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ANDREA INGLESE, Un’autoantologia. Poesie e prose 1998-2016, Milano, Dot.com Press, 2017, p. 175, € 15,00.


Per Andrea Inglese la poesia è «il proseguimento del punk con altri mezzi, con mezzi molto più meditati, sofisticati se vogliamo» e il poeta è «un nemico dell’ordine costituito», «in grado di scavare dentro di sé in modo forsennato» e «capace di vivere diversamente dalla maggioranza delle persone», secondo «un mito ancora attivo», romantico e adolescenziale ma «irrinunciabile» (Poesie e prose 1998-2016, Milano, Dot. com Press, 2017, p. 171). Cos’hanno in comune punk e poesia? «La continuità tra punk e poesia – secondo l’autore – e data dalla matrice libertaria, dalla rabbia anarchica e sovversiva» (ibid., p. 172). Con queste affermazioni Inglese testimonia una concezione extraletteraria della poesia e quando è chiamato a spiegare cosa sia la poesia, si schernisce, affermando: «Io non ho mai saputo cosa fosse la poesia, e l’ho sempre imparato dagli altri» (ibid., p. 146). La poesia, in senso letterario, si definisce a partire dalla tradizione della poesia, si impara dagli altri. In senso extraletterario Inglese la definisce in quanto imperativo categorico: il mito del poeta nemico dell’ordine costituito è per lui «irrinunciabile», vorrebbe conservarlo nella sua «scrittura poetica, e soprattutto nel [suo] modo di connettere scrittura e vita» (ibid., p. 171). Nella connessione tra scrittura e vita è da ricercare, dunque, una delle chiavi per interpretare la sua opera, antologizzata nella collana Autoriale, diretta da Biagio Cepollaro per i tipi di Dot.com Press, con il titolo Poesie e prose 1998-2016. Seguendo la biografia di Inglese, perciò, potremmo forse trovare le matrici esperienziali per decifrare la sua scrittura e comprenderla nelle sue ragioni profonde. Poesie e prose si apre con testi tratti da un libro del 1998, che ha un archetipo letterario in Bartolo Cattafi: «il poeta che mi ha aiutato di più a scrivere Prove di inconsistenza afferma l’autore – è stato probabilmente Cattafi» (ibid., p. 174). Non si può pensare a un aiuto in presenza, visto che Cattafi muore nel 1979 e all’epoca Inglese ha solo 12 anni, essendo nato nel 1967. Si deve concludere che le sue prime esperienze siano state non con un autore in carne e ossa ma con i suoi libri o, se si preferisce, con un «morto vivente», se diamo retta a Tiziano Scarpa, per il quale «la letteratura e un amorevole duello con i morti viventi, cioè con gli autori che ci hanno preceduti» (Lo scrittore e il mondo, «Argo» n. 2, 2002, www.argonline.it).
Già da Inventari, però, libro del 2001, si fanno evidenti le relazioni con autori contemporanei, che rappresentano la connessione di Inglese con determinate comunità letterarie: «Un poeta molto presente negli Inventari segnala – è Biagio Cepollaro […] ma con lui anche il più comico-grottesco Paolo Gentiluomo» (Poesie e prose 1998-2016, op. cit., p. 174). Cepollaro, all’epoca direttore della rivista «Baldus», e Gentiluomo furono i promotori del Gruppo 93, insieme a Marco Berisso e Lello Voce. Da Gentiluomo Inglese ha tratto la poetica dell’inclusione e da Cepollaro la «poesia come forma dell’underground» (ivi). Inventari nasce quindi dall’incontro con un gruppo che si richiama in modo esplicito alla neoavanguardia, al Gruppo 63, come racconta Alfredo Giuliani (Nasce il gruppo 93?, in «la Repubblica», 23/9/21989).
Nella quarta sezione di Poesie e prose 1998-2016 troviamo testi pubblicati in Prosa in prosa, un libro che raccoglie anche contributi di Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Andrea Raos e Michele Zaffarano, tutti coinvolti, insieme a Inglese, nella redazione di Gammm.org, una non-rivista di «ricerca». Se il Gruppo 93 lo formo, il gruppo di Gammm.org e una formazione di Inglese: entrambi i gruppi, per quanto non-avanguardie, si sono proposti di intervenire nel discorso sulla poesia per prendere posizione e indicare una tendenza, escludendone altre. In Gammm.org trovano ospitalità «frammenti, installazione, non performance, non spettacolo». Il poetry slam, forma spettacolare di poesia performativa, dovrebbe essere escluso dall’orizzonte di Inglese, invece troviamo il suo nome e i suoi versi in Superfast poetry, un’antologia curata da Luigi Socci per i tipi di Pequod, raccogliendo i testi degli autori che hanno partecipato a un poetry slam internazionale, ospitato dal festival Adriatico Mediterraneo, il 4 settembre del 2008 ad Ancona.
