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Tredicesimo quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni, Marcos y Marcos, 2017, pp. 318, € 25,00.

«XIII Quaderno significa ventisei anni di vita» (p. 11). Misurando l’età di questa vera e propria istituzione della nostra poesia contemporanea, Franco Buffoni inaugura il Tredicesimo quaderno italiano, presentan­do una piccola schiera di giovani poeti e poetesse, tutti nati dopo il 1980, formata da Agostino Cornali, Claudia Crocco, An­tonio Lanza, Franca Mancinelli, Daniele Orso, Stefano Pini e Jacopo Ramonda. Cerchiamo allora di seguire il filo di questa sottilissima narrazione collettiva comin­ciando dal primo (in ordine alfabetico) e ri­promettendoci di dedicare qualche parola ad ognuno dei partecipanti.

Camera dei confini di Agostino Cornali (presentato da Niccolò Scaffai) rappresenta un viaggio morbido nei paesi del bergama­sco (Martinella, Redona, Gazzaniga, etc.) i cui nomi sono messi come epigrafe – al posto del titolo, quasi come in dedica – in ognuno dei ventisei brevi componimenti che tracciano questo itinerario territoriale e sen­timentale. Cullato dalla dolcezza di un pa­esaggio maestoso e domestico, Cornali ripercorre «i sentieri / tracciati dai padri» (p. 26) e snocciola a memoria «tutti i paesi / da Mozzanica a Valbondione» (p. 30). La sua è una questione di memoria e di sangue. Da­vanti il paesaggio della sua infanzia e della sua adolescenza, il poeta coglie i segni di un enigma che si incarna nel sublime irrazionale, culminante nella rappresentazione di fanta­smi e streghe, come nella poesia consacrata a Romano di Lombardia: «Qui dicono che in certe sere / guardando in alto si vede ancora / il corpo fatto a pezzi di Ambrogio di Vismara / appeso ai merli della torre» (p. 41). Le leg­gende medievali e le superstizioni contadine diventano così il correlativo di un sentimento antico e misterioso, eternamente riflesso nei casi di questa solitaria provincia dell’anima, in cui ad antenati longobardi con «le spade e gli scramasax in mano» (p. 33) si affiancano «ragazzi / con mandibole diverse / migranti coribanti / che attraversano i deserti» (p. 45).

Con Il libro dei volti (presentazione di Massimo Gezzi), Claudia Crocco ci por­ta in un romanzo di trame inconcluse e accavallate, sguardi incrociati, reazioni spiate, per scoprire il mistero di qualcosa che è come dimenticato, sommerso dalle tante precarietà di cui non possiamo non fare parte: quella dello studio che non si fa mai lavoro, quella del sesso che non si fa mai amore, quella dell’amore che non si fa mai verità. I suoi versi diseguali raccontano saltando dalla prima alla se­conda alla terza persona. Le situazioni, vere o idealizzate, mescolano momenti di cronaca e diario in una specie di elegia impossibile, giocata sui due estremi del­la sensualità e del lutto, entrambi caricati di un’intensità che amplifica l’esperienza fino a renderla trauma, osservazione del trauma. Una vera e propria struttura di sguardi sorregge Il libro dei volti. Questa sostanza filtra anche attraverso il ricorso al nuovo vocabolario tecnologico che pure non rappresenta la vera sostanza della poesia di Crocco. Anche se com­plicata dalla speciale ipersorvegliatezza di una mente estremamente lucida, ci tro­viamo di fronte una poesia di passione. Dal gemito al singulto, il lettore è indotto a rivivere ogni sobbalzo di questa musica.

