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Dossier antologico per Semicerchio
POESIA DI GAZA
a cura di Simone Sibilio, Università Ca’ Foscari Venezia
[anticipazione parziale dal n. LXXIV 2026]
Dunia al-Amal Ismail
Nata a Gaza (1971), è poetessa, giornalista, nonché esperta di questioni di genere ed attivista per i diritti delle donne. È la direttrice dell’Associazione delle donne artiste di Gaza, la cui sede è stata distrutta in uno dei recenti bombardamenti. Autrice di racconti brevi e narrativa per l’infanzia, ha ottenuto diversi riconoscimenti tra cui il Premio del Forum delle donne del Mediterraneo per il racconto breve a Marsiglia nel 2014, e il Premio Internazionale Città di Spoltore 2024.
Tra le sue opere poetiche Ogni cosa è separata (1996), Il rimbombo della solitudine (1999), Non lui (2010). Dall’ultima sua raccolta, Le dita della nostalgia (2024), è tratto il testo qui presentato.
Suoi testi in traduzione italiana sono presenti in alcune antologie, tra cui Corrao F. M. (a cura di), In un mondo senza cielo. Antologia della poesia palestines, trad. di F. M. Corrao, F. De Luca, S. Sibilio, Giunti Editore, Firenze 2007; Capezio, O. – Chiti E. – Corrao, F.M. – Sibilio, S. (a cura di), In guerra non mi cercate. Poesia araba delle rivoluzioni e oltre, Le Monnier, Milano 2018; W. Dahmash – T. Di Francesco – P. Blasone (a cura di), La terra più amata. Voci della letteratura palestinese, Manifesto Libri, Roma 2024
Ricamo
Come una rosa, caparbia, che resiste all’appassimento
invoca, Gaza, una vita ostinata
forse un antico stupore,
cresce tra le case in macerie
e fioriscono sulle spalle degli uomini, obliati versi d’amore
il mare recita le orazioni di devozione ed eternità
tornerà Gaza,
a ricamare ancora i suoi sogni.
Nasser Mahmoud Atallah
Nato a Damasco (1967), è un poeta e giornalista palestinese residente a Gaza. Membro del Segretariato Generale dell’Unione degli scrittori palestinesi e del Sindacato dei giornalisti, ha pubblicato diverse raccolte poetiche, tra cui si segnalano Basta la rosa? (2003), La vedova dell’assenza (2010), Ciò che ha detto lo straniero (2016) e Questo è ciò che mi riguarda (2020).
Eletto dal Ministero della Cultura palestinese come personalità culturale dell’anno 2021, ha inoltre ricevuto il Premio Freedom Pen in Egitto nel 2019. Pubblica regolarmente su riviste e giornali arabi.
Suoi testi in traduzione italiana compaiono in A. Nicosia (a cura di), Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza, Edizioni Q, Roma 2025.
La guerra è finita
La guerra è finita.
Non è stata tenera con me,
mi ha nutrito con musica inquieta
vestito con pareti fragorose
mi ha insegnato
la morte senza funerale.
Lo aveva già fatto mille altre volte.
Il melograno del cuore
è scoppiato accanto a un grande animale marino.
I miei occhi hanno piantato questo triste universo
tutto intero nel mio petto.
Una sola persona ha avuto pietà di me
una donna dai bei lineamenti
piegata oramai dal peso degli anni.
Mi baciò quando scoprì
che ero un superstite di guerra
con sei figli a bruciarci dentro
e una donna paziente,
mia moglie,
che dalle macerie rubava risa
gettandomele in faccia.
Questa splendida signora
che mi ha fatto dimenticare la banchina di un treno
mi abbracciò con calore, dicendomi
l’anno prima che la guerra finisse:
“Un giorno la guerra finirà”.
E io ora andrò a
comprare un mazzo di fiori
e lo porterò alla stazione,
lasciandolo sullo stesso binario
in cui un giorno la incontrai,
perché, travolto dal suo calore umano
e da quel materno abbraccio,
dimenticai di chiederle l’indirizzo.
La guerra è finita.
Adesso è l’ora dei fiori
e delle lacrime copiose.
