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Semicerchio XXXVI (2007/02) La forma chiusa. Poesia dal carcere. pp. 16-22

 

di Stefania Sbarra

 


Il topos del carcere incontra uno dei motivi più presenti nella letteratura tedesca moderna che culmina nelle inesorabili costruzioni sintattiche della narrativa di Heinrich von Kleist e di Franz Kafka: il problema della legittimazione di
un soggetto chiamato al cospetto di un organismo giudicante tanto potente quanto scurrile. E rappresentazione di un lungo processo all’uomo moderno che si conclude una volta tanto con un’assoluzione a sorpresa è il Faust, summa drammatica
in oltre 12.000 versi. Qui il protagonista avanza di misfatto in misfatto verso una tragedia annunciata cui inaspettatamente si sottrae. Vera tragedia è quella del primissimo nucleo della pièce, quella di Margherita, i cui i versi immortalano l’angoscia del carcere in una delle voci più toccanti uscite dalla penna di Goethe. Il giovane giurista di Francoforte conosceva gli atti processuali del caso Susanna Margarethe Brandt, decapitata nel 1772 per infanticidio e giudicata secondo la “Carolina”, il codice penale emesso da Carlo V nel 1532 secondo il quale la colpevole doveva essere sepolta viva, impalata o, con un atto di clemenza, decollata con la spada. Una vicenda, quella della cronaca giudiziaria,
che si coagula con la tradizione del Volksbuch faustiano e costituisce il nucleo della tragedia che attraversa tutta la vita dello scrittore. Il Faust I - pubblicato nel 1808 - si conclude con la scena Kerker (Carcere), nella cui cupa disperazione
si irradia dall’alto una voce foriera di salvezza. Il de profundis di Margherita sedotta da Faust, straziata dal rimorso per l’uccisione del figlio, ma probabilmente sconvolta da crudeli interrogatori, si apre con un delirio che si manifesta nella melodia di una macabra filastrocca popolare:

Meine Mutter, die Hur,
Die mich umgebracht hat!
Mein Vater, der Schelm,
Der mich gegessen hat!
Mein Schwesterlein klein
Hub auf die Bein,
An einem kühlen Ort;
Da ward ich ein schönes Waldvögelein;
Fliege fort, fliege fort!1


Mia madre, quella puttana
Che mi ha ucciso!
Mio padre, quella canaglia
Che mi ha mangiato!
La mia sorellina
Raccolse le ossa
In un luogo fresco;
Là divenni un bell’uccellino del bosco;
Vola via, vola via!

 


Attraverso la voce di Margherita, che l’indicazione di regia indica con il pronome neutro “es” prima che si veda il personaggio, è il bimbo morto ad assurgere a io lirico evocato dal corpo della madre, che assume su di sé la colpa di aver
infranto la catena delle generazioni ponendo fine non soltanto al respiro del neonato, ma anche a quello della madre che si spegne nella notte a causa di un fatale sonnifero di Mefistofele. Raccolta più tardi da Philipp Otto Runge nel dialetto basso-tedesco e integrata in una delle fiabe più raccapriccianti dei Kinder- und Hausmärchen dei fratelli Grimm (Il ginepro), questa oscura conoscenza di un cannibalismo familiare invade la cella ed entra nella mente obnubilata di una giovane che per aver ceduto all’amore è esposta a tutti i tribunali possibili: quello della gente, quello della legge, e infine quello divino, il solo che l’assolverà.

Ed è ancora una donna, Maria Stuarda, che nell’omonima tragedia di Friedrich Schiller (Maria Stuart, 1801) vive la
condizione della prigioniera, solo che ora a prevalere è la solitaria dignità della regina, protagonista e vittima degli intrighi
che si inseguono sul palcoscenico della storia universale. La separatezza dal mondo nella prigionia del castello di Fotheringhay è dolore esistenziale e politico, ma il pentametro giambico non apre mai le sue maglie a una disperazione scomposta:

Ich bin, dank Eurer Späher Wachsamkeit,
Von aller Welt geschieden, keine Kunde
Gelangt zu mir durch diese Kerkermauern,
Mein Schicksal liegt in meiner Feinde Hand.
(I/2, vv. 212-215)2

Io son, grazie all’accortezza delle vostre spie,
Separata dal mondo intero, nessuna notizia
Mi raggiunge attraverso le mura di questo carcere,
Il mio destino è nelle mani dei miei nemici.

Un canto alla libertà si leva nell’unico frangente in cui le è concesso di passeggiare nel parco del castello, sola incursione di aria e di luce in una tragedia che si svolge tutta al chiuso di poche stanze. Qui l’angustia della prigione si apre alle vastità di una natura sublime intuita oltre il limite delle mura pietosamente celate da una natura consolatrice, e il passaggio delle nuvole annuncia orizzonti di libertà per sempre negati all’io lirico:

O dank, dank diesen freundlich grünen Bäumen,
Die meines Kerkers Mauern mir verstecken!

Ich will mich frei und glücklich träumen,
Warum aus meinem süßen Wahn mich wecken?
Umfängt mich nicht der weite Himmelsschoß?
Die Blicke, frei und fessellos,
Ergehen sich in ungemeßnen Räumen.
Dort, wo die grauen Nebelberge ragen,
Fängt meines Reiches Grenze an,
Und diese Wolken, die nach Mittag jagen,
Sie suchen Frankreichs fernen Ozean.
(III/1, vv. 2087-2097)3


Oh grazie, grazie a questi alberi amici
Che mi nascondono le mura del mio carcere!
Voglio sognarmi libera e felice,
Perché svegliarmi dalla dolce illusione?
Non mi avvolge l’ampio grembo celeste?
Gli sguardi, liberi e senza catene,
Vanno per spazi smisurati.
Là, dove spiccano grigi monti di nebbia,
Inizia il confine del mio regno,
E queste nubi che corrono a mezzogiorno
Cercano l’oceano lontano di Francia.


Nel Lied des Gefangenen (Canto del prigioniero) del primo Heinrich Heine, poeta di un tanto volontario quanto necessario esilio francese che firma la stagione del Vormärz, l’io lirico è un giovane condannato a morte che nelle ultime ore di vita ricorda il destino della nonna processata per stregoneria e messa al rogo. Trasformatasi in corvo nel momento del trapasso, la vecchia indomita che rifiutò di confessare è invocata dal prigioniero alla vigilia della sua impiccagione:

 

 

LIED DES GEFANGENEN

Als meine Großmutter die Lise behext,
Da wollten die Leut sie verbrennen.
Schon hatte der Amtmann viel Dinte verklext,
Doch wollte sie nicht bekennen.

Und als man sie in den Kessel schob,
Da schrie sie Mord und Wehe;
Und als sich der schwarze Qualm erhob,
Flog sie als Rab in die Höhe.

Mein schwarzes, gefiedertes Großmütterlein!
O komm mich im Turme besuchen!
Komm, fliege geschwind durchs Gitter herein,
Und bringe mir Käse und Kuchen.

Mein schwarzes, gefiedertes Großmütterlein!
O möchtest du nur sorgen,
Daß die Muhme nicht auspickt die Augen mein,
Wenn ich luftig schwebe morgen.4

CANTO DEL PRIGIONIERO

Quando la mia nonna stregò la Lise
La gente voleva bruciarla.
Già molto inchiostro aveva sprecato il podestà,
Ma lei non confessò.

E quando la spinsero nella caldaia,
Gridò agli assassini e lanciò maledizioni,
E quando il denso fumo si levò
Spiccò il volo del corvo.

La mia nonnina dalle nere piume!
Oh, vieni a trovarmi nella torre!
Vieni, vola svelta e attraversa la grata,
E portami formaggio e dolci.

La mia nonnina dalle nere piume!
Ti prego, assicurati
Che la tua comare non mi strappi gli occhi
Quando domani penderò nell’aria!

