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ANTONIO DELFINI, Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo, a cura di Irene Babboni, prefazione di Marcello Fois, Milano, Einaudi, 2013, XXIX, pp. 229, € 15,50.


Modenese di sette cotte (generazioni) in un certo senso sui generis – rubando impropriamente l’espressione all’epigrafe creata e predisposta per se stesso da Angelo Fortunato Formiggini editore prima di dare esecuzione al proprio suicidio pianificato – Antonio Delfini, che da Modena scappò per poi farvi ritorno, sia per una ansiosa ricerca di ‘apolidismo’ intellettuale nella Firenze dei Gadda e Montale, sia perché «a Modena non si può in alcun modo essere modenesi» (Marcello Fois), portò fino all’ultimo radicato in sé il piacere del paradosso, della risata a volte grassa, a volte di lama tagliente e affilata, il gusto per il bizzarro, per la sfida impossibile, a cavallo fra il goliardico e l’impegno civile, arrivando a inventare, ad esempio, un improbabile diploma di agrimensore per il Bosco di Nonantola, sulla scia di quell’aspetto di ‘modenesità’ un po’ eccentrica e un po’ scorbutica come quella dello stesso Formiggini fondatore dell’Accademia del Fiasco (di cui Delfini fu uno dei membri). Allargando l’orizzonte, in ambito letterario il territorio padano ha prodotto un filone di autori cosiddetti ‘lunatici’ per svagatezza surreale i cui capostipiti ideali si possono fare risalire a un Ariosto e a un Boiardo. In Delfini tuttavia questa connotazione fu molto più estrema, se è vero, come ha sostenuto Stefano Calabrese, che egli «visse la realtà come una finzione per essere in grado di ricordarla successivamente come una realtà nelle finzioni che avrebbe scritto». In verità, tale criterio interpretativo dell’opera dell’autore modenese è stato applicato alla sua prosa ma, curiosamente, meno ai suoi versi. Quando si tratta delle Poesie della fine del mondo, compresa la presente edizione (in cui sono proposti numerosi inediti risalenti a ‘prima’ e ‘dopo’ ‘il nucleo fondamentale’ vero e proprio, e come tali ordinati ‘cronologicamente’ nelle relative sezioni), l’argomento sembra venire affrontato fin troppo sul serio, richiamando – giustamente ma unicamente – la prospettiva apocalittica di cui sono pervasi e impregnati i testi, visti, dall’occhio della critica in generale, come espressione e rappresentazione spietate di un mondo in disfacimento e senza via di scampo, un mondo, dopo che le ceneri di Auschwitz hanno lasciato l’umanità distrutta in mille cocci, incapace di trovare nuovi motivi o nuovi stimoli e all’interno del quale la poesia può solo dichiarare e raccontare tale frantumazione e, infine, il proprio fallimento con ironia, sarcasmo, disillusione, malinconia o altro. Lo stesso Delfini, in Premessa, ci ribadisce che di «fine del mondo» si tratta, ma «che non si sa quando avverrà o quando avvenne» e che «può essere già avvenuta». Applicando però il paradosso esistenziale delfiniano anche all’opera in versi, il titolo stesso potrebbe essere paradossale e nascondere, nel rovescio di significato di quella ‘fine del mondo’ letta secondo la locuzione di uso popolare, qualcosa di stupefacente, di straordinario: poesie ineguagliabili, insuperabili, perché degne ‘della fine del mondo’. Del resto, è proprio Delfini, a conclusione del suo preambolo, a instradarci, quando sostiene che «sembra darsi l’avvio a un nuovo canzoniere: l’anticanzoniere di questi ultimi giorni della vita del mondo […] che stiamo vivendo o che ci illudiamo di vivere», e sul modo, sullo stile di scriverlo ci offre le coordinate in un testo inedito del 1957 pubblicato ora nella sezione «Prima della fine del mondo», È morto il procuratore del re: «I tempi ripeto sono tristi / non si canta, non si fischia, non si fanno versi / finché dura questa pretesca storia / i poeti scriveranno versi come i miei. In verità nessuno capisce più niente / ed è per questo che si scrivono, come scrivo / dei versi senza suono e senza rima / […] / […] un giorno / la Patria potrà avere liberi per le sue strade / i Poeti, i Cavalieri e Santi e gli Eroi. / È ancora presto e la Patria non può avere, / oggi, poeti superiori a me per il sapere.» Più che avere contenuti ideologici, le «Poesie della fine del mondo », e quelle anteriori e quelle posteriori, sono materiali retorici. Difatti l’impronta dello stile delfiniano è stata «nel tempo manierista, lirica, romantica, crepuscolare, sghemba, sgrammaticata, scombinata, bettoliera, offensiva, innamorata», annota Irene Babboni nei suoi Appunti del curatore. Tra le ‘Poesie giovanili’, la prima delle due parti, l’altra delle quali sono le ‘Poesie di mezzo’, costitutive della prima sezione intitolata «Prima della fine del mondo» (la seconda sezione sono le «Poesie della fine del mondo», la terza porta il titolo di «Dopo la fine del mondo» e comprende le Poesie escluse, le Poesie sopravvissute e, infine, la Poesia della fine dell’anno) protagonista è la ‘gente’, guardata da un occhio narrante in prima persona a sua volta guardato o scrutato da essa. Questa ‘gente’ prima si dirada nelle ‘Poesie di mezzo’ dove, dopo gli esperimenti dei collages poetici e de Les presqu’automatiques, si radicalizza una voce politica sarcastica nei riguardi delle elezioni, della propaganda, del voto italiani; scompare infine nelle «Poesie della fine del mondo», o si trasfigura, forse, in una sorta di ipotetico popolo uditore, atto ad assecondare la voce infuocata che impreca, bestemmia, sentenzia, piange, urla, grida, si dispera, e altro ancora, contro costumi, società, politica, religione, cultura, tramite il medium di personaggi dei quali essa fa sfregio e sberleffo con storpiature a sfondo sessuale e scatologico dei loro nomi di persona, a volte immaginari, a volte reali: «l’avvocato Merolino Stecorandi della Meda», «Cagistrato dei Moglioni presidente», «il notaro del Canzo / tutor di Sezzamega», «l’avvocato del Bruco / detto Sculattin del Buco», «Canza del Dazzo / notaro timbra razzo», «fazzo e cica / i due sensi della vita», «l’industriale Cavagodioli», «Elsa Retranche», ecc. Satira, sarcasmo, invettiva, improperio, orazione pagana, preghiera laica, tragico-comico, sadicomasochistico, minuzia e cosmo la fanno da padroni, secondo una linea letteraria ideale che dall’antichità scende fino ai nostri giorni, sicché, ascoltando questa voce, si viene quasi stuzzicati a riconoscerla in quella emessa da una sorta di poeta novus della contemporaneità, sui generis ovviamente, subito prima dei Novissimi.


(Giuseppe Bertoni)

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