Home-page - Numeri
Presentazione
Sezioni bibliografiche
Comitato scientifico
Contatti e indirizzi
Dépliant e cedola acquisti
Links
20 anni di Semicerchio. Indice 1-34
Norme redazionali e Codice Etico
The Journal
Bibliographical Sections
Advisory Board
Contacts & Address
Saggi e testi online
Poesia angloafricana
Poesia angloindiana
Poesia americana (USA)
Poesia araba
Poesia australiana
Poesia brasiliana
Poesia ceca
Poesia cinese
Poesia classica e medievale
Poesia coreana
Poesia finlandese
Poesia francese
Poesia giapponese
Poesia greca
Poesia inglese
Poesia inglese postcoloniale
Poesia iraniana
Poesia ispano-americana
Poesia italiana
Poesia lituana
Poesia macedone
Poesia portoghese
Poesia russa
Poesia serbo-croata
Poesia olandese
Poesia slovena
Poesia spagnola
Poesia tedesca
Poesia ungherese
Poesia in musica (Canzoni)
Comparatistica & Strumenti
Altre aree linguistiche
Visits since 10 July '98

« indietro

Semicerchio XXXVII (2007/02) La forma chiusa. Poesia dal carcere. pp9-11

 

Intervista raccolta da Martha Canfield

 

In uno dei suoi molti soggiorni a Firenze, ÁlvaroMutis
ha avuto la generosità di starsene intere giornate, lungo
un’indimenticabile settimana, a chiacchierare con me su
molti aspetti della sua attività letteraria, la sua concezione
poetica, le sue particolari prospettive storiche, oltre che ad
analizzare poesia per poesia ognuna delle sue raccolte, e
poi anche i racconti e i romanzi… Queste conversazioni
sono state registrate e in seguito sbobinate, ma solo in minima
parte pubblicate. Ciò che presentiamo ora corrisponde
al nastro n. 3, da emtrambi i lati. Sulla versione
originale abbiamo operato numerosi tagli dovuti alle esigenze
di spazio della presente pubblicazione, e l’abbiamo
tradotta in italiano, sottoponendo il risultato all’approvazione
dell’Autore.
Ricordiamo che Mutis, nato a Bogotá nel 1923, pubblicò
il primo libro di poesie nel 1948, subito apprezzato
dalla critica, e iniziò rapporti di collaborazione e amicizia
con il gruppo della prestigiosa rivista «Mito», diretta dallo
scrittore Jorge Gaitán Durán.Ma nel 1956 dovette lasciare
precipitosamente la Colombia, nella quale non tornò a vivere
mai più. Ricercato dalla polizia per l’accusa di peculato,
mossa contro di lui dalla compagnia Esso per la quale
lavorava, Mutis si rifugiò in Messico e lì rimase definitivamente,
rifacendosi una vita e sposando Carmen, compagna
della sua vita fino al giorno d’oggi, scrivendo una
cospicua straordinaria opera in versi e in prosa, per la
quale ha ricevuto alcuni dei più importanti premi letterari
internazionali, ultimo dei quali il Cervantes nel 2002.
Ma questo è avvenuto dopo aver scontato quindici
mesi di carcere, in attesa di giudizio, nel terribile penitenziario
di Lecumberri. Questa è stata un’altra – non l’unica
– esperienza limite della sua vita, e da essa sono nati subito
una serie di racconti – esordio narrativo del poeta – e il
drammatico Diario de Lecumberri (1960), più tardi estrapolato
dall’insieme e ristampato con il nuovo titolo di Cuadernos
del Palacio Negro (1992).


In quali circostanze hai iniziato a scrivere il Diario de
Lecumberri?

Quando ero in carcere, ho iniziato a scrivere una serie
di note su fatti di cui ero testimone e che mi colpivano profondamente.
Non avevo un progetto molto definito. Si trattava
piuttosto di occupare il tempo della prigione, spesso
molto pesante. Così cominciai a scrivere i racconti che si
intitolano Sharaya, Prima che canti il gallo e La morte
dello Stratega
.


Questa prima stesura, l’hai considerata definitiva?

Assolutamente no. All’inizio non avevo un’idea precisa
di quello che volevo fare con quegli scritti.Ma quando
sono uscito dal carcere, mi sono accorto di avere in mano
un libro, fatto di quelle narrazioni con in più le note sulla
vita del carcere.


In quelle note, comparivano personaggi reali, persone
con cui convivevi?

Sì.Avevo una serie di ritratti di personaggi veri, di qua
dri del carcere, oltre a tre racconti che parlavano d’altro.
Ma il carcere aveva influenzato anche l’ambientazione
degli stessi racconti, cosa evidente, ad esempio, in Prima
che canti il gallo
.


