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Enrico Palandri:

 

DALJIT NAGRA. Look We Have Coming to Dover! London, Faber & Faber, 2007, pp. 55, £9,99.

 

Look We Have Coming to Dover!, la prima raccolta di poesie di Daljit Nagra, raccoglie in versi lo stesso universo che abbiamo imparato a conoscere attraverso film e romanzi inglesi degli ultimi vent’anni. Il centro del suo mondo è una periferia metropolitana ripopolata da immigranti indiani e i versi sono spesso realistici, anche se una vena comica riesce a smorzare l’aspetto più didascalico della sua poesia.

Ci sono poesie che appartengono a una tradizione meno marcata socialmente nella lingua inglese, ad esempio Journey:

 

There you go

with your rucksack of clean clothes

and a flatrose in your notepad

wandering for the dream you had

where all the things you spilled

were back in their bottles, brighter

than ever...

 

e altre di buona fattura, buon ritmo e lingua. Quelle invece più ascrivibili a un genere, e su cui insiste anche il titolo con la sua storpiatura grammaticale, è il senso di estraneità, sorpresa, che nella letteratura inglese come in ogni altra letteratura europea si cerca nella letteratura della migrazione. Questa com’è noto è un’arma a doppio taglio: da un lato porta rapidamente all’attenzione, non solo del mondo letterario ma anche nella sociologia e nella politica, opere e autori. Il Booker Prize ha ad esempio per un certo periodo seguito con determinazione una strategia nel  premiare e dunque promuovere autori che provenissero dalle ex colonie. Rushdie, Okri, Ondaatje per citare solo i più noti, che nella letteratura inglese hanno costituito un vero e proprio ambito separato, quasi alternativo alla letteratura inglese tradizionale. L’effetto è stato di contrapporre questi autori  alla little England, la letteratura bianca,  ambientata nella tradizione letteraria che li precedeva, sorvolando spesso un po’ superficialmente sui rischi di esotismo messi in luce da Said, anzi, giocandoseli tutti. Questo ha naturalmente rischiato a tratti di diventare piuttosto parodico, con gli indiani che facevano gli indiani, africani che facevano gli africani e via dicendo per una readership inglese che in questo modo si sentiva assai più cosmopolita di quanto non fosse realmente.  Per dare un’idea di dove fosse arrivato questo gusto per un esotismo  sociale è significativo ricordare quanto accadde qualche anno fa alla casa editrice Virago. Il catalogo di questa piccola casa editrice era nato e si era sempre rivolto a donne femministe, con energia e radicalità, come suggerisce il nome scelto.  Un giorno ricevettero il manoscritto di una signora indiana. Erano racconti e si decise di pubblicarli. Non conosco la qualità dei racconti, ma costei raccontava di subire violenze terribili nella sua famiglia e questo era già metà della campagna promozionale. I tentativi di incontrare l’autrice andavano però regolarmente male, lei diceva di non poter rischiare, il marito non la lasciava uscire, la picchiava e via dicendo. Alla fine saltò fuori che l’autrice era in realtà un prete protestante e Virago, che aveva già materialmente pronti i volumi, decise di non distribuirli e mandarli al macero.

Pubblicandoli avrebbe tradito i propri lettori e pensò che il danno sarebbe stato maggiore dei vantaggi di eventuali vendite. Ma i racconti erano buoni oppure no?

Questo episodio, che è diventato aneddotico e molto noto  nell’ambiente editoriale inglese, spiega chiaramente il modo in cui è organizzato il mondo dei libri stampati in Gran Bretagna. Rispetto al nostro è molto più segmentato (e ricco) e segue  più da vicino i diversi ambienti sociali, le ideologie, non tenta avventure culturali. Se in Italia sono state le personalità di editori come Bompiani,  Calasso, Garzanti, Einaudi o Feltrinelli a determinare l’indirizzo di  case editrici importanti, in Inghilterra e in America il mercato è molto più diviso per orientamenti sessuali (editori gay, femministe ecc.) o per caratteristiche ideologiche (di sinistra, alternativi e via dicendo) che non per il valore intrinseco delle opere. Questo non significa che Daljit Nagra non scriva bene, solo che il mondo che lui ha attorno e a cui si riferisce, ameno in questa prima raccolta, non è il mondo in sè, come per qualunque grande poeta, ma il mondo che gli è stato costruito intorno culturalmente e che sottolinea la sua condizione. Darling & me  ad esempio è scritto scimmiottando anche alcuni accenti (the diventa regolarmente di) come nelle altre numerose composizioni dedicate al suo quartiere o alle abitudini dei giovani indiani, si ha la sensazione che ci sia come una corteccia intorno alle parole fatta di stereotipi che la poesia di Nagra vorrebbe combattere, magari con ironia, ma che a volte in questo modo ripropone. Dai film (My Beautiful Laundrette, Bend it like Beckham ecc.) ai programmi televisivi e gli altri programmi, si sente che questo mondo è avvolto in opinioni vere e false su cosa siano gli indiani oggi. A volte si scatenano dibattiti (come è accaduto a Hanif Kureishi con la sua famiglia) sull’autenticità della condizione di indiani che viene descritta. Ma questo non conta molto, che sia autentica o meno, il compito di una poesia non è tanto di indicare il mondo a cui si riferisce, ma di essere efficace nel creare un proprio mondo. Julius Caesar di Shakespeare non misura la sua autenticità sulle fonti storiche, ma sulla forza dei personaggi che costruisce. Così è difficile dire delle poesie di Nagra quanto nel suo sguardo sulla propria condizione di indiano in Inghilterra o nello scrivere della propria comunità venga effettivamente dal suo sentire se stesso e il mondo che ha intorno, e quanto invece non dialoghi con temi e problemi che risulteranno presto anche a lui stesso non così essenziali. Per questo preferisco di gran lunga le poesie in cui si sforza di comprendere il mondo attraverso i suoi colori, le sue voci, e riesce a sfuggire al commento un po’ didascalico di una realtà che è molto fittamente intrecciata di motivazioni ideologiche (povertà, razza, religione e via dicendo) ma anche molto transitoria. Fra pochi o tanti anni se gli indiani restano si integreranno maggiormente e la loro integrazione non apparirà pià un problema. Comunque un filo più semplice e schietto da tenere in mano Daljit Nagra lo ha e sarà quello che probabilmente lo spingerà a scrivere ancora. A questo punto non si può che sperare di leggerlo ancora, per godere del buon umore e dell’intelligenza con cui frequenta certi luoghi un po’ fissi e poco luminosi della poesia di un genere minore, sperando che il suo sguardo approfondisca un mondo di tutti e non solo quello laterale, scontro di testimonianze e parodie, che resta inevitabilmente un po’ estraneo.

 

Enrico Palandri


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