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Aky Vetere, L’alchimia della parola. Un viaggio nella mistica e nella poesia d’amore tra Oriente islamico e Occidente cristiano, Milano, La Vita Felice, 2012, pp. 96, euro 12,00.

 

 

In questo libro di Aky Vetere che parla di argomenti lontani nel tempo e generalmente riservati ad un pubblico di specialisti, come ad esempio la qualità e l’ampiezza dell’influsso arabo su fenomeni quali la poesia trobadorica in lingua d’oc, la mistica francescana e la stessa Commedia dantesca, risuona tuttavia una nota di pressante attualità: lo scopo dichiarato dell’autore, preoccupato dalla crescente divaricazione e contrapposizione culturale fra occidente cristiano e oriente islamico, con le derive nel senso di ideologie identitarie o apertamente razziste che ne conseguono, consiste nel dare voci e ragioni della grande unità storico-culturale mediterranea, intessendo alcuni fili del dialogo ininterrotto tra poesia d’amore d’Oriente e d’Occidente. La visione che muove questo interessante saggio, e che trapela a tratti come un’esplicita intenzione dell’autore, è apertamente utopica: Vetere sostiene la grande unità culturale della mistica in contrapposizione alle stesse religioni dogmatiche identitarie nei cui diversi quadri storico-culturali le singole esperienze mistiche di volta in volta s’iscrivono, e rispetto ai quali debordano sempre come portatrici di differenza. Stabilita questa fondamentale contrapposizione tra la mistica da una parte come fenomeno culturale unitario e universale, che affonda le radici negli archetipi antropologici più antichi e in particolare in una vasta intuizione di un principio femminile creatore (da cui significativamente prende le mosse l’inizio del libro, sotto forma di racconto di un’esperienza onirica dell’autore), e le religioni antropologico-identitarie quali fautrici di conflitto dall’altra, l’opera di Vetere mette in luce la carica eversiva della voce mistica – ed è questo, secondo noi, l’aspetto più interessante delle tesi sostenute nel libro -, attraverso una ricca e dotta esemplificazione. La voce mistica con la sua carica eversiva e simbolica risulta così legata ad una rivalutazione del corpo, e all’intrinseca vicinanza con l’eros e con la parola liberatrice della poesia. Tale comunanza e tale sincretismo – piuttosto disinvolti da un punto di vista concettuale, sebbene riccamente documentati – portano a scorgere in una prospettiva unica fenomeni quali l’eros, la mistica, la parola poetica e –fondamentale – l’alchimia, che è al centro di ampie e dotte digressioni: concetti ispirati da un lato alle nozioni di amore e libertà che compaiono negli scritti della filosofa Maria Zambrano, dall’altro che pescano nella più vasta e variegata tradizione filosofica secolare d’Occidente e d’Oriente (da Platone a Kant alla fenomenologia).

In questo ampio quadro, tuttavia, Vetere non menziona quelli che dovrebbero apparire (e in effetti sono) i suoi più prossimi precursori nello studio dell’alchimia come grande fenomeno culturale che unisce Oriente e Occidente: Carl Gustav Jung, il grandissimo Gaston Bachelard, Gilbert Durand, la cui nozione archetipologica di “spazio immaginario puro” appare in piena consonanza con una delle osservazioni più interessanti contenute in questo libro, sulla dominante spaziale dell’Islam contrapposta a quella temporale giudaico-cristiana. A Durand e ai suoi seguaci e continuatori spetta il grande merito di avere stabilito l’esigenza di un riequilibrio immaginario fra un Occidente prevalentemente diurno e un Oriente notturno: e all’ombra – come rovescio e matrice della luce – sono dedicate alcune delle frasi più suggestive del saggio: «Per entrambe le culture il vuoto è ombra, creatura stessa della luce e, in quanto non essente, risulta a fondamento della stessa. Per indagare la luce bisogna partire dall’ombra che è il corpo, o parte fenomenologica dell’esistente. Il vuoto è visto allora come complemento, elemento imprescindibile del pieno» (p. 63). Un’altra osservazione riguarda la prospettiva decisamente anti-mnemonica e aniconica della mistica in generale, e di quella orientale in particolare: «È un momento della storia culturale di valenza “metafisica”, in cui la memoria non ricorda per immagine, ma per rivelazione, perché l’immagine non è rapportabile entro alcuna definizione e non è giudicabile, in quanto sospesa fuori dal tempo» (p. 79); «per l’Islam, invece, l’uomo è pensato in senso metastorico e ascensionale: il passato non è dietro di noi, è sotto di noi e il pensiero si muove in relazione alla rivelazione su piani di intendimento spirituali, piani che hanno a che vedere più con lo spazio universale che con il tempo» (p. 30). Con quest’ultima osservazione il libro si arricchisce di un elemento importante di riflessione – qualora si pensi, come ad un fenomeno nascente da presupposti diametralmente inversi ma convergente con quello qui considerato, alla nozione dello spazio culturale occidentale come “lieu de mémoire” (Nora), e all’importanza della letteratura di tendenza e ispirazione “memorialistica” (nel senso più vasto del termine) che è uno degli aspetti più importanti della produzione contemporanea. Vetere ci dà in questo libro un’importante lezione di apertura e di utopia, riportandoci alle altitudini del volo, della poesia e del sogno, dalle quali bisogna sempre planare per poi comprendere “in orizzontale” la realtà contemporanea, con un linguaggio piano e seducente, sempre comprensibile.  

 

(Sabrina Martina)


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