Come hai organizzato il libro che avresti pubblicato
una volta uscito dal carcere?

Inframmezzando i ritratti dei carcerati con le narrazioni
e usando il corsivo per distinguere una linea narrativa dall’altra.
Consegnai quella versione originale a Sergio Galindo
e venne pubblicata senza alcuna modifica1. Credo
che sia le note del carcere, sia i racconti, tutto essenzialmente
letterario, continuano la mia poesia, ripetono tematiche
particolari che erano già presenti nella mia poesia.
Voglio dire, non c’è un salto radicale verso la narrazione.
Il libro venne accolto molto bene e rimase sempre così.
Non ho mai pensato di fare qualcosa di diverso con quegli
appunti. Penso in particolare ai ritratti dei carcerati. Così
sono rimasti e così voglio che rimangano.

Ma nelle edizioni più recenti hai separato i racconti
dal diario.

Sì. Nell’edizione francese, ad esempio, che si intitola
Le dernier visage, è così.

Hai aggiunto però ai tre racconti originali, quello che
hai scritto dopo su Bolívar,
L’ultimo volto…

Sì, quella è l’edizione di Siruela2. E poi, separatamente,
ho pubblicato il Diario con un nuovo titolo, I quaderni del
Palazzo Nero
, come veniva chiamato Lecumberri3.

Perché hai voluto separare il Diario dai racconti?

Questa è per me prosa precedente i miei romanzi e non
voglio che si creino confusioni. Voglio che ogni cosa occupi
il proprio posto.

Eppure all’inizio c’era qualcosa che li riuniva.

Certo, ma è solo il fatto di averli scritti, o quanto meno
concepiti, in carcere.

Vuoi dire che il legame era solo circostanziale?

Sì, quindi oggi tenerli uniti non ha più senso.

Riguardo alle storie che racconti, per esempio lo spaccio
di droga e tutto il resto, corrispondono esattamente a
quello che hai vissuto?

Tutto quello che dico è reale e vissuto. Nei minimi particolari,
perché il Diario fu scritto man mano che accadevano
le cose.

Allora confermi che tutti i personaggi sono reali.
Dopo, in alcune interviste che hai concesso, hai raccontato
cose del carcere che sono meno terribili. C’è perfino qualcosa
di ameno, un rapporto ludico e creativo con gli altri
detenuti e con il carcere stesso. Tu pensi che la distanza ti
abbia permesso di recuperare questi aspetti, o di modificare
in qualche modo i tuoi ricordi?

L’esperienza del carcere è orribile, e sottolineo “orribile”.
Profondamente dolorosa. Ma con il passare degli
anni, come ogni esperienza drammatica, finisce per diventare
formativa. Nel mio caso, per esempio, mi avvicinò all’essere
umano, all’uomo comune. E mi confermò nel
rifiuto di giudicare chiunque: lì ho capito che perfino il più
pericoloso criminale serba dentro di sé un innocente. E ho
capito che la società è più colpevole del fatto che quella
persona sia così, della persona stessa. Oggi io posso descrivere
il carcere con un certo distacco, perfino in modo
“ameno”, come dici tu. Ma quello non era ameno per
niente, era spaventoso! Certo ci sono stati momenti liberi
dall’orrore, come quando mi improvvisai regista teatrale.
Fare teatro a Lecumberri fu qualcosa di bello e certo insolito
nella vita carceraria. Fu qualcosa di eccezionale, che
coinvolse un gruppo dei prigionieri e che risultò positivo
soprattutto per noi stessi. Mi ricordo sempre del tipo che
sceneggiò la storia del Cochambres4, che dopo abbiamo
messo in scena. Quello che la scrisse era un giudice, in galera
chissà per quale reato. E un giorno venne nella mia
cella e mi disse: «Ascolta, Álvaro, non guardarla come
un’opera di teatro, ma soltanto come una prova che farà
bene a tutti noi. Metterla in scena sarà qualcosa di positivo,
che ci permetterà di riscattarci da tante di queste ore
vuote e spaventose». E mi convinse.

Significava fare qualcosa di creativo.

Sì. In primo luogo, una cosa creativa, e poi giocare in
scena. Era veramente piacevole. E il giorno che il direttore
ci autorizzò a fare lo spettacolo e a mandare gli inviti, abbiamo
avuto una grande gratificazione. La sala si riempì
di intellettuali, di gente di teatro e di giornalisti che il
giorno dopo ne parlarono elogiativamente. E in prima fila
era seduto Luis Buñuel. Tuttavia, devi sapere che questo
avveniva in mezzo ad altre cose sinistre. Proprio sinistre!
E nel frattempo io sentivo il peso di un enorme dubbio:
cosa sarebbe stato di me? Che avrei fatto se il governo colombiano
fosse riuscito a farmi trasferire in Colombia?

Non avevi nessuna certezza di quando avrebbe potuto
finire quell’incubo?

No, non ce l’avevo. E ricorda che sono uscito dal carcere
perché è caduto il generale Rojas Pinilla. Una volta
caduto il governo militare e salita al potere la Giunta, in
cui c’erano diversi amici miei, questi sono riusciti a dimostrare
tutti i vizi del processo, non ultimo il fatto di essere
stato giudicato da un tribunale militare, e così sono stato liberato
«perché il fatto non sussiste».

In effetti, si sa che il tuo processo era legato al regime
oppressivo della dittatura di Rojas Pinilla. Tu eri estraneo
e contrario al regime. Una curiosità: perché i personaggi
del Diario ti chiamano «maggiore»?

Perché sono stato nominato il maggiore di una corsia.
Quel carcere era gestito dai carcerati. E le autentiche autorità
interne del carcere erano, in effetti, carcerati. L’edificio
era circolare, un panoptico5, ed era diviso in sezioni
che confluivano nel centro, fai conto come quando tagli
una torta.Allora, in ogni pezzo della torta o corsia, si concentravano
delinquenti di un certo tipo: ladri, omicidi, trafficanti
di droga, omosessuali, truffatori. Io ero il
“maggiore”, ossia il capo, di una corsia molto difficile, la
corsia H, dove venivano sistemati i detenuti appena arrivati.
Dovevano stare lì per settantadue ore, mentre aspettavano
la decisione del giudice, se c’era luogo a procedere,
e quindi rimanevano in galera fino al processo, o se venivano
scarcerati. Quindi tu capisci che lì arrivava di tutto,
poveri disgraziati, innocenti accusati per errore, e veri criminali…

Perfino omicidi…

Omicidi pure. O qualcuno che era rimasto incastrato…
O una persona accusata di frode e che poi risultava innocente.

Vuol dire che era una sezione molto eterogenea.

Molto. E molto pericolosa. Lì potevi trovare anche criminali
senza scrupoli. Tutti loro mi chiamavano «maggiore», perché io comandavo quella corsia.

E tutti parteciparono alla rappresentazione teatrale?

Molti di loro. Mi ricordo di uno che faceva il parrucchiere
e che aveva sgozzato la moglie con un rasoio.

Il Diario venne pubblicato subito dopo la tua scarcerazione,
forse anche per l’interessamento di alcuni buoni
amici di allora?

In parte sì. Allora frequentavo un gruppo di scrittori
giovani, come Carlos Fuentes, vicini a Octavio Paz, e grazie
a loro ho conosciuto altre persone che dopo sono stati
i miei amici di sempre: Jomí García Ascot, Ramón Xirau,
Tomás Segovia, Jaime García Terrés. Un gruppo legato
alla «Revista Americana de Literatura»...

NOTE

1 ÁlvaroMutis, El diario de Lecumberri, Universidad Veracruzana,
Xalapa-México, 1960. Contiene cinque frammenti del Diario, tra i quali
sono intercalati i tre racconti, Antes de que cante el gallo, Sharaya, e La
muerte del Estratega.
2 Álvaro Mutis, El último rostro, Siruela, Madrid, 1990.
3 Álvaro Mutis, La mansión de Araucaíma y Cuadernos del Palacio
Negro, Siruela, Madrid, 1992. Il volume contiene il Diario, nella
sua versione originale diviso in cinque frammenti; il romanzo La mansión
de Araucaíma, pubblicato per la prima volta a Buenos Aires nel
1973; sei articoli giornalistici pubblicati inMessico nel 1982; e quattro
testi pubblicati sotto lo pseudonimo di Alvar de Mattos nella rivista
«Snob», inMessico, nel 1962. In italiano, vedi Storie della disperanza,
a cura di Gaetano Longo, Einaudi, Torino, 2003; contiene: Un Re Mago
a Pollensa, La morte dello Stratega, Diario di Lecumberri, I testi di
Alvar de Mattos, Intermezzi.
4 Il prigioniero chiamato Cochambres era finito in galera perché la
polizia l’aveva trovato a dormire sul Paseo de la Reforma, storico viale
di Città delMessico, sopra un’aiuola fiorita, e il giudice lo condannò per
«Danni a proprietà dello stato», un reato gravissimo. L’uomo era analfabeta
e in carcere imparò a leggere e a scrivere. Mutis ha sempre parlato
di lui con grande simpatia.
5 Panóptico: carcere panòptico, costruito in modo che tutto l’interno
si possa vedere da un solo punto.