La tradizione del canto popolare, qui ancora latrice di una memoria giudiziaria che, pur recente, affonda nel Medioevo
della caccia alle streghe, si veste di attualità nelle poesie politiche dello svevo Georg Herwegh (1817 -1875), repubblicano vicino a Marx, Bakunin e Lassalle, che trascorre gran parte della sua vita tra la Svizzera e Parigi prima auspicando
la fine delle monarchie, e lanciando infine i suoi strali contro la Germania unita sotto l’egida prussiana di Guglielmo I. In Der Gefangene (Il prigioniero) protagonista è il tempo che l’io lirico ha trascorso in prigione e che questi, rivolto a un re ipotetico ascoltatore, denuncia nella struttura anaforica di strofe i cui dattili energici, reiterazione di «Zehn Jahre!», interrompono il ritmo prevalentemente giambico dei pentametri:

DER GEFANGENE

Zehn Jahre! seit den letzten Vogel ich
Im Blütenwald sein Liedchen schlagen hörte;
Zehn Jahre! seit der blaue Himmel sich
Zum letzten Male meinem Blick bescherte;
Zehn Jahre! was ist weiter dein Begehr?
Kann meine Wange sich noch blässer färben?
Sieh, diese Hand bricht keine Kronen mehr;
Laß, König, laß mich in der Freiheit sterben!

Zehn Jahre! meine Sehnen sind erschlafft,
Mein Auge kann die Kette nicht mehr sehen;
O zittre nicht! kaum hab ich noch die Kraft,
Zwei Schritte bis zum Grabe hinzugehen,
Ein Herr der Welt - und dein ein zahllos Heer! -
Und ich ein kranker Mann - ein Bau in Scherben -
Nein! diese Hand bricht keine Kronen mehr;
Laß, König, laß mich in der Freiheit sterben!

Zehn Jahre hat in dieser Kerkergruft
Mein Herz so treu dem Tode zugeschlagen;
Zehn Jahre! jetzt, o jetzt nur so viel Luft,
Gen Himmel eine Seele hinzutragen!
Ein wenig Luft! ei, fällt dir das so schwer?
Willst du schon wieder neue Söldner werben?
Sieh, diese Hand bricht keine Kronen mehr;
Laß, König, laß mich in der Freiheit sterben!

Zehn Jahre haben meinen Mut geknickt
Und meines Lebens Blüte mir genommen;
Man hat das Lied mir in der Brust erstickt,
Der letzte Funken ist schon längst verglommen.
Und noch nicht? Sprich, was weiter dein Begehr?
Kann meine Wange sich noch blässer färben?
Sieh, diese Hand bricht keine Kronen mehr;
Laß, König, laß mich in der Freiheit sterben! 5

IL PRIGIONIERO

Dieci anni! da quando udii l’ultimo uccello
Cantare nel bosco in fiore;
Dieci anni! da quando l’azzurro cielo
Per l’ultima volta si donò al mio sguardo;

Dieci anni! Che cos’altro vuoi?
Può la mia gota impallidire ancora?
Guarda, questa mano più non spezza le corone;
Lasciami re, lasciami morire libero!

Dieci anni! I miei tendini si sono allentati,
Gli occhi non vedono più la catena;
Non tremare! A malapena ho la forza
Per i pochi passi fino alla fossa,
Un signore del mondo – e il tuo infinito esercito! –
E io un uomo malato – edificio in rovina –
No! Questa mano più non spezza le corone;
Lasciami re, lasciami morire libero!

Dieci anni in questa tomba di carcere
Il mio cuore ha battuto fedeltà alla morte;
Dieci anni! adesso, oh adesso quel tanto d’aria
Per portare un’anima verso il cielo!
Un po’ d’aria! Ehi, ti riesce così difficile?
Vuoi arruolare ancora altri soldati?
Guarda, questa mano più non spezza le corone;
Lasciami re, lasciami morire libero!

Dieci anni han spezzato il mio coraggio
E rubato il fior della mia vita;
Mi hanno soffocato il canto in petto,
L’ultima scintilla è spenta da tempo.
E ancora no? Dimmi, che cos’altro vuoi?
Può la mia gota impallidire ancora?
Guarda, questa mano più non spezza le corone;
Lasciami re, lasciami morire libero!