Testo inedito
I testi seguenti sono tratti da You must live. New Poetry from Palestine, trans. T. Abu Odeh, S. Bloor, J. Graham, Copper Canon Press, (2025)
Mosab Abu Toha
Poeta, scrittore di racconti brevi, bibliotecario e saggista nato a Gaza (1992), considerato tra i massimi autori palestinesi. La sua raccolta d’esordio in lingua inglese, Things You May Find Hidden in My Ear (2022) è stata finalista al National Book Critics Circle Award for Poetry e ha vinto il Premio del Libro palestinese, l’American Book Award e il Walcott Poetry Prize. Abu Toha è anche il fondatore della Biblioteca Edward Said di Gaza distrutta nell’attuale guerra. Recentemente ha vinto il Pulitzer Prize for Commentary per la sua rubrica “Letters from Gaza” sul New Yorker. I suoi scritti su Gaza sono apparsi su The Nation, The New York Times, The Washington Post, The Atlantic e The New York Review. Il suo secondo libro di poesie, Forest of Noise, è uscito per Knopf nel 2024. È stato visiting scholar presso le università statunitensi di Harvard e Syracuse. È presente in traduzione italiana nell’antologia W. Dahmash – T. Di Francesco – P. Blasone (a cura di), La terra più amata. Voci della letteratura palestinese, Manifesto Libri, Roma 2024.
Se solo avessi saputo
Mi intrufolo nel giardino di casa,
guardo furtivo attraverso la finestra la mia tazza di caffè.
Ci sono ancora i segni delle mie labbra
sul bordo della tazza bianca.
Le lancette dell’orologio continuano a girare
senza sapere che guarderanno
volti diversi dai nostri.
Solo il muro sa cosa stanno provando.
La mia penna è ancora sullo scrittorio,
i fogli bianchi stanno per cadere,
un pesante silenzio li terrà fermi
quando venti gialli soffieranno dai campi.
Se solo avessi saputo
avrei scritto sul primo foglio:
una casa, un pozzo, semi di cipresso e pini.
Possa il vento trascinare il pozzo sulla casa
possano germogliare i semi e che la casa si tramuti
in un bosco o un giardino.
Lo vedo dal campo profughi,
lo vedo da lontano.
Gaza 2021
Waleed al-Aqqad
Nato a Gaza (1992), è poeta, drammaturgo e scrittore di racconti. Laureato in media, ha pubblicato poesie e racconti in antologie e riviste. Suoi testi compaiono inoltre nell’antologia di poeti di Gaza curata per la rivista letteraria di Harvard “Peripheries: Journal of Word, Image, and Sound”, da Mosab Abu Toha e Tayseer Abu Odeh (2021). Ha ricevuto diversi premi, classificandosi al primo posto al concorso di drammaturgia dell’Università della Palestina (2016).
Mai visto un cadavere intatto
Non ho mai visto un cadavere intatto
ma riconosco, una ad una,
tutte le vittime di questa guerra
persino quelle dita so di chi sono.
Ho visto un corpo con la testa fracassata
senza nemmeno uno strato di pelle
guardavo i fori nel suo petto
le ossa attraversate dall’aria
ogni giorno una costola cadeva dalla gabbia
e poiché Dio ha creato gli arti congiunti
mi è venuto da pensare che
Dio è davvero un artista dotato.
Desideravamo stringerti
ma tu ti scioglievi nel sangue
temevamo che il tuo volto mutasse
che si smarrisse il tuo prezioso sorriso
quel sorriso che ti rendeva speciale.
Ti abbiamo offerto l’estremo saluto
in una piccola tomba, simile a quella
di passeri neonati.
Ci siamo presi cura della tua postura
la tua mano mozzata poggiata sul petto,
abbiamo ricoperto le ferite di rose,
pianto come tu desideravi
senza scrivere sulla tua lapide “sfollato”.
Il nostro buon amico se n’è andato
se n’è andato un amante della vita
un compagno che odiava la guerra
incapace di uccidere persino una mosca
è morto temendo la morte
perché abituato a vivere
è morto lasciando dietro sé ogni cosa
ciò che più lo spaventava
era essere dimenticato.
Decapitato
lo hanno portato in un piccolo sudario
sollevato al cielo
come un’offerta al signore della guerra:
vermi e carne.