 


¬ top of page


Iniziative
18 giugno 2018
Libri recensibili per luglio 2018

9 giugno 2018
Semicerchio al Festival di Poesia di Genova

5 giugno 2018
La liberté d'expression à l'épreuve des langues - Paris

26 maggio 2018
Slam-Poetry al PIM-FEST, Rignano

19 maggio 2018
Lingue e dialetti: PIM-FEST a Rosano

17 maggio 2018
PIM-FEST: il programma

8 maggio 2018
Mia Lecomte a Pistoia

4 maggio 2018
Incontro con Stefano Carrai

2 maggio 2018
Lezioni sulla canzone

9 aprile 2018
Scaffai: "Letteratura e Ecologia" al Vieusseux

7 aprile 2018
Reading di poesia guidato da Caterina Bigazzi

5 aprile 2018
Incontro con Eraldo Affinati

3 marzo 2018
La poesia dei nuovi italiani. Con Barbara Serdakowski, in ricordo di Hasan

2 marzo 2018
Incontro con Grazia Verasani - annullato

27 febbraio 2018
Ceppo Internazionale ad André Ughetto - Firenze 27/2 ore 16

2 febbraio 2018
Ricordo di Hasan Atiya al-Nassar-Firenze

23 gennaio 2018
Mostra riviste poesia - Firenze Marucelliana

25 dicembre 2017
Addio ad Hasan Atiya al-Nassar

15 dicembre 2017
Antonella Anedda alla scuola di "Semicerchio"

8 dicembre 2017
Semicerchio a Più Libri più Liberi

30 settembre 2017
Lettura per i 30 anni di Semicerchio

1 settembre 2017
Iscrizioni Scuola di scrittura creativa

30 agosto 2017
Festival di Poesia "Voci lontane voci sorelle" - Firenze, 30/8-6/10

25 maggio 2017
In memoria di Max Chiamenti

10 marzo 2017
La Compagnia delle poete alla scuola di Semicerchio

1 marzo 2017
30 anni di SC: lectio di Jesper Svenbro a Siena

28 febbraio 2017
30 anni di SC: dibattito sulla post-poesia a Siena

11 febbraio 2017
Ricordo di Gabriella Maleti

10 febbraio 2017
Maurizio Cucchi alla Scuola di Semicerchio

31 gennaio 2017
Volumi in recensione 2017: call for reviews

27 gennaio 2017
Antonio Moresco alla Scuola di Semicerchio

24 dicembre 2016
Bando del Premio di poesia Achmadoulina

10 dicembre 2016
Semicerchio su Bob Dylan alla Fiera di Roma

9 dicembre 2016
Incontro con Stefano Dal Bianco

25 novembre 2016
Letteratura e cinema: incontro con Massimo Gaudioso

18 novembre 2016
Incontro con Wu Ming 2 alla Scuola di Scrittura Creativa

1 novembre 2016
Addio a Remo Ceserani

13 ottobre 2016
Il Nobel per la letteratura a Bob Dylan

9 settembre 2016
Presentazione di "The Mechanic Reader" a Venezia

1 luglio 2016
La poesia italiana in prospettiva plurilingue - Paris 1 luglio 2016

10 giugno 2016
Lettura della Scuola Semicerchio alle Oblate

22 aprile 2016
Corso di sceneggiatura di film letterari

18 aprile 2016
Incontri e Agguati. Per Milo De Angelis

25 febbraio 2016
Incontro con SERGEJ ZAV’JALOV - Premio Bigongiari

11 dicembre 2015
Incontro con Nicola Lagioia

4 dicembre 2015
Incontro col narratore Giorgio Vasta

27 novembre 2015
Incontro con Alessandro Fo

13 novembre 2015
Incontro con Sauro Albisani

24 settembre 2015
La Cucina Poetica di Semicerchio a Siena

22 maggio 2014
25 anni di Scuola di Scrittura Creativa - i video

» Archivio
 » Presentazione
 » Programmi in corso
 » Corsi precedenti
 » Statuto associazione
 » Scrittori e poeti
 » Blog
 » Forum
 » Audio e video lezioni
 » Materiali didattici
Editore
Pacini Editore
Distributore
PDE
Semicerchio è pubblicata col patrocinio del Dipartimento di Teoria e Documentazione delle Tradizioni Culturali dell'Università di Siena viale Cittadini 33, 52100 Arezzo, tel. +39-0575.926314, fax +39-0575.926312
web design: Gianni Cicali

Semicerchio, piazza Leopoldo 9, 50134 Firenze - tel./fax +39 055 495398