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IN SEMICERCHIO. RIVISTA DI POESIA COMPARATA LXIV (2021/1) pp. 130-131 (scarica il pdf)

MARCO NICASTRO, La resistenza della scrittura. Letteratura, psicanalisi, società, Borgomanero (No), Giuliano Landolfi Editore 2019, pp. 232, € 18,00


«Credo fermamente che l’identità di un individuo si definisca non solo grazie a una funzione di sostegno assicurata dalle varie figure di riferimento nel corso della crescita, ma anche grazie al contrasto con queste» (pp. 9-10). È dunque a partire da questo «elemento essenziale per lo sviluppo dell’identità individuale» (p. 10) che Marco Nicastro, psicanalista, concepisce tale opera: una raccolta di saggi costruiti intorno al concetto di ‘conflitto’.
Non solo: come già anticipato dal titolo, La resistenza della scrittura. Letteratura, psicanalisi, società, altro filo conduttore del libro è il concetto di ‘resistenza’, qui inteso come «esistere in opposizione a qualcosa», o ancora, come «opposizione simbolica a sé stessi e alle proprie inclinazioni più primitive» (p. 11) e che, nei testi presenti, si concretizza nella pratica della scrittura e, in senso più ampio, attraverso le produzioni artistiche.
Il volume è suddiviso in quattro macroaree che evocano, appunto, la presenza dei due ‘leitmotiv’, o ‘fils rouges’ dominanti: Arti visive; Letteratura; Psicanalisi e dintorni; Politica, cultura, società.
Ed è già nella prima parte, quella consacrata alle arti, che, ad esempio, Nicastro ci offre un’analisi quanto più dettagliata del complicato rapporto artista-opera, e lo fa soffermandosi sul percorso artistico di Lucio Fontana. Fontana, nella realizzazione dei celebri ‘tagli’, che «condensano tanti significati in pochi elementi» (p. 48), secondo Nicastro, mette in scena il complesso di castrazione che, attraverso lo squarcio sulla tela, manifesta «il simbolo della ferita che ogni uomo si porta dentro per aver dovuto rinunciare alla propria madre e alla propria onnipotenza narcisistica» (p. 54). Secondo quest’analisi psicanalitica, il pittore (a proposito del quale Nicastro sviluppa, peraltro, un interessante confronto con il tema della noia in Alberto Moravia) in quest’opera mette in scena il suo conflitto interiore e la propria forza di resistenza, e tramite queste ‘ferite’ vede la possibilità di un nuovo inizio, dato dall’imposizione del proprio ‘essere’ attraverso la produzione dell’oggetto artistico.
Del pari, Nicastro percepisce tali elementi nella scrittura, più precisamente nei testi di grandi autori quali Gabriele D’Annunzio e Primo Levi, assunti nel volume come casi emblematici. Per il primo, analizzando la celebre opera Notturno, composta nel 1916 durante una momentanea cecità provocata da un incidente aereo, avverte la volontà di D’Annunzio di «prendere un nuovo, più autentico contatto con sé stesso; [e di] tornare ‘poeta puro’, dopo anni di arte messa al servizio della retorica della guerra» (p. 81). Ad un’analisi scientifica, lo psicanalista vede nella frustrazione e nel dolore provati dal poeta la possibilità di riattivare centri reconditi del proprio essere che, una volta ritrovati, daranno a quest’ultimo una «spinta decisiva verso nuove elaborazioni mentali, rivitalizzando l’ispirazione» (p. 81). Dunque, è proprio il dolore causato da una perdita sensoriale – da una sorta di lutto, quindi – a permettere la rinascita creativa dell’artista, alla ricerca «di quel sacro fuoco che fondi d’improvviso l’antico e il nuovo in una lega incognita» (p. 82). In questa infermità, inoltre, D’Annunzio riunisce i vari frammenti della propria personalità fino ad allora dispersi e, operando un delicato lavoro di resistenza, riesce infine a ricomporre le proprie rappresentazioni del Sé in un’unica, nuova e più stabile personalità.
Ancor più delicato, secondo Nicastro, è il caso di Primo Levi, testimone diretto degli orrori del lager.
«Se comprendere è impossibile», tutti conosciamo il dolore esistenziale di questo autore che, direttamente espresso e mai banalizzato, costituisce il tema dominante della sua produzione finzionale: romanzi, racconti e poesie. E sarà proprio la scrittura, per Levi, l’elemento necessario ad «esorcizzare il male soggettivamente vissuto» (p. 59). Secondo l’analisi di Nicastro, leggiamo l’orribile conflitto nella configurazione di «un tentativo di elaborazione del dolore lasciato in eredità a Levi dal lager» (p. 61). Dopotutto, per Levi, così come per i sopravvissuti, «la paura più grande è quella di non poter più tornare come prima, dopo aver assistito alla degradazione degli uomini dietro al filo spinato» (p. 60), sapere cosa significa «non tornare»; ma, allo stesso tempo, possiamo scoprire nelle poesie, in quelle più intime, anche un sentimento di resistenza dato dall’unico elemento «che può contrastare la disperazione e la solitudine» (p. 62) e che si pone «come aggancio alla vita» (p. 62): l’amore. In particolare l’amore per quella che, poi, diverrà sua moglie, che Levi descrive con versi stupendi e tremendamente toccanti in una delle più belle liriche d’amore della poesia italiana moderna.
Anche per quelle che sono le scienze cognitive, la psicanalisi e la psicologia, che lo riguardano più da vicino, Nicastro individua elementi utili alla sua teoria.
Una forma di resistenza, scientifica questa, trova accoglienza proprio nella psicologia. Le più recenti invenzioni tecnologiche al servizio della medicina hanno permesso l’invenzione di strumenti di indagine molto avanzati per il funzionamento cerebrale, in grado di poter osservare effettivamente cosa accade nel cervello durante determinate attività mentali. Questo, naturalmente, ha migliorato le formulazioni delle diagnosi, ma, allo stesso tempo, ha evidenziato le difficoltà della psicologia che, dal canto suo, «nel suo versante clinico ha sempre incontrato notevoli difficoltà epistemologiche a dare solidità scientifica e sostanza empirica alle proprie ipotesi» (p. 135). E dunque, anche qui, l’individuazione di un conflitto ‘empirico’ e, conseguentemente, una forma di resistenza: continuare ad affermare la propria efficienza, basata sullo studio di qualcosa di intangibile quale, effettivamente, è la mente.
O, ancora, infine, conflittualità nella televisione e nei modelli proposti e standardizzati, come, ad esempio, i reality show e, di conseguenza, forme di resistenza culturali e intellettuali verso questi format.
D’altronde, è sempre Nicastro, nella premessa al volume, ad alludere ad una forma di resistenza, data da un «rapporto dialettico e conflittuale con la società in cui oggi viviamo» (p. 10) e che, nelle numerose e ricche pagine di questo libro, emerge nelle analisi dei molteplici scenari: la volontà generalizzata di affermare il proprio essere, in una continua resistenza dei sensi e del pensiero. Esattamente come D’Annunzio e Levi, anche Nicastro sceglie così la strada della scrittura per resistere, per «dare forma ai pensieri e alle impressioni soggettive» (p. 11) e per far sì che la propria esperienza sia diffusa, nella speranza che possa essere utile a chi, in questo mondo, vive gli stessi sentimenti.

di Francesco Benedetti

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