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In Zanzotto e le lingue altre, Semicerchio LXVIII, 117-119.

 

MARIA PAOLA GUARDUCCI e

FRANCESCA TERRENATO,

 

 

In-Verse: Poesia femminile dal

Sudafrica, Milano, Mimesis/

DeGenere 2022, pp. 182,

€ 18,00

 

Nel saggio critico In-Verse: Poesia femminile dal Sudafrica, il percorso di letturadei versi di diciotto poete sudafricane sidipana lungo direttive sicure, radicate nelpassato coloniale del paese e ancora centralial suo presente democratico: la storia,lo spazio, la lingua, il genere. Le autriciMaria Paola Guarducci e Francesca Terrenato– docenti di Letteratura inglese all’Universitàdi Roma Tre e di Lingua e letteraturanederlandese alla Sapienza di Romarispettivamente – dedicano un capitolo aciascuna delle prime tre macro-questioni, ele legano insieme con il filo rosso del ‘genere’,delle esperienze e dei discorsi di donnesudafricane per le quali la parola poeticanon è un lusso, ma una presa di posizionesul mondo e una possibilità di agency.

Nell’Introduzione descrivono il loro lavorocome un ‘dialogo’ tra autrici e testi che sismarca dalle convenzioni della storia letterariae dell’antologia, puntando a una strutturadialogica che restituisca la complessitàirriducibile del loro campo d’indagine. Nessunapretesa quindi di delineare un doppiocanone della poesia femminile sudafricanain inglese e in afrikaans, bensì il desiderio didar voce (grazie anche al loro attento lavorodi traduzione dall’inglese e dall’afrikaans) apercorsi di creazione e immaginazione liricache nei capitoli corrono in parallelo ma continuamentesi sovrappongono, si sdoppiano,divergono, si riconnettono, nello stessomodo in cui le poete delineano una loro(non)appartenenza problematica – l’esserecontemporaneamente dentro e fuori – allarealtà transnazionale, transculturale e multilinguedel Sudafrica contemporaneo. Inquesto senso risulta particolarmente efficacela scelta del titolo del volume: In-Verse segnala il lavorio del mettersi in versi, maanche come questi contengano una matriceoppositiva che in-verte e sovverte – dauna prospettiva postcoloniale, di genere efemminista – i discorsi dominanti da cui lepoete prendono distanza.

In Sudafrica, la STORIA come narrazionedel passato è da sempre terreno discontro tra versioni discordanti, che attingonoa una molteplicità di archivi culturali,linguistici e politici, e continuano a produrrestorie ‘altre’. La letteratura, sia in ingleseche in afrikaans, si è confrontata fin da subitocon le narrazioni coloniali europee, enon è un caso che il primo testo in inglesepubblicato da uno scrittore nero sudafricanoall’inizio del Novecento (Mhudi di SolPlaatje) sia un romanzo storico che riscrivel’incontro coloniale fra europei e popolazioninative, la lotta per il possesso della terra,le menzogne di boeri e inglesi, le rimozionida far riaffiorare nel nome dei diritti e dellagiustizia sociale. La storia sudafricana,dice Ingrid De Kok, è «Storia bendata cheparla / di un mondo spezzato, monconi /cui appendere la nostra vergogna / comeinutili mani, per sempre». Nel contesto ancoranon pacificato della nazione arcobalenovoluta da Nelson Mandela e DesmondTutu, la necessità di segnalare e riempire ibuchi della storia è al centro della poesiafemminile, che evidenzia la cancellazionedelle donne dalla narrazione collettiva.

Tra le operazioni più coraggiose direvisionismo storico Guarducci segnalauna lunga poesia di Makhosazana Xaba,una delle intellettuali più stimate del paese. Tongues of Their Mothers / Le lingue delle madri (2008) dissotterra sette figuredi donne vissute fra il Settecento e oggi.Anche se meriterebbero di essere celebratenei modi potenti dell’epica, formamaschile per eccellenza, Xaba propone diannunciare la nascita di una nuova storiaper il Sudafrica con una lingua nuova,quella delle madri, caratterizzata dal generee dal suo essere orale e corporea –una tongue/lