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Le mille lingue della poesia medievale

Premessa di Francesco Stella


Il Festival della traduzione di Napoli ci ha fornito un’occasione rara, se non unica, per raccogliere intorno al famoso tavolo, in una sede prestigiosa e gratificante come il Museo Archeologico di Napoli, un gruppo di studiosi di letterature medievali, dotato di una esperienza personale di traduzione che consente loro un approccio speciale al trattamento dei testi e al rapporto fra questo patrimonio e la sua conoscibilità a più livelli. Abbiamo chiamato questo incontro Continenti sommersi, con riferimento a una sorta di riscoperta della terra mitica di Atlantide, un patrimonio che il tempo e il totalitarismo dei paradigmi culturali ci hanno fatto perdere, ma avremmo più onestamente potuto intitolarla Continenti rimossi, perché l’inabissamento è stato conseguenza di attività intenzionale, come dimostrano i programmi scolastici (dove la letteratura latina finisce con il III secolo e quella italiana e latino-italiana comincia nel XIII) e universitari.

Il Medioevo è da tempo un orizzonte esotico nei suoi paesaggi fantastici, con le loro attualizzazioni cinematografiche e fumettistiche, e insieme concreto nei paesaggi cattedrali e monastici che caratterizzano il territorio europeo e le sue imitazioni nordamericane, è da tempo uno sfondo ideale di storie e miti, ma non riesce a diventare una biblioteca, una tradizione testuale, una storia di storie incarnate in racconti e poemi anziché in film e fumetti. Eppure l’universo medievale che fonda l’identità culturale ed estetica – per non dire turistica – del nostro tempo è rappresentato, narrato, cantato in migliaia di testi spesso portatori di una bellezza nascosta e irrituale, imprevista e innovativa che la saldatura classici-moderni ha oscurato a lungo e verso cui stanno suscitando curiosità solo la ‘moda’ medievale di King Arthur e Il nome della rosa e la passione missionaria di alcuni medievisti che hanno accettato la sfida della traduzione. Il nome che unisce tutti è quello di Ludovica Koch, morta nel ’93, capace di dare vita in un italiano elegante e attuale al norreno della Saga dei Volsunghi, all’anglosassone occidentale del Beowulf e al latino dei Gesta Danorum di Sassone Grammatico (ma anche del primo libro delle Metamorfosi di Ovidio). Nella sua memoria ci è grato invitare Gianfranco Agosti (per la poesia bizantina), Corrado Bologna (per la poesia romanza), Melita Cataldi (per la poesia celtica), Paolo Garbini (per la poesia mediolatina), Domenico Ingenito (per la poesia persiana) Massimo Meli (per la poesia germanica) a una riflessione sui temi più ‘caldi’ nell’attività traduttoria da lingue medievali, accompagnata da una lettura esemplificatrice di brani esposti da Federica Freccia. Fra i punti in osservazione, che riprendono e sviluppano soprattutto nel senso della pratica traduttiva alcuni temi già affiorati nei bei convegni bergamaschi degli anni 2001- 20021 suggerirei:

La specificità traduttologica del proprio campo di esperienza linguistica e letteraria. Per il mediolatino, ad esempio, l’evidente prevalenza di opere teologiche e filosofiche su quelle letterarie. Condizionamento del mercato scolastico e universitario, pregiudizio cultura le, estraneità costitutiva di ‘quella’ letteratura, minori aspettative sul contenuto informativo dei testi, complesso di superiorità dell’impegno filologico rispetto a quello critico-letterario? La traduzione di poesia medievale, che a differenza di quella classica non lascia prevedere la pubblicazione di ulteriori traduzioni della stessa opera a breve scadenza, impone una sorta di ‘responsabilità della prima assoluta’, di consapevolezza che quell’autore o quell’opera avranno a lungo o per sempre, in italiano, quella voce e quel timbro e la loro fortuna o circolazione sarà determinata dalle scelte del primo traduttore. È possibile che questa responsabilità si rifletta anzitutto in traduzioni ‘prudenti’, cioè letterali in senso scolastico, ma in misura sufficiente a mettere al riparo da rischi.