Hanno adagiato su un tavolo
il corpo a brandelli,
le ossa rotte,
la pelle deformata,
il cadavere di un bambino affamato
di cui il mondo ha divorato la carne.
Gaza 2024
Nidal al-Faqaawi
Nato a Khan Yunis, Gaza (1985), ha un’unica raccolta all’attivo, Mezzogiorno: poesie nel carretto di un calzolaio, edita da Dar Al-Ahliya ad Amman nel 2017, che ha ottenuto il primo premio al Concorso per giovani scrittori. Suoi testi sono apparsi su varie riviste letterarie arabe e piattaforme online, tra cui la rivista locale Ishtar e la rivista regionale 28. Ha in preparazione una seconda raccolta.
Il numero 11
Dato che Dio è per chi non ha nessuno
io ho Dio.
Voi, pregate pure per me, ma non vi dilungate troppo
i cadaveri anonimi trovano conforto nella solitudine.
Seppellitemi come un cadavere anonimo
e mettete un numero astruso
al posto del mio nome.
Incidete due linee verticali e dite:
un giorno, da questa sabbia, risorgerà il cadavere numero 11.
Nel calcio, è il mio numero preferito.
Mi conosco bene, credetemi,
sono un toro impazzito
ho passato la mia vita a correre dietro a un pallone
e non credo proprio che smetterò.
Forse
ho ancora settant’anni davanti
per mangiare, bere, stare in silenzio, ridere, giocare, leggere, soffrire e dormire.
O forse me ne restano la metà
il che è improbabile
in ogni caso, come un indemoniato mi fionderò nella stanza,
mi contorcerò sul pavimento, come chi non può sopportare l’attesa,
come chi non ha più tempo,
come chi vuole dire qualcosa di importante
prima di morire.
Gaza 2022
Haidar al-Ghazali
Nato a Gaza (2002), è poeta e redattore culturale del quotidiano Al-Yamama e sta completando i suoi studi universitari in Letteratura inglese. È membro del team editoriale del gruppo letterario Yar’aat presso l’Istituto Tamer e del Circolo di scrittura creativa della Fondazione Abdel Mohsen Al-Qattan di Gaza. Si è classificato al terzo posto nel concorso di poesia Jabra Ibrahim Jabra (2021). Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue occidentali. È considerato una delle voci più promettenti dell’ultima generazione di poeti palestinesi. Suoi testi in traduzione italiana sono presenti nei volumi Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, a cura di A. Bocchinfuso, M. Soldaini, L. Tosti, trad. di N. Salameh, pref. di I. Pappé, con interventi di S. Abulhawa e C. Hedges, Fazi Editore, Roma 2024 e A. Nicosia (a cura di), Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza, Edizioni Q, Roma 2025.
Tu, genocidio (2024)
Prendi la mia forma
e i miei desideri
indossa i miei abiti
prendi i miei piedi piatti
e l’andatura sbilenca
vivi le mie storie d’amore
la mia timidezza
prendi i miei amici
che non vivranno così a lungo
lègati a loro più che puoi
svegliati presto come me
potrai lavarti il volto con luce d’alba
e sognare.
Senza sapere
che è più sempliceper chi dorme
morire.
Alaa al-Ghoul
Nato nel campo profughi di Al-Shati, a Gaza (1967), Alaa al-Ghoul è poeta ed accademico. Laureato all’Università di Zagazig, in Egitto (1988), dal 1993 insegna letteratura inglese all’Università Al-Aqsa di Gaza. Ha pubblicato numerose raccolte di poesie, tra cui si segnalano: Tutte le stagioni sono luglio (1995), Bahinbai: una caverna e un lago (1997), Backstreet Story (2005), Cento poesie d’amore (2015), Pillole d’autunno e il colore della pioggia (2015), Canzoni di Casablanca (2016), Turchese (2017), Il tempo dimentica e la città è vuota (2017), Aspettative neutrali (2018), Lavanda (2018), Artemide (2020), Passione di seta (2021) e I fazzoletti di Ziryab (2021). Suoi testi in traduzione italiana si trovano in A. Nicosia (a cura di), Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza, Edizioni Q, Roma 2025.
