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Elisabetta Santini

(selezione del XXIII Corso di Scrittura Creativa
a cura di Niccolò Scaffai)


da Il melograno all’angolo del mare

 

Come vorrei imparare dal fiore, dal ramo
dal ragno che tesse il suo lenzuolo,
dalla polvere che danza
dagli stormi nel cielo in perfetta geometria di volo
fino alla festa, all’intesa che non crolla intorno a un suono

che stride, a una mancanza.
Vorrei imparare da tutto ciò che tace e rassicura.
Una partitura di sereno e di luce, ora.

*

La terra ci contiene, ci tiene,
è un osso, un giaciglio, gheriglio di noce
che cova nell’incastro del cielo,
nel nido del tempo che scioglie montagne,
l’impasto che cresce
e che ora è solo ore a manciate,
non siamo mai nati, rubate le sere,
noi non siamo mai stati,
le nostre parole sono fatte del mondo,
discorsi di carne di sonno
di disfatte preghiere.
Il sogno nel sonno, come rosa d’altare.

*

Sono stasera latte versato dalla brocca
legno scolpito nel buio dai tarli nei rifugi,
bello è dirsi domani farò quello che posso, l’agire
come martello nella camera ardente del dolore.
La salvezza, scaglie di sapone da spalmare

nell’incavo delle mani,
candele accese a tutte le intemperie.
Sulla testa il velo per lo sposalizio segreto con la terra
vangata aperta, cassa di risonanza oltre le dita.
E nella culla nell’eco denso il sangue,
lo schedario delle ossa, la volta chiusa del costato,
un filo di pietà che non demorde,
lacrime sporche a sassi e pietre fitte, e il corpo
che declina a un futuro senza sosta, lui perenne nel tracciato.
Trascina, mai stanco, sferra sempre un nuovo attacco,
ci abita come albero rifugio degli uccelli per la notte,
e là, nell’eco di tutti gli alfabeti disarmanti
la bellezza che rende inaccessibili, ma vivi.
Legati con filamenti lunghi a un riverbero
stellato, che per un attimo ci abita gemello interamente.
Una rosa si dipana da millenni, rompe la gravità
in bocche grandi, aperte alle colonne d’aria
che ci nutrono dal profondo.
E in me scorrono di latte fondamenta
silenziose, linfa materna così densa da non cercarmi
altrove, ma solo con parole
sparse ad arte, dentro la corazza troppo umana
stesa ad asciugare.

*

Piovono bocconi-cancrena sulla bocca,
i nomi, un nome per ognuno,
un occhio-cuore, una testa-farfalla,
un sorriso-bosco, una bocca-corolla,
e ora solo un rigo di cenere
a macchiare l’aria a bussola dei corpi.

La bocca che diceva sì, il cesto di ossa stellate delle mani,
le orme di mille strade alle ginocchia.
Cerchi di grano questi nomi, partoriti da particelle di luce
antiche, da tutti i secoli di polvere e sudore salvate dentro le cose,
come un grazie che giace alla fine inascoltato.
Il solo vitalizio che ci può salvare.
Non io che vivo per l’ultima volta, ma i nomi
i nomi li ricorderò quando chiederanno.
Scanditi ad uno ad uno come gesso che fa brivido sui denti.
Racconterò dettagli cifre munizioni il numero la mischia.
Leggerò all’indietro fino all’inizio della festa, le mani
imbevute dall’aceto per non cedere al supplizio, al disonore.
E l’aria senza macchia abiterà la luce.

*

Vi guardo.
Le fronti piegate verso scogliere di stelle
assumono forma e traiettorie.
Frana sull’orizzonte la spinta, la croce, il rifugio,
la danza universale del poco e del niente,
della scorza che cede,
nell’infinito mutare del mare.
Riflesso un ricordo, scudo che pulsa, non muta.
Materia che ci pronuncia nel buio, tiene svegli per sempre
appesi alla luna, alla fine, all’inizio,
al rovescio che taglia, a ogni cosa mai nata.
Ascolta, lo senti?
Lo sento... che cosa?
Questo ticchettio di sassi ribaltato dal mare, un tempo di gocce che arriva.
Un tempo che si compie a manciate, un istante finale infinito.
È il tempo che non passa e bagna e affoga
anche senz’acqua, come suono che insegue e ghiaccia
in catene, da lontano.


De Muzen, Pan en Orpheus, Kamerlingh Onnesweg (hoek Eemnesserweg), Hilversum. foto Paul Grégoire, 1975.


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