Per il mio campo, che è la letteratura mediolatina di cui parlerà più specificamente Paolo Garbini, la base di partenza è l’esistenza di testi sparsi in collane miste, come quella prestigiosa della Fondazione Valla, i grandi Classici UTET, dove peraltro sono apparsi solo Isidoro, Adamo di Brema e Abelardo, la bellissima Biblioteca Medievale di Pratiche, passata poi a Luni e infine a Carocci, dove per qualche motivo i testi mediolatini vengono quasi sempre affidati agli specialisti di altre letterature, la BUR, assai meno ospitale col Medioevo, e quelle a carattere più religioso come Servitium, San Paolo, Città Nuova. Le collane esclusivamente dedicate al mediolatino, se si prescinde da iniziative più filologiche come Per verba della SISMEL, sono sostanzialmente quella, preziosa, senza nome, edita a Cassino da Francesco Ciolfi e dedicata prevalentemente a testi storiografici dell’Italia meridionale, e Scrittori Latini dell’Europa Medievale di Pacini, nata nel 2009, su cui si soffermerà Garbini.

In questo campo la mia esperienza personale mi ha messo a confronto con testi di grande varietà, ognuno dei quali richiedeva soluzioni e metodologie relativamente differenti. L’antologia di poesia carolingia del ’95 preceduta dal De fonte vitae integrale di Audrado Modico (1991) e seguita dalla Visio Wettini di Valafrido Strabone (2009), è stata realizzata con traduzioni poetiche, perciò limitatamente creative, ma con orientamenti diversi fra me, che ho scelto l’alternanza fra endecasillabo sciolto e settenario, Agosti che ha optato per versi liberi ma con linguaggio più arcaizzante, e Lapini che ha forgiato endecasillabi regolari con la conseguente compressione dei contenuti. Le opere teologiche per Il Cristo della Valla (1991-92), invece, hanno richiesto linguaggio asciutto e preciso mentre l’Ysengrimus (1994-2009), epica di animali a carattere satirico, ha rappresentato un tour de force per compressione e complessità sintattica in frasi di cui il sarcasmo e l’ossimoro costituivano la ragion d’essere e dovevano essere perciò mantenuti ad ogni costo. I Gesta Berengarii (1994-2009), che imponevano un tono epico di tipo virgiliano come il tessuto stilistico dell’originale, hanno osservato però, al pari dell’Ysengrimus, il principio stabilito da Luca Canali della traduzione verso per verso e sono stati resi in versi non regolari ma dotati di una propria ritmicità e mirati a conservare l’impianto e la caratura retorica dell’originale. La Translatio sanctorum Marcellini et Petri di Eginardo (1993-2009) esibiva, nel testo in lingua originale, una limpidezza attica, precisa e circostanziata fino alla ridondanza, che spero di aver mantenuto. L’immensa Legenda Aurea (2007), che in parte ho tradotto e in parte ho coordinato rivedendo traduzioni altrui, presentava invece l’insidia di un testo apparentemente piatto e finanche sciatto ma narrativamente fluido e insieme ricco di citazioni e reimpieghi di opere precedenti: in tal caso il problema era da una parte evitare i falsi amici o le dizioni generiche ma imprecise (che avevano talora disturbato traduzioni precedenti), e dall’altra variare il tono e lo stile in corrispondenza dei passi citati, spesso provenienti da autori di spessore linguistico completamente diverso.

In ognuno di questi la questione di metodo richiedeva una riflessione preventiva e, soprattutto per imprese collettive, l’adozione di una strategia traduttologica consapevole. La percezione comune è, rileggendo per motivi didattici o nuove ricerche qualcuno dei miei testi, la persistente insoddisfazione, imperfezione e migliorabilità indefinita di ogni loro passo. E con ciò il rammarico per quelle opere che, per mole o scarsità di cultori, difficilmente avranno nuove occasioni di rinverdire la loro veste italiana.


1Testo medievale e traduzione, a cura di M.G. Cammarota e M.V. Molinari, Bergamo 2001, e Tradurre testi medievali: obiettivi, pubblico, strategie, Bergamo, Bergamo University Press, 2002.


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