Nella poesia novecentesca le concrete esperienze di prigionia politica si manifestano, ad esempio, nei versi di Erich Mühsam (1878-1934), scrittore e attivista rivoluzionario che conosce il carcere per la prima volta nel 1919, viene condannato nel 1920 a quindici anni per alto tradimento, rilasciato nel 1924, e arrestato nella notte dell’incendio del Reichstag il 28 febbraio 1933 per essere ucciso nel campo di concentramento di Oranienburg nel luglio del 1934. Le numerose poesie sul carcere nascono dalla sua esperienza di prigioniero nei primi anni della Repubblica di Weimar, e si avvalgono di registri e immagini ricorrenti nella rappresentazione ottocentesca di questo motivo: la nostalgia di una natura che chiama alla libertà, il vigore politico che stoicamente non si lascia piegare dalla fortuna avversa, l’appello accorato per un futuro senza tirannia. Tra questi versi spicca In der Zelle (In cella), una riflessione lirica sulla percezione di un tempo
vuoto e immobile, che si chiude con un’esortazione a resistere all’erosione che in questa caduta nel nulla minaccia l’io:

IN DER ZELLE

Scheu glitt ein Tag vorbei – wie gestern heut.
Ein leerer rascher Tropfen sank ins Jahr.
Und wenn sich aus der Nacht geballtem Nichts
der letzte Schatten in den Morgen streut –
du freust dich kaum am kalten Kuß des Lichts.
Und morgen wird es sein, wie’s heut und gestern war.

Gefängnis: Leben ohne Gegenwart,
ganz ausgefüllt von der Vergangenheit
und von der Hoffnung ihrer Wiederkehr.
Du fragst nicht, ob du weich ruhst oder hart,
ob deine Schüssel voll ist oder leer.
Betrogen um den Augenblick verrinnt die Zeit.

Du wirst nicht älter und du bleibst nicht jung.
Gewöhnung weckt dich, bettet dich zur Ruh.
Dein Fragewort heißt niemals: Wie? – Nur: Wann?
Doch Wann ist Zukunft, Wann ist Forderung.
Weh dir, wenn dich Gewöhnung töten kann.
Verlern das Warten nicht. Bleib immer Du! Bleib Du! 6

IN CELLA

Schivo un giorno scivolò via – come ieri oggi.
Una rapida goccia vuota sprofondò nell’anno.
E quando dal nulla serrato della notte
L’ultima ombra si disperde nel mattino –
Tu a malapena ti rallegri del freddo bacio della luce.
E domani sarà come fu oggi e ieri.

Prigione: vita senza presente,
tutta riempita dal passato
e dalla speranza del suo ritorno.
Tu non chiedi se dormi sul morbido o sul duro,
se la tua ciotola è piena o vuota.
Defraudato dell’istante il tempo scorre.

Non diventi più vecchio e non resti giovane.
L’assuefazione ti sveglia, ti mette a letto.
La tua domanda non inizia con: Come? – Solo: Quando?
Ma Quando è futuro, Quando è pretesa.
Guai a te se l’assuefazione può ucciderti.
Non disimparare l’attesa. Resta sempre tu! Resta tu!

