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LUIGI SOCCI, Prevenzioni del tempo, Livorno, Premio Ciampi Valigie Rosse 2017, con una nota di Paolo Maccari e tre disegni di Riccardo Sevieri, pp. 48, € 10,00.

Con Il rovescio del dolore (2013), Lu­igi Socci licenziava un bandolo che lo tratteneva da tempo, una costellazione di testi già apparsi in varie sedi editoria­li e digitali ma soprattutto ‘eseguiti’ dal vivo in occasione di letture pubbliche e che attendevano di essere riuniti in vo­lume. L’elegante plaquette Prevenzioni del tempo prosegue nel solco del libro precedente ma apre verso nuovi e più complessi scenari. L’agile volumetto è composto da una sezione contenente otto componimenti, intitolata Imprevisti e probabilità, cui fanno seguito quattro liriche: l’eponima Prevenzioni del tem­po, Che cos’hai da non dire?, Poesia visiva e Poesia di 3 minuti per un poetry slam. Mentre, nell’affrontare la dicoto­mia Caos-cosmo, vero grande nodo dell’età atomica, il Novecento pittorico e poetico ha quasi sempre scelto la strada probabilistica, affidando all’arte il compito di orientare la caoticità im­primendole un equilibrio (attraverso la rivendicazione, ad esempio, dell’attima­lità, dell’io-esserci irripetibile), nella sua opera il poeta marchigiano pare negare il ruolo costruttivo del tempo per affi­darsi con impassibile rigore all’opzione disperato-giocosa dell’improbabilità. L’inatteso, l’incongruo, l’illogico-reversi­bile (il nastro degli eventi che si riavvol­ge, il dolore capovolto, il mutevole che si fissa in una posizione) sono convocati sulla pagina per spazzare via con un soffio di flatus vocis l’idea del divenire come principio di sensatezza del reale. In continuità con le prove precedenti, i versi di Socci confermano la loro voca­zione dinamitarda, di edifici verbali che deflagrano ma da dentro, per implosio­ne del senso, e proprio in questo con­siste la loro natura divertente: nel fatto che divergono tanto dal senso comune quanto dalle pratiche creative correnti (ereditate e non). Non li definirei sapidi paradossi, e tantomeno disforie sarca­stiche; semmai, congegni verbali per la deregolamentazione dell’ovvio o, che è lo stesso, per la normazione dell’as­surdo: «Il trucco sta nel farsi / colpire a effetto / sorpresa trasecolare per tutto / restare a bocca aperta con le mosche / che ci volano dentro esterrefatti / per la scoperta dell’acqua calda / per il fia­to mozzato / che basta la parola / e si rinsalda».

Prevale ovunque il sentimento della disappartenenza, e l’idea di linguaggio come sofferto esorcismo e ilare sragio­namento, in una continua oscillazione tra comico e malinconico, da smaliziato poeta-saltimbanco che conosce a fon­do l’arte clownesca: suggestiva l’imma­gine di Fabio Zinelli, secondo cui «il ver­so è sbriciolato e ricomposto come un orologio dopo una vera martellata per finta», dove a imporsi è ancora l’a-topia d’una (im)possibile reversibilità. Forse ancor più che nel libro d’esordio, in Pre­venzioni del tempo si accentua la natura performativa del testo, e la componen­te illusionistica della prestidigitazione verbale (non a caso dita e mani sono figure ricorrenti della plaquette), con forte accento sulla recitazione metrica. Il «virtuosismo vocale» indicato da Mas­simo Raffaeli come dato caratterizzante la figura di Socci non solo si conferma ma si rinsalda: tanto è vero, scrive Pa­olo Maccari nella Nota conclusiva, «che spesso un’eco della voce o un fantasma di gesto sembrano impigliati nei carat­teri tipografici: piccole allucinazioni che derivano dal taglio monologico dei testi, con i suoi impliciti suggerimenti relativi alla prossemica e alla scansione reci­tativa». L’autore non teme il ricorso a soluzioni quasi canzonettistiche (come, per esempio, le rime identiche nella li­rica eponima, cui segue la reiterata e insistita pratica di contaminazione di luoghi comuni ed echi della tradizione alta: «Dicono che non c’è / più religione / insistono col fatto che non c’è / mezza stagione / che non ci sono più le morte / stagioni di una volta, la presente / viva e sepolta non è imminente»), oppure a riprese di quel gusto neo-surrealista che già era evidente ne Il rovescio del dolore («Senti come una testa nella te­sta / una testa più piccola all’interno / di una testa custodia»; «Una delle due teste ti fa male. / Non sai quale»), senza però mai sconfinare nel puro gusto ludi­co. Altro forte elemento di interesse, e per certi versi di novità, è la dimensio­ne quasi teorica dei due componimenti conclusivi. Poesia visiva è una partitura rap, o jazz – lo scatting è un’evidente tentazione sotterranea di questo auto­re – sulla natura dell’atto scopico e più esattamente sull’ambiguo statuto onto­logico delle immagini evocate per verba; un sorta di saggio filosofico travestito da nonsense, fortemente debitore di una certa tradizione della nostra letteratura d’avanguardia, come certifica l’esergo da Corrado Costa. Poesia di 3 minu­ti per un poetry slam è invece il brano più esplicitamente teatrale tra quelli si­nora pubblicati da Socci, un dialogo tra il performer e il pubblico che per certi versi fa pensare a 4’33’’ di John Cage, dove la provocazione consiste nell’espi­citare quel ritmo scenico che dal vivo, sul palco, è tutto, ma che tradotto in termini di indicazioni tipografiche diven­ta bizzarria, inadeguatezza, comica im­probabilità, appunto. Accompagnano la pubblicazione alcuni disegni a matita di Riccardo Sevieri che nella loro stilizzata e persino sognante evocatività fanno da felice contrappunto alla nervosa nitrogli­cerina del poeta-dicitore.

 

(Riccardo Donati)


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