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GIOVANNI TURRA, Con fatica dire fame. Poesie 1998-2013, La vita felice, Milano 2014, pp. 85, € 13,00.

 

Il titolo del secondo libro di poesia di Giovanni Turra, Con fatica dire fame, conduce a una pronuncia lenta, a una cadenza franta: come tornati a un tratto infanti o strappati a un’afasia. Sillaba dopo sillaba le parole giungono alle labbra, quasi dovessimo riappropriarci di una lingua che ha perso il suo più proprio e pieno senso; una lingua che non è più in grado di congiungerci a noi stessi, a ciò che muove e regge il nostro corpo: i nostri istinti, la nostra parte animale. Per questo, quella che denuncia, è una fame antica, con la quale ogni autore italiano ha dovuto, anche ignorandola, fare i conti. Turra la vive pienamente, sentendo tutto il peso di questa mancanza che preme sulla lingua interrogandola sulla sua effettiva possibilità di raggiungere le cose, di condurci agli altri. Questo libro è attraversato dalla disperazione, subito trattenuta dall’ironia, di chi crede così fortemente nella poesia da calarsi corpo a corpo nel fare poetico, fino a immedesimarsi in uno stremato animale da soma. Scritto in quindici anni quasi contro se stesso, con la sorda pazienza di un artigiano che non chiede ragione del suo lavoro perché è in quel suo stesso fare, in quella sua immersione e dedizione alla materia la sola ragione, testimonia un’etica della scrittura come opus e costruzione di sé condotta fino al suo estremo limite. L’accanito sfibrante lavoro sulla lingua sfocia infatti in una discesa nell’inorganico, in ascolto di quella «voce che parla senza voce / e ci ammonisce docilmente», in una nostalgia per il silenzio come appartenenza all’indistinto della natura con cui si conclude il libro.

Turra scrive per fame dell’altro, stretto da una forma di patimento per l’impossibilità di una comunicazione piena, di un contatto che sembra precluso alle parole e riservato soltanto alla prossimità dei corpi. La sofferenza che questa mancata comunione con l’altro procura, per quanto sempre filtrata dall’ironia e da una calibrata e finissima perizia del verso, è avvertita da Turra fin dalle fibre del corpo, fino ad avviare una parziale metamorfosi. In questa forma sospesa tra uomo e animale, come recuperando un’antica condizione di appartenenza, all’unisono con la natura, il poeta sembra ritrovare, perdendola, la propria lingua. Con fatica dire fame, il verso che, nel testo che intitola il libro, si libera finalmente dal muso del poeta, riconnettendolo alla parte più vera di sé e denunciando la condizione di penuria a cui è sottoposto, rivendica un’urgenza del fare poesia che viene subito fatta tacere, che non può essere accolta, non solo dalla società ma anche dal contesto letterario. Questo verso-grido, questo lamento che chiede vita, che reclama le ragioni del corpo, scardinerebbe infatti la consuetudine di una tradizione non più capace di vivere drammaticamente lo scarto tra scrittura e realtà, paga del suo chiuso mondo di fantasmi. Tutto il libro può essere letto proprio come il tentativo di liberarsi di questa pastoia, di frangere questa museruola di cui, scrivendo, è così facile dimenticarsi, tanto è bene accomodata e camuffata sul viso. Mantenendo i piedi sulla tradizione di cui è profondamente nutrito, Turra tenta lo scarto premendo su quella che è sempre stata l’origine della sua scrittura: l’esperienza fisica, sensibile. È come se, eletti fin dal suo primo libro i confini della propria poetica in uno sguardo delimitato dalla quotidianità della vita di condominio, urtasse e andasse a battere contro le stesse pareti che ha eretto, finendo per aprirsi, a forza di dolorosa ostinazione uno spazio altro (quello degli animali e del bosco a cui ci consegna nell’ultima sezione). Sintetizzando potremmo affermare che attraverso il radicamento nel perimetro domestico ha percepito il corpo e attraverso il corpo la natura. In questo libro il corpo emerge slegato, scomposto per dettagli capaci di bucare l’apparenza dietro cui si cela l’intimità di ognuno. È a questa calda verità che il poeta vuole accedere, forzando le superfici, cercando di infrangere le distanze con crudeltà pietosa. La sua poetica dei condòmini si fonda proprio su questo interrogarsi sulla possibilità di vicinanza che la scrittura riserva, a partire da un’ineliminabile estraneità che continua a dividerlo dagli altri. Per quanto infatti prema la fronte contro il vetro, interrogando le loro esistenze, o prono si ostini a cercare un impossibile passaggio oltre il muro, è poi nello spazio dello scrittoio a cui fa ritorno, dove può accogliere vite come un cinico scafista «pronto a disfarsene per sempre, / in qualsiasi momento». Ma il condominio è anche il luogo in cui ogni distanza è mitigata, ogni storia individuale inscritta dentro un destino comune. Il poeta ne ausculta le voci, si immerge nella parte oscura di queste esistenze perimetrate, segnate da una fame a lungo nascosta, come quella della «bella lituana», da una mancanza a cui non si può portare rimedio, come nel trittico amputato sulle madri. Quest’ultimo testo narra attraverso una profonda ellissi una storia di orfanità, rappresentata dall’icona distorta di un padre con il figlio neonato al capezzolo. Un impossibile passaggio di nutrimento a esemplificare un’eredità difficile, quasi negata, tra le generazioni; è questa una delle declinazioni del tema della fame che attraversa tutto il libro, non soltanto nella ricerca delle figure genitoriali del poeta nella penultima sezione, ma anche nel rapporto tra insegnante e allievo, introdotto sin dall’epigrafe del libro e consegnato ad un’altra emblematica icona come quella che ritrae L’alunno, uno studente cinese chiuso nel suo invalicabile isolamento.

È anche una fame di identità a generare la scrittura di Turra. Nel momento infatti in cui riconosce il proprio nome in ciò che è «da sempre lasciato in bianco» assume su di sé un compito non assolto, un’identità come lavoro da condurre attraverso se stesso, nel fare poetico.  Un verso è infatti una ferita autoinferta, «un solco / mortale e sconosciuto» dal quale riaffiora una parte di sé, così come sporgendosi sullo specchio, ricomponendo nel proprio volto i tratti del volto che ci appartiene, da cui siamo stati generati. È poi fondamentale per la poesia di Turra la postura. Più volte infatti affiora nei suoi testi un’attenzione quasi ossessiva ai piedi, al modo in cui sono disposti, a come premono sul terreno: «in punta» come pronti «ad un ultimo volo» oppure poggiando «per intero la pianta» a ritrovare stabilità e consistenza sulla terra. Questa necessità di sentire il corpo nello spazio rimanda inevitabilmente ad un discorso su ciò che ci radica: ciò che ci ha originato, che ci sostiene e ci determina. È quindi di nuovo l’identità che emerge dai piedi, che più di ogni altra parte del corpo dicono chi siamo, come le «scarpe da kazako» degli anziani e quelle spaiate che calza, instabile e traballante, il poeta-animale da soma. Perché il piede è anche, prima di tutto, metro, misura su cui Turra continua a cercare fondamento. In una tradizione che, come ogni eredità, va conquistata con fatica, a partire da una necessità profonda, ineludibile, come una fame.

                                                                                               (Franca Mancinelli)
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