Fumo e abbracci
Non preoccuparti
questa guerra resterà nel profondo
come ampia ferita nella memoria
non uscirà dal mio taccuino mentre ancora scrivo
della schiuma del mare che brillava
color farina o mentre vedo prima del mezzodì
cerini di missili sui nostri tetti
e nelle piazze che riempiono di fumo o polvere
hai visto il nostro cielo diventare tenda
aperta al freddo? Questo, amore mio lontano,
non corrispondeva all’immagine del luogo
che avevamo in mente volevamo cambiare insieme
i colori della strada io ti amo serbando la nostalgia
e i miei nomi, e tutti quanti i desideri che ora più non vedo
calmi come vorrei. E sull’amore il mondo mi assicura
i resti di un abbraccio che avrebbe per noi potuto essere
la calma di un vasto mattino.
Gaza 2023
Kifah al-Ghussein
Rifugiata da famiglia beduina originaria di Beersheba, vive nella Striscia di Gaza. È scrittrice e accademica con un dottorato in Media Studies. Ha pubblicato otto libri, tra cui la sua tesi di laurea magistrale: La realtà del giornalismo letterario nei quotidiani palestinesi (2016), un libro di poesie popolari Che tu stia bene (2019), un romanzo e una raccolta di racconti brevi per ragazzi. Tra le sue opere poetiche si ricordano le raccolte di stampo tradizionale Tatuaggio su fronte di beduina (2000) e Ho conosciuto Dio attraverso mia madre (2017) e la raccolta in vernacolare nabati: Il cavallo del tempo (2017). L’ultimo suo libro è Buchi nell’abito bianco (2025). È inoltre autrice di numerose canzoni nazionali e patriottiche.
Sposami
Mettiamo al mondo un cavaliere nero
che squarci il terreno di questa sventura
renda alla terra del timo e dell’olio
il destriero del nostro dono
sterile è ormai l’universo
scolorata la mia bandiera
io donna illibata
ho un piccolo anello per dote.
Sposami!
Mettiamo al mondo chi ci restituirà la casa
sopendo il tormento del peregrinare
ballando i passi della rivoluzione
sulle rovine delle colonie.
Sposami!
Niente di lindo qui assiste alla messa
né mura, né guardie, né capi o soldati
l’unica testimone di nozze è la patria
ci orna con gelsomino, basilico e ambra
da bocche di morte con canti ci estasia
e sulla nostra testa sparge gruccioni
Sposami!
Mettiamo al mondo chi riprenderà Gerusalemme
vincendo l’arroganza dei cavalieri
dedicando ai muti le nostre parole
ripulendo le lacrime dalla sacra al-Azhar
Sposami!
Nima Hassan
Scrittrice, poetessa e assistente sociale originaria di Rafah (Gaza), attualmente sfollata a Mawasi Khan Younis. Autrice inoltre di testi teatrali e romanzi, usa l’arte e la scrittura come forme terapeutiche con bambini vittime di traumi di guerra. Tra le sue opere maggiori si segnala Dove danzava la fiamma (2019), Lettere ordite dalla penna di qualcuna (2021) e Non era morte (2022). Ampiamente tradotta in lingue straniere,
è salita alla ribalta internazionale con i suoi “Diari di guerra” che documentano il profondo impatto della guerra genocida di Israele sulla popolazione di Gaza e i dettagli della vita quotidiana.
È presente in traduzione italiana nei volumi Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, a cura di A. Bocchinfuso, M. Soldaini, L. Tosti, trad. di N. Salameh, pref. di I. Pappé, con interventi di S. Abulhawa e C. Hedges, Fazi Editore, Roma 2024 e A. Nicosia (a cura di), Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza, Edizioni Q, Roma 2025.
Creiamo una nuvola
Dove va la voce di Fayruz quando salta la corrente?
Lei accende un fiammifero perché la notte la veda
le candele sono ancora nelle case abbandonate
mentre il tetto dei vicini giace in solitudine.
Esiste un varco sicuro?
Chi conosce queste vie porta una lanterna
gli indirizzi del paese sono ancora lì.
Sono una donna di una città che non dorme mai
fumo tanto perché la polvere della guerra
non mi veda.