Segno che in Inglese c’è una tendenza a fare gruppo ma mantenendosi libero e prospettando «comuni anarchiche» in cui realizzare il «connubio arte-vita», perché «l’esperienza della scrittura poetica, che è assai difficile, solitaria, e in gran parte insensata, non potrebbe essere portata avanti senza l’amicizia con certi morti e certi vivi» (Poesie e prose 1998-2016 , op. cit., p. 175). Chi sono i morti e i vivi che hanno insegnato cos’è la poesia a Inglese, oltre agli autori già citati? Gabriele Frasca, Robert Pinget, Christophe Tarkos, Massimo Rizzante con «l’elogio del gesto arbitrario» e Giancarlo Majorino con la sua «noncuranza» e la sua «indipendenza nei confronti di correnti e fazioni» (ibid., pp. 172-173), il Jonathan Culler di Theory of Lyric, il Salinger di Franny e Zooey per cui «l’artista crea esclusivamente alle proprie condizioni» (ibid., p. 151), Franco Buffoni perché è «colui che con più pazienza ha dissacrato la poesia, ha svuotato di fantasmi e risvolti mitologici il ruolo del poeta», portandolo «a concepire, programmaticamente e storicamente, l’esistenza di un campo poetico, entro cui si tracciavano percorsi e si configuravano opere» (ibid., p. 172). Se, tuttavia, Inglese cerca un connubio fra arte e vita, tiene distinte la scrittura d’arte, che sviluppa nella direzione di una «scrittura intransigente» (ibid., p. 151), difendendo «l’idea di una criticità permanente nei confronti della pratica di scrittura che si muova da o verso ciò che la tradizione chiama “poesia”» (ibid., p. 171), e la «scrittura “referenziale”», la «scrittura critica sulla “realtà”», in cui «le parole hanno un peso tremendo, hanno il peso della verifica collettiva, in quanto possono essere contestate immediatamente e da tutti, in base a contro-prove e contro-argomentazioni», mentre le parole della scrittura d’arte «spesso non pesano niente, e al massimo produrranno qualcosa di brutto, banale e inutile» (ibid., p. 148). Fra i mezzi di cui si è servito Inglese per diffondere la sua scrittura referenziale, particolarmente significativo, per la sua opera e per la storia della letteratura italiana, è il lit-blog «Nazione Indiana», in cui l’autore fu introdotto da Antonio Moresco.
La separazione fra scrittura intransigente e referenziale ha prodotto l’esclusione dall’antologia delle prose saggistiche, che «Nazione Indiana» ospita in decine di esemplari e che avrebbero meritato un posto nella crestomazia. Non includendo le prose saggistiche, Inglese si dimostra incoerente rispetto al suo assunto di poetica che mira a «connettere scrittura e vita», cedendo forse al timore reverenziale nei confronti della letteratura. Sulla soglia dei cinquant’anni l’autore, in effetti, traccia un bilancio «abbastanza in passivo» della sua carriera di poeta, constatando l’assenza dei suoi libri dalle librerie e l’esclusione dal circuito dei festival italiani e internazionali di poesia (ibid., p. 169-170). L’intransigenza si paga, specie se nella traiettoria di Prosa in prosa la scrittura diventa «letteralità» (Jean- Marie Gleize, citato da Paolo Giovannetti nel saggio La poesia italiana degli anni Duemila, Roma, Carocci, 2017, p. 90). Verrebbe da pensare che, nonostante la ricerca del connubio arte-vita, la scrittura d’arte resti scrittura e la vita non la penetri, confinata com’è nella scrittura referenziale. La poesia enumerativa e sintattica di Inglese, in cui un testo può contenere un intero discorso, svolto con grande lucidità e puntigliosità metrica, come in [Progettiamo, anche per questo giorno] (ne La distrazione, Bologna, Luca Sossella, 2008) e [Tutto lerrore teorico e stato questo, averla] (in Commiato di Andromeda, Livorno, Valigie Rosse, 2011), trova in realtà la sua ragion d’essere nell’etica che riverbera nella scrittura referenziale. Ed esiste un filone narrativo-riflessivo che percorre tutta la produzione poetica dell’autore, con le punte di Bildungsroman di un punk (in Inventari, op. cit.), Macchine e Ateismo per tutti (ne La distrazione, op. cit.). Scrittura intransigente e referenziale trovano, però, la loro sintesi compiuta solo nel genere dei generi, in cui tutte le scritture possono confluire: il romanzo, a cui anche l’intransigente Inglese cede, pubblicando per Ponte alle Grazie 2016 Parigi e un desiderio, che non è un antiromanzo. Anche il punk e morto, del resto, e il sogno svanisce al risveglio. Resta, per ciò che riguarda l’opera di Inglese, la traiettoria di una scrittura rigorosa e una costante militanza.

(Valerio Cuccaroni)

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