Suite Etnapolis di Antonio Lanza (letto da Fabio Pusterla) accompagna il lettore in un piccolo romanzo in versi ambientato in un centro commerciale, Etnapolis appun­to, in cui seguiamo le voci, i pensieri e le (in)azioni di commesse, baristi, sorveglian­ti e tutti gli altri personaggi che popolano questa specie di necropoli del commercio e del consumo. Ma più che essere poe­sia del consumo, Suite Etnapolis segue il modellarsi della materia umana negli inter­valli regolari di scaffalature e giorni. La vita costretta a mescolarsi su turni di otto ore, sette giorni su sette, è il vero soggetto della narrazione in versi di Lanza, che delinea i contorni di personaggi con aspettative, rancori e segreti. Il senso di alienazione che si esperisce nella frequentazione quo­tidiana di un non-luogo è il suo tema. Lan­za cantilena la brutalità della reiterazione, scandita meccanicamente dal susseguirsi indistinto dei giorni, dall’accavallarsi delle voci registrate e delle voci interiori, dalla confusione fra l’idolo del profitto e quello della felicità individuale.

Altri toni tenta invece Franca Manci­nelli con il suo Tasche finte, in cui si dan­no due piccoli saggi dalle prime raccol­te della poetessa più una sezione finale di brevi prose poetiche. Leggiamo dalla presentazione di Antonella Anedda: «Pa­sta madre, Mala kruna, Tasche finte sono finora i tre titoli del percorso di Franca Mancinelli: parole composte che spiazza­no chi legge, a partire dalla loro ambiguità come ‘mala’ che in serbo-croato significa ‘piccola’ e in latino e spagnolo ‘cattiva’, mentre ‘kruna’, omofono di cruna, si­gnifica ‘corona’. Ogni parola è concreta ma, impastata alla successiva, cresce davvero come il grumo della pasta nella nostra mente» (p. 147). Seguendo ancora le indicazioni di Anedda, si coglie come la poesia di Mancinelli mescoli il senso di una concretezza tattile e la materialità im­palpabile del vuoto. L’impasto linguistico della poetessa accavalla sensazioni e dati reali, raffredda la passione in uno sguardo asettico e partecipe, usa materiali comuni per evocare la puntura dell’idea che si di­stende sull’ordine accidentale delle cose. «Quest’alternanza – prosegue Anedda – tra elementi pungenti e materia, tra spina e legno, tra accoglienza e ritrazione crea una continua incertezza su chi dice io e chi dice tu, su chi sia l’amante e l’amato, ma anche l’umano e la bestia» (p. 148). Leggiamo dall’ultima sezione: «Le frasi non compiute restano ruderi. C’è un in­tero paese in pericolo di crollo che stai sostenendo in te. Sai il dolore di ogni te­gola, di ogni mattone che cade. Un tonfo sordo nella radura del petto. Ci vorrebbe l’amore costante di qualcuno, il suo lavo­rare quieto che risuona nelle profondità del bosco. Tu che finalmente ritorni. Disfi la valigia, ti scordi di partire» (p. 190).

Quinto poeta del XIII Quaderno è Danie­le Orso, che presenta il suo Muri portanti, brevemente introdotto da Flavio Santi. La poesia di Orso, conscia della lezione di Gio­vanni Giudici, nume tutelare di questi versi, sembra proseguire la linea crepuscolare di una adesione alle piccole cose (piccoli ri­cordi, piccoli dolori) ironica e drammatica, anche se animata da un rigore intransi­gente. La provincia, la lateralità geografica e biografica, la periferia mentale: questi sembrano essere i termini della dimensione in cui muove chi dice io, catalogando con amara lucidità gli argomenti dell’indimo­strabile, dell’assurdo storico ed esistenzia­le. Animo scettico e romantico, Orso passa dall’universale al particolare mescolando i piani con rime facili e quasi cantabili, come in I romanzi: «[…] La verità è che i romanzi / Sono sempre così pietosamente / Ostili alla ragione: / Che succedeva a Dachau, Dachau-paese, // Mentre poco distante l’Essere / Scompariva nei forni del campo / E l’Agnese andava pedalando, / Come fosse niente, a morire?» (p. 237).