Come chi sopravvive all’atto di annegare
ritrovando i polmoni in fuga verso le onde
il sale deve essere neutrale.
Provo a cucinare il pasto
a tagliarmi le unghie
a prendermi cura di una tartaruga lì, da sola, in un angolo della casa
a mettere un po’ di profumo della sera
in un altro tempo.
Vado a sentire il suono dei caccia
mi metto a parlare con la vicina dell’elettricità
di quando sarà ripristinata
a guardare i videoclip invece di ascoltare le notizie
a convincere i morti che sono ancora vivi.
Do una sistemata all’armadio prima di andare.
Oggi
la città vola
e tutti ballano ai suoi bordi.
Solo chi ha assaggiato l’aroma delle pallottole si salverà.
Non possiedo una mongolfiera.
Berrò il caffè prima che il negozio esaurisca i chicchi
e rivendico di stare bene.
Così tante mani amputate provano a stringere la mia.
La caffettiera traballa sul fuoco.
I funerali non aspettano.
E la pioggia? Ha cambiato direzione?
Si chiede il becchino guardando in alto.
Quanti limoni sono rimasti sull’albero?
Mi atterriscono l’ansia dei passeri
l’acidità delle stagioni
e il pianto del bambino dai capelli ricci
non restituito a sua madre quando la chiesa
chiuse le porte.
Ho così tanto amore nel cuore.
L’ho svuotato aspettando in fila per l’acqua.
L’inverno arriverà presto.
Tutti i tetti delle case sono ormai andati.
Ed io, fradicia di morte,
come farò ora a incontrarti.
Maryam Qawwash
Poetessa nata nel campo profughi di Al-Nuseirat a Gaza (1988), è dottoranda in filosofia della letteratura all’Università di Tanta, in Egitto. È autrice di diverse raccolte di poesie, tra cui Sette anni di carestia (2017), Come cammina la quaglia (2019), Lettere all’arancione (2021), Appartenendo alla luce del giorno (2023) e Poi germoglia di nuovo (2023). Ha ricevuto numerosi premi di poesia, tra cui un premio universitario (Facoltà di Lettere dell’Università Islamica, 2013), il nono Premio Internazionale di Poesia palestinese della Palestina e il Premio di Poesia Anton Saadeh (Libano, 2023).
Suoi testi in traduzione italiana compaiono in A. Nicosia (a cura di), Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza, Edizioni Q, Roma 2025.
Ci vedremo?
Ci vedremo se mai questa guerra dovesse finire?
Dove ci vedremo, in Via al-Mukhtar, nel quartiere di al-Rimal o ad al-Karama?
Forse ci incontreremo sullo stupendo lungomare, sorseggeremo il nostro tè
e i pistacchi di Aleppo disseteranno le nubi, ciò che resta del loro nitore,
bramando le colombe?
Se queste guerre finiranno
ci ritroveremo in quell’antico caffè,
affacciandoci sulla chiesa che gettò il suo scialle
all’impiegato statale
e torneremo
portando al nostro campo tutti i segreti delle viole?
Eccoci, siamo tornati
come se non fossimo mai partiti.
Ci vedremo o è solo un’illusione?
Acqua
nel bagliore dolente.
E se ci incontreremo,
ritroveremo i ricordi dell’anima nel dolore del luogo?
Gaza 2024
Othman Huseyn
Nato a Rafah, nella Striscia di Gaza (1963), è poeta e membro del Segretariato Generale dell’Unione degli scrittori palestinesi. Fondatore della rivista letteraria “Ishtar” in Cisgiordania e Gaza, ha pubblicato sette raccolte di poesie, tra cui Il marinaio si scusa per l’annegamento, Chi decapiterà il mare?, Tu sei suo, Cose lasciate al blu, Come se stessi avvolgendo le galassie, La guardia della vittima e, in collaborazione con Khaled Juma, Rafah: un alfabeto di distanza e memoria. Ha ricoperto il ruolo di direttore del Dipartimento culturale del Centro di pianificazione palestinese a Gaza.
Maledizione
Spezzo l’attimo con un bisturi non adatto al chirurgo,
i volti balzano, respirando a malapena.
