alla Natura risvegliata dal sole e dove De Ville ‘ricama’ anche il tessuto fonico dei versi, ricorrendo sagacemente sia all’alliterazione che all’onomatopea: «The sun begins its long summer swipe; / geraniums shiver, hallucinating blood against the green; / ants tickle-tickle at the knucklebones of trees; / varicose veins, ivy suckers pension off their hosts...»
Peter De Ville, con questa promettente raccolta, dimostra di possedere un maturo talento poetico, pieno di inventiva e di grazia; e tutto ciò non può che essere di buon augurio per le sue prossime ‘prove’ liriche.

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Addio ad Hasan Atiya al-Nassar

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