Sentimentale Jugend di Stefano Pini è presentata dalle parole di Milo de Angelis: «Poesie invernali, nebbiose, vestite di brina e galaverna. La luce è velata, ferita, mai piena; è la luce “rotta”, scrive Stefano Pini, dove emergono come minuscoli palomba­ri i giorni della giovinezza. E infatti la giovi­nezza che appare nel titolo è un tema os­sessivo di questi versi. La giovinezza con le sue partite di calcio giocate nel primo campetto, lontano dai centri sportivi e dal­le porte regolari: “pali improvvisati e niente / traversa”» (p. 241). Con le poesie di Pini ci troviamo di nuovo immersi nella provin­cia lombarda, fra Treviglio e Milano, anche se non mancano tappe europee (Berlino, Lisbona) al suo taccuino di impressioni e memorie. Come nota de Angelis, la brina è per Pini una metafora luminosa del ve­lato apparire e scomparire dell’idea poeti­ca. Uno strano senso di appartenenza alla propria vita, un «tempo del tempo» (p. 278) in cui tutto sembra essere doppio, facoltà possibile della percezione. La percezione di Pini, appuntata al paesaggio non meta­fisico della campagna lombarda, industria­le e contadina, gioca con le referenze di una realtà decostruita dallo spirito analitico del poeta, che cerca la quadra di una do­manda non posta, specchiandosi nella sua materia, guardandosi osservare.

Ultimo della serie è Jacopo Ramonda, con le prose-poesie del suo L’inappe­tenza, presentato da Umberto Fiori. Fra protagonisti e comparse, di cui seguiamo serialmente le vicende, Ramonda guarda con occhio disincantato ai casi intimi di una serie di personaggi – noi e loro si ac­cavallano – le cui piccole vite sono mes­se, per così dire, al microscopio. Le trame di queste brevi prose sono essenziali, asciutte, interiori. Diario, memoria e cro­naca privata servono a Ramonda per cri­stallizzare sulla carta alcuni minimi episodi apparentemente insignificanti. Le relazioni sentimentali, le aspirazioni individuali, il trascorso professionale di una vita, ogni espediente è buono per operare un’inci­sione sul corpo vivo di personaggi difet­tosi e andare in profondità. La profondità è l’ossessione di questo sistema poetico in cui alla complessità della trama (il fetic­cio del romanzo di cose) si contrappone la complessità dei caratteri, figure appa­rentemente ferme che, riga dopo riga, as­sumono una dinamicità nuova. Il meglio è nella freddezza con cui il poeta riesce a considerare i casi propri e altrui, sco­prendo spazi in cui il dolore ha smesso di essere la ragione principale (di qui forse la caduta del canto) e le ragioni pro e contro si contano come in un bilancio aziendale. Da Enfant prodige: «Durante gli anni delle elementari, io e mio fratello minore siamo cresciuti con la sensazione di essere de­stinati a qualcosa di grande, ad un futu­ro radioso. Il nostro comportamento e le nostre parole suscitavano commenti e re­azioni sperticate, apprezzamenti spropor­zionati rispetto alla nostra ordinarietà, e ovviamente preferivamo crederci speciali, piuttosto che viziati. […]» (pp. 308-9).

Il Tredicesimo quaderno italiano for­nisce alcune importanti e utili indicazioni sulla strada che i giovani poeti stanno in­traprendendo, a cominciare dall’incontro fra poesia e prosa, argomento tornato di grande attualità nell’ultimo decennio, nel complesso panorama del rinnovamento lirico cui anche le esperienze riunite in questa raccolta sembrano dare adito. Ma al di là dei veri e propri esempi di poesia in prosa, offerti da Mancinelli e Ramonda, tutti gli autori antologizzati in questo Qua­derno sembrano tentati dalla funzione de­scrittiva, analitica e narrativa della poesia, dimostrando di volersi appropriare di una sezione della nostra complessa realtà tra­mite i versi, lo strumento apparentemen­te meno adeguato a tale scopo. Il lavoro di Franco Buffoni e dei suoi collaboratori continua a produrre senso, nonostante il quarto di secolo sia ormai alle spalle.

 

(Fabrizio Miliucci)


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