Cucio la ferita e sorrido ai bastoni spezzati sulle teste dei presenti.
Spezzo l’attimo per ritardare di un anno ancora il suo pacco di sogni.
Una volta li scelsi tra due stagioni abiette
e la guerra ci raggiunse all’inizio del giorno
giunse come una nera maledizione
a divorarci la carne
lasciando agli affamati solo afflizioni e sogni erosi dall’attesa.
Gaza 2024
Hend Joudeh
Nata nel campo profughi di al-Bureij a Gaza (1983), è laureata all’Università AlAqsa di Gaza in Tecnologia didattica. Ha lavorato per la Radio, producendo e presentando il programma Buongiorno, patria per l’emittente al-Hurriya di Gaza. Oltre alle poesie, ha scritto canzoni, racconti e sceneggiature per documentari. Tra le sue raccolte Qualcuno va via per sempre (2014) e Niente zucchero in città (2023). Ha fondato e diretto la rivista “28Magazine” di Gaza.
Un piccolo piede
Non è un pezzo di ghiaccio,
pur essendo così freddo
non correrà più,
neanche aveva imparato a camminare
non è una rosa,
per quanto io senta un profumo simile
non è un volto,
eppure lo bacio come fosse una gota
non è una lacrima,
ho gli occhi prosciugati da quando ho il cuore arso
non sono viva,
e soffoco
non sono morta,
ma l’anima trema come un uccello appena sgozzato.
Le domande balzano fuori dai recessi del cuore
urtando contro ogni cosa
prima di tornare convulse e cieche.
Non c’è più tempo per il tedio
i giorni più non passano,
claudicanti si trascinano
sotto nubi sature d’angoscia
difficile ignorare,
e doloroso sapere
quanto è crudele dubitare,
aspettare su un ponte disteso sull’abisso.
Ruotano attorno a noi calici di delusione come notizie dell’ultima ora.
Gaza 2024
Khaled Juma
Nato a Rafah (1965), è considerato uno dei nomi preminenti della scena letteraria palestinese odierna. Responsabile della sezione culturale dell’agenzia di stampa palestinese Wafa, vive a Ramallah da diversi anni, ma a Gaza ha lasciato parte della sua famiglia. Autore prolifico anche di prosa, teatro, canzoni e letteratura per l’infanzia, ha all’attivo numerose raccolte poetiche, tra cui menzioniamo Testi non pertinenti (1999), Pertanto (2000), Assomigli ancora a te (2004), L’usanza delle città (2009), Come cambiano i cavalli (2011), Perché i gitani non t’amino (2012), Nulla cammina in questo sogno (2015), Zia Fenice (2024). Ha vinto il Premio Palestina per la letteratura nella categoria Poesia con Una strana luna sul fabbricatore di flauti (2022). È ampiamente tradotto in lingue straniere tra cui inglese, francese, italiano, tedesco, spagnolo, svedese, bulgaro, danese e olandese.
Il becchino
Ho lavorato come becchino
in dieci paesi.
Lavoravo senza pressioni
con una piccola pala
allacciata alla cintura
la portavo sempre con me come un medaglione.
Nei primi nove paesi
È andato tutto normalmente
non più di un morto
o due alla settimana.
Mi dissi: me ne andrò in pensione in una città sul mare.
E sono arrivato qui, intendo a Gaza,
con la mia piccola e inutile pala.
Ho dovuto comprare una scavatrice
assumere becchini
ho dato lavoro a tutti i disoccupati
eppure non è bastato.
Allora ho fondato un’“azienda della morte”
e ad oggi siamo i primi in Borsa
a livello mondiale.