L’io lirico si separa invece dall’autore nelle poesie di Gertud Kolmar, poetessa nata a Berlino nel 1894 e morta probabilmente nel 1943 ad Auschwitz. I tre componimenti qui presentati sono tratti dalla raccolta Das Wort der Stummen, che significa sia ‘la parola dei muti’, che ‘la parola alla (o della) donna muta’, un ciclo di poesie composte fra l’agosto e l’ottobre del 1933, i cui versi danno voce a soccombenti altrimenti silenziosi che la scrittrice assume su di sé facendosi medium di profili clandestini: del serpente che ha scordato la sua colpa letta nei libri, di un problematico Robespierre di fronte alla morte e condannato dalla storia, fino alla madre ebrea che vede le angherie che maestri e compagni di scuola infliggono al suo bambino. La datazione apposta a ciascuna delle poesie ha permesso di verificare la corrispondenza tra molti soggetti lirici e i fatti di cronaca apparsi nei quotidiani berlinesi appena prima della stesura dei versi. Le liriche Die Gefangenen (‘I prigionieri’), An die Gefangenen (‘Ai prigionieri’) e Der Misshandelte (‘Seviziato’) – scritte rispettivamente il 22 settembre, il 30 settembre e il 15 ottobre 1933 – sono da leggersi non soltanto nel contesto del processo per l’incendio del Reichstag aperto il 21 settembre che scatenò un’immane caccia alle streghe (comuniste), ma
anche come puntuale risposta e smentita a un reportage apparso il 17 dello stesso mese nel Berliner Tageblatt. Il giornalista inglese C.D. Fraser aveva ottenuto il permesso di visitare il campo di concentramento di Sonnenburg, lo stesso dove dall’inizio del mese era rinchiuso per attività filocomuniste il cugino di Gertrud Kolmar, Georg Benjamin. Nell’articolo Nel campo di concentramento Fraser, colpito molto positivamente da quanto vede, riporta che gli internati si dedicano con passione ai giochi e alle attività loro imposte da una disciplina che ai suoi occhi smentisce le voci sui lager come luoghi di paura e di terrore. Novello Dante a spasso con Virgilio per un inferno che vuol far passare per un purgatorio
ludico, Fraser, accompagnato non da un poeta ma da una guardia, incontra una celebre vittima del Terzo Reich: «‘Come si chiama?’ chiesi a uno […]. ‘Von Ossietzky’. Il comandante mi spiegò che era stato il curatore della Weltbühne.
‘Io non sono un comunista’, mi spiegò il prigioniero. ‘Sono un socialdemocratico e non ho cambiato idea’. Molti altri prigionieri tuttavia ammettevano che le loro precedenti idee comuniste erano del tutto sbagliate e che ora, se fossero stati
rilasciati, non si sarebbero mai più occupati di politica».Registra inoltre compiaciuto che «tra la guardia e i prigionieri vige un tono molto amichevole e gli internati si controllano da sé. Disciplina ferrea, sì. Ma nessuna paura, nessun terrore». Diverse sono le impressioni che lasciano invece i versi della poetessa:

DIE GEFANGENEN 1933

Der Herbst geht über die Felder gemähter Saaten,
Ein kräftiger Herbst mit rotem wilden Wein um die Stirne.
Er trägt einen großen Korb voll praller Tomaten,
Voll blauer Pflaumen, mit Apfel und gelber Birne.
In Wäldern splintert gierige Axt die Rinde.

Ein Knabe wirft seinen Drachen hin über feuchtbraune

Erde.

Die junge Frau holt das wärmere Kleid aus dem Spinde,
Und gichtige Alte rücken schon näher zum Herde.

Und Bettler läuten kurz und bitten mit heiseren Worten;
Ein Krüppel hebt seinen halben Arm: «… von der Marne…»,
Und arme Liebende sterben schrecklich an glücklosen Orten,
Und hutzelnde Weibchen verhökern Knöpfe und Garne.

In Abendhimmeln flattert Geschwirr von Propellern…
Sie achten es nicht. Sind Namen in Büchern der Schreiber.
Sind Tiere mit Füßen und Händen, zusammengepfercht in Kellern.
Der Gummiknüppel, die Faust und ihre zuckenden Leiber–

Die Nägel um ihre Gurgeln gekrallt zum Ersticken –
Der Hieb mit dem Kugelstock, mit dem klatschenden Lederstreifen –
Sie irren im Lager um mit kranken, entsetzten Blicken
Und leben wahrscheinlich noch. Das können sie nicht begreifen.

Denn immerhin füttert man sie, dumpfe, lästige Fresser,
Die noch den Trog erkennen, der Hürde stählerne Trossen.
Längst in den Schlachthof getrieben, warten sie stumm auf das Messer;
Manchmal brüllen sie nachts und scheuen und werden erschossen.

Gellt der Wächter, springt Schauder in ihre Mienen,
Wieder stürzt ihr Gesicht über düstere Kellertreppen. –
Keinem aber ist noch der bärtige Häftling erschienen,
Der sich geduldig und still, niemals redend mit ihnen,
Täglich müht, ein hölzernes Kreuz auf die Richtstatt zu schleppen. 8

I PRIGIONIERI 1933

L’autunno passa per i campi di sementi falciate,
Un autunno forte con rosse uve selvatiche attorno alla fronte.
Porta un grande cesto pieno di pomodori turgidi,
Pieno di prugne blu, mela e pera gialla.

Nei boschi l’ascia sbreccia avida la corteccia.

Un fanciullo getta l’aquilone sopra la terra d’umido marrone.
La giovane donna prende il vestito più caldo dallo stipo,
E vecchi gottosi già si appressano al focolare.