Gaza 2024
Alaa al-Qatrawi
Nata a Gaza (1990), ha conseguito un dottorato di ricerca in Letteratura e Critica Araba (2022) con una tesi di semiotica sulla poesia di Adonis. Insegnante di lingua araba in una delle scuole dell’UNRWA a Gaza ed ex conduttrice radiofonica, ha ottenuto vari riconoscimenti poetici, tra cui il Premio Abdulaziz Al-Babtain per la migliore raccolta di poesie di un giovane autore, Una ruota idraulica che prova a cantare (2022). Ha inoltre ha ottenuto il primo posto al concorso internazionale di racconti brevi Those stories, organizzato da Chinese Tale Books e dalla casa editrice giordana Dar Fada’at. Membro del consiglio direttivo dell’Associazione degli scrittori palestinesi, è stata responsabile del comitato culturale presso il Centro Baladna di Gaza (2014). È inoltre autrice di testi per canzoni popolari e di diverse operette poetiche, come Freedom Sings e Thawer (2012). Ha collaborato come scrittrice di testi alla mostra sui prigionieri palestinesi Anime, non foto (2013-2014). Suoi testi in traduzione italiana compaiono in A. Nicosia (a cura di), Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza, Edizioni Q, Roma 2025.
Lasciate che io la veda anche solo una volta.
A metà marzo il cuore era già inaridito non vi crescevano più alberi per le colombe. Datele le mie labbra perché possano baciarla anche solo un freddo bacio.
Datele un mio polmone perché senza è soffocata non ha potuto gridare il mio nome. Su di lei pesanti macerie e io la sentivo. Ho ereditato nel sangue un’antica tristezza, un vecchio veleno, un misero massacro e un segreto reso antico dalla famiglia del Profeta sul mio ascetico rosario.
Datele i miei lunghi capelli li adoro quando li tocca con le dita e dice: “Un giorno crescerò e i miei capelli saranno più lunghi dei tuoi”. Tagliatemi i capelli per lei perché il mio tesoro non muoia con i capelli corti e un desiderio dell’infanzia.
Lasciate che io la veda per dirle che questa nostalgia non è facile che sarebbe stato più semplice essere trafitta dai pugnali che dalla follia dell’assenza e che i miei occhi nella loro epica tristezza sono tamburi africani montagne consumate ruggito di pianure nero pianto guaito di colline nitrito di galassie nelle mie lacrime ribelli.
Lasciate che io veda il viso della mia Orchidea solo una volta.
Lasciate che le dia un bacio anche solo un freddo bacio.
Gaza, 2024
Traduzione dall’arabo Claudia Podio
Nasser Rabah
Nato a Gaza (1963), è uno dei massimi poeti palestinesi. Le sue opere sono state tradotte in inglese, ebraico e francese. Ha conseguito la laurea in Scienze agrarie presso l’Università Ain Shams in Egitto, prima di lavorare come direttore del dipartimento della comunicazione presso il Ministero dell’Agricoltura palestinese. Membro dell’Unione degli scrittori palestinesi, ha inoltre pubblicato il romanzo Circa un’ora fa (2018). Tra le numerose raccolte di poesie, si segnalano Rincorrere una gazzella morta (2003), Uno di nessuno (2010) Passeggeri con abiti leggeri (2013), Acqua assetata d’acqua (2017), Elegia per l’uccello del henné (2021). Traduzioni in inglese di sue poesie sono apparse su The Los Angeles Review of Books, The New Yorker, Paris Review e Poetry Magazine. È di recente pubblicazione la sua raccolta in inglese Gaza: The Poem Said its Piece, Pocket Poets Series, City Lights (2025). Suoi scritti sono presenti in traduzione italiana in A. Nicosia (a cura di), Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza, Edizioni Q, Roma 2025.
Nulla m’uccide, nulla
Muoio lentamente, Ghiannis Ritsos
ancora più lentamente, Nazim Hikmet
vecchi prigionieri passano e mi chiedono: “Ti ricordi di noi?”
Allora so chi sono.
Un carcere vuoto, da cui mi salutano i morti che passano
e io li invito al museo dei ricordi
malgrado questo
nulla m’uccide, nulla.
Muoio lentamente, Garcia Lorca
ancora più lentamente, Muzaffar al-Nawwab
legna che contempla legna, accanto a un caminetto spento
un anziano, che ha perso i denti, ama cantare, si confondono le parole
ogni giorno una strada perde una porta, una finestra
e gli aerei attraversano il cielo
malgrado questo
nulla m’uccide, nulla.
Muoio lentamente, Nasser Rabah
ancora più lentamente, Pablo Neruda
due milioni di Cristi qui ascendono al Cielo scalzi e nudi
con pentole vuote che disturbano i sogni imperiali di Roma
gettando al vento i nomi dei figli
mentre dal cielo piovono canti
nonostante tutto
nulla m’uccide, nulla
perché del luogo sono la pietra angolare.
Gaza 2024
Yaser al-Waqqad
Nato a Gaza (1982), ha conseguito una laurea in geografia e lavora come educatore. È membro dell’Unione Generale degli Scrittori Palestinesi e ha organizzato numerosi eventi poetici nella Striscia di Gaza. Ha vinto diversi premi prestigiosi, tra cui il Mediterranean Poetry Prize (Sezione Palestina) nel 2022. Ha pubblicato numerose raccolte poetiche tra cui i segnalano I minareti del cactus, Ospitando luglio, I fiori dei non vedenti, Erba che resiste all’asfalto. Tra le sue ultime raccolte uscite nel 2023, L’identità celeste e A piedi nudi sulla sabbia della luna.
Estrarre il domani dalle macerie del labirinto
Chi è stato ucciso respira ghiaia e grano
cime di fiammiferi sono alberi, e il tuo viso,
questo folle, un tir che traporta la farina
agli sfollati, assaltato sulla via da ricchi
e miserabili, che vendono la farina per strada
lettere sono le nubi, cortili i morti,
le mie costole, pareti di una biblioteca difronte alle feroci
ruspe, l’infame esercito contrae le vene della città,
un tempo brulicante dei figli del cielo.
Era più grande della nostra galassia, la città
e più nobile.
Ubriaconi, a che servono le vostre tende?
Ho strappato tutti i biglietti per l’erranza che mi avete donato,
e ora costruisco nelle sabbie della coscienza il mio ultimo minareto,
ergendomi sulla bocca dello spazio come l’invocazione della palma,
non mi interessano le tende né la partenza;
il mio ieri di certo riposa nella tomba,
e il mio domani lo edifico con i recipienti degli affanni,
e lo zucchero del senso.
Mi rallegro, perché il domani del mondo è una vergogna
di doppiezza e cecità.
Gaza, 2024
Fedaa Zeyad
Nata a Gaza (1987) è poetessa, scrittrice di racconti brevi, insegnante e animatrice culturale. Laureata in lingua araba e metodologia didattica, ha conseguito un diploma di letteratura araba. I suoi diari di guerra divulgati attraverso i suoi canali social che documentano la vita a Gaza durante la guerra hanno riscosso grande visibilità internazionale. Ha inoltre condotto dei workshop di scrittura e disegno in una tenda dello stadio di Gaza City adibito a rifugio per sfollati. Suoi scritti sono presenti in traduzione italiana in A. Nicosia (a cura di), Ho ancora le mani per scrivere. Testimonianze dal genocidio a Gaza, Edizioni Q, Roma 2025.
Ho in mente una canzone
Da stamattina non smette di ronzare
non si ferma un secondo
ovunque io vada sento il suo ronzio come un’ape nell’orecchio.
Se me ne dimentico, mentre discuto con commerciante sul prezzo del detersivo,
subita sussulta come il battito del mio cuore.
Mentre chiacchiero con altre affacciata alla finestra,
ritorna come eco.
Se faccio apprezzamenti a un ragazzo muscoloso
o sorrido a una ragazza che aspetta il compleanno
o do un calcio a un sasso sulla strada
torna a rimbombarmi in faccia.
E ogni volta che mi lavo il viso,
lo scorgo nello specchio.
Quando sono assorta nei testi pessimi che straccio,
si siede davanti a me, con i suoi piedi vibranti.
Allora, mi viene in mente una canzone
la riconosco.
Mi ronza nelle orecchie,
non è nella mia playlist!
Non credevo fosse un regalo di un amico,
ma mi tormenta dal mattino,
mi batte nella testa.
Provo a ignorarla
mentre bolle nella caffettiera
mi salva da un’ustione alla mano
mentre quella dei miei amici mi ha lasciato senza un addio.
Oggi un’amica mi ha mandato un messaggio con le sue ultime volontà
e la canzone mi è esplosa negli occhi.
Ho una canzone in mente dal mattino
che si è subito tramutata in pianto.
Gaza 2024
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