E mendicanti suonano appena e supplicano con rauche parole;
Uno storpio alza il suomezzo braccio: «…sulla Marna…»,
E poveri amanti muoiono terribilmente in luoghi senza felicità,
E piccole femmine raggrinzite smerciano bottoni e filati.

Nei cieli serali sfarfalla uno sciame di eliche…
Non ci badano. Sono nomi nei libri degli scrivani.
Sono animali con piedi e mani, ammassati in cantine.
Il manganello di gomma, il pugno e i loro corpi convulsi–

Le unghie piantate nelle loro gole per soffocare –
Il colpo con la mazza, con la striscia di pelle che schiocca,
Vagano nel lager con sguardi malati, sconvolti
E probabilmente vivono ancora. Questo non riescono a capirlo.

Perché comunque li nutrono, ottusi ruminanti fastidiosi,
Che riconoscono ancora la mangiatoia, del recinto le corde
[d’acciaio.
Da tempo spinti al macello, aspettano muti il coltello;
Talvolta urlano nella notte e rifuggono e vengono uccisi.

Se grida il guardiano, orrore salta nei loro occhi,
Di nuovo precipita il loro volto su buie scale di cantina. –
A nessuno però è ancora apparso il prigioniero con la barba
Che paziente e silenzioso, senza mai parlar con loro,

Ogni giorno s’affanna e trascina una croce di legno sul luogo dell'esecuzione

La malinconia voluttuosa dell’autunno invade la prima strofa con i colori carichi del vino, e invita a ritirarsi nel calore dei fuochi domestici, ma già la seconda apre lo sguardo su chi non può raccogliersi nella quiete autunnale, fino a scendere alle ombre d’uomini che vagano ebeti nel recinto senza stagioni del lager, aspettando la fine. Ritornano il terrore e la paura che la cronaca nega, mentre i versi finali, additando il compromesso della chiesa evangelica col nuovo potere sanguinario, negano tra questi condannati la presenza di Cristo. Nessuno lo vede perché non si rivolge a loro, anche se il suo silenzio lo accomuna a tutte le vittime. Il suo sacrificio nel lager cade nel nulla, non ha alcun peso, è solo punizione insensata e senza redenzione: a dirlo è l’avverbio “täglich” (quotidianamente, ogni giorno), che trasforma l’ascensione al Golgota nell’azione a vuoto di Sisifo, condannato da Zeus a spingere sulla cima di un monte un masso che ogni volta, in eterno, rotola a valle. Anche nella poesia successiva la visione nasce dalle immagini suggestive di una natura ebbra, celebrata nella festa del raccolto che si svolge presso Hameln e che, stando alle proiezioni statistiche dei quotidiani, coinvolge anche allo stadio di Berlino 50.000 persone. E ancora più evidente è, sullo sfondo delle masse in festa,
la separatezza dei reclusi cui l’io lirico si volge solidale:

AN DIE GEFANGENEN
(Zum Erntedankfest am I. Oktober 1933)

O, ich hab’euch ein Lied singen wollen, das die Erde erregt,

Wild aufflattern macht das schwarze Tannhaar der Berge,
Hinsausend den Schaum der Meere wie Kehricht zusammefegt
Und flüchtende Wolken reißt – O Gott, wir Menschen sind Zwerge.

Ich habe drei kluge Worte sinnend zusammengebracht
Statt der Klänge, die heiß wie Blut aus dem Herzen spritzen,
Die rasen, wie eine Sturmglocke aufschreit um Mitternacht,
Wenn apokalyptische Reiter auf mähnigen Pferden sitzen.

Und ich sollte in eure Martern niederstoßen die Faust,
Auf daß sie verschlungen werde, zerknackt von fressender Flamme,
O, ich müßte mit euch, in Krämpfen, zerprügelt, hungrig, verlaust
Hinkriechen auf tränendem Stein, gefesselt mit eiserner Kramme.

Das wird kommen, ja, das wird kommen; irret euch nicht!
Denn da dieses Blatt sie finden, werden sie mich ergreifen.
Herr, gib, daß ich wach mich stelle deinem heiligen großen Gericht,
Dann, wenn sie am blutendem Schopf durch die finsteren Löcher mich schleifen.

Du siebzehnjähriges Mädchen, dem sie die Locken zerfetzt,
Du junger armer Mensch, dem sie grausam die Rippen brechen,

Verzweifeln will ich, will aufweinen, elend, verletzt,
Und singen dem Vogel gleich, dem Nadeln das Auge stechen!

Was ist das Leben? Ein Dung, drauf weiße Narzissen erblühn.
Was soll der Leib? Er war schön, doch bald muß er enden.
Was ist die Seele? Nur Fünkchen, nur kleines Glühn,
Und Einer deckt zu, deckt es mit den stillen, gewaltigen
Händen!... 9

AI PRIGIONIERI
(Per la festa del raccolto del I° ottobre 1933)

Oh, volli cantarvi una canzone che ecciti la terra,

Procuri selvaggi sussulti alle chiome degli abeti montani,
In volo raduni la schiuma dei mari come spazzatura
E laceri nuvole in fuga – Oh Dio, noi uomini siamo nani.

Ho messo insieme riflettendo tre parole assennate,
Invece dei suoni che caldi come il sangue sprizzano dal cuore,
Che infuriano come la campana che urla tempesta a mezzanotte,
Quando cavalieri apocalittici siedono su cavalli con la criniera.

E io dovrei piantare il pugno nei vostri tormenti
Affinché sia inghiottito, schiacciato da divorante fiamma,
Oh, dovrei con voi, fra i crampi, pesti, affamati, pidocchiosi,
Strisciare sulla pietra che lacrima, incatenata con ceppi di ferro.

Avverrà, sì, avverrà; non vi sbagliate!
Poiché quando troveranno questo foglio, mi prenderanno.

Signore, fa’ che io mi presenti sveglia al tuo grande santo [tribunale,
Allora, quando mi trascineranno per i capelli insanguinati
[attraverso gli antri oscuri!.

Tu, ragazza di diciassette anni, cui hanno strappato i riccioli,
Tu, povero giovane, cui spezzano crudeli le costole,
Disperare voglio, prorompere in lacrime, misera, ferita,
E cantare, come l’uccello cui gli aghi trafiggono gli occhi!

Che cos’è la vita? Letame su cui sbocciano narcisi bianchi.
Che senso ha il corpo? Era bello, ma presto finirà.
Che cos’è l’anima? Solo scintilla, solo una piccola incandescenza,
E Uno la copre, la copre con le mani silenti, forti!...

Nella terza poesia è invece un prigioniero ad assumere la voce dell’io lirico chiuso in una cella dove la luce artificiale
gli infligge la tortura della veglia coatta, la prima di molte sevizie. Qui esplode la violenza dei guardiani, la verità
del terrore smentisce la cronaca edulcorata di un’organizzazione impeccabile:

DER MISSHANDELTE

In meiner Zelle brennt die ganze Nacht das Licht.
Ich stehe an der Wand und schlafen darf ich nicht;

Denn alle zehn Minuten kommt ein Wärter, mich zu schaun.

Ich wache an der Wand. Sein Hemd ist braun.

Die andern kehren wieder, unterhalten sich
Mit meinem Schrein und Stöhnen, lachen über mich,

Sie recken mir die Arme gewaltsam, nennen’s Sport.
Ich breche in die Knie… und endlich gehn sie fort.

Ich sah nicht Bäume, Sonne - ob es die wirklich gibt?
Ob wo ein armes Kind noch seinen Vater liebt?

Kein Zeichen mehr, kein Brief- und ich habe doch eine Frau!
Sie sagten: «Du bist rot; wir schlagen dich braun und blau.»

Sie peitschten mit stählernen Ruten und mein Rumpf war bloß…
O Gott! O Gott! Nein, nein! Ich bin ja glaubenslos,

Ich habe nicht gebetet im Felde, im Lazarett,
Nur abends als kleiner Junge, und die Mutter saß am[
Bett.

Die Erde ist Kerkergruft, der Himmel ein blaues Loch.
Hörst du, ich leugne dich! Mein Gott... ach, hilf mir doch!

Du bist nicht: wenn du wärst, erbarmtest du dich mein.
Jesus litt für euch alle; ich leide für mich allein.

Ich steh’ und sinke ein bei Wasser und wenig Brot
Stunden und aber Stunden. Wie gut, wie gut ist der Tod!

Hingelegt… und verschlossen in tiefem, dunklem Schacht.
Keine grelle Lampe. Nur Schlaf. Nur Stille. Nacht…10

SEVIZIATO

Nella mia cella la luce è accesa tutta la notte.
Sto in piedi contro il muro e non mi è permesso dormire;

Perché ogni dieci minuti viene un secondino a guardarmi.
Io veglio poggiato al muro. La sua camicia è marrone.

Gli altri ritornano, si divertono
Con le mia urla, i miei gemiti, ridono di me.

Mi stirano le braccia con violenza, lo chiamano sport.
Io crollo in ginocchio… e finalmente se ne vanno.

Io non vidi alberi, il sole – che ci siano davvero?
Che da qualche parte un povero bimbo ami ancora suo padre?

Più nessun segno, nessuna lettera – eppure ho una moglie!
Dissero: «Sei rosso; ti facciamo marrone e blu a forza di botte.»

Frustarono con verghe d’acciaio e il mio tronco era nudo…
Oddio! Oddio! No, no! Io non credo,

Non ho pregato sul campo, nell’ospedale militare,
Soltanto da ragazzino, la sera, e mamma sedeva accanto al mio letto.

La terra è una cella mortifera, il cielo un buco azzurro.
Senti, io ti nego! Mio Dio… ah, ma tu aiutami!

Tu non sei: se tu fossi, avresti pietà di me.
Gesù soffrì per tutti voi; io soffro per me solo.

Io sto in piedi e crollo con acqua e poco pane
Ore su ore. Che buona, che buona è la morte!

Disteso… e rinchiuso in un profondo antro oscuro.
Nessuna lampada accecante. Soltanto sonno. Soltanto silenzio. Notte…

La natura è ora così lontana che il prigioniero dapprima dubita e poi nega la sua esistenza, così come viene meno la certezza della rete d’affetti che fuori dalla cella lo avvolgeva. Tutta l’esistenza dell’io lirico si dissolve abbattendosi contro la sola realtà tangibile e irrefutabile della cella e delle sevizie. Oltre il monologo con un Dio non creduto e comunque evocato, le ultime due parole della poesia, qui tradotte «silenzio. Notte», sono la descrizione di un’oscurità visiva e sonora che si apre, isotopicamente, a un’accusa precisa che Gertrud Kolmar rivolge al “Terzo Reich
cristiano-tedesco” anche nella poesia Anno Domini 1933, al suo cristianesimo sordo alle grida delle vittime: in tedesco «silenzio. Notte» si legge infatti «Stille. Nacht», che senza il punto tra i due termini è titolo e inizio del canto natalizio Silenziosa notte (“Bianco Natal”), promessa di pace e gioia che qui si capovolge nell’abisso dell’abbandono agli aguzzini. L’unica redenzione che può sperare il prigioniero del Terzo Reich, mentre nell’ultimo distico abbandona la verticalità del muro e si stende, è la morte.

 

NOTE

1 Johann Wolfgang Goethe, Sämtliche Werke. Briefe, Tagebücher
und Gespräche in 40 Bänden, Frankfurt amMain 1994, vol.
7/1, a cura di A. Schöne, p. 192.
2 Friedrich Schiller, Werke und Briefe in 12 Bänden, Frankfurt
am Main 1996, vol. 5, a cura di M. Luserke, p. 17.
3 Ibid., pp. 77-78.
4 Heinrich Heine, Sämtliche Schriften, a cura di K. Briegleb,
Carl Hanser Verlag, München 1968, vol. I, pp. 46-47.
5 Herweghs Werke in einem Band, scelte e introdotte da H.
Werner, Aufbau Verlag, Berlin undWeimar 1967, pp. 9-10.
6 ErichMühsam, Gedichte, Prosa, Stücke, Verlag Volk undWelt,
Berlin 1978, p. 143.
7 Gertrud Kolmar, Das lyrische Werk. Gedichte 1927-1937. Anhang
und Kommentar. Hg. Von Regina Nörtemann.Wallstein, Göttingen
1994, p. 356.
8 Ibid., pp. 363-364.
9 Ibid., pp. 365-366.
10 Ibid., pp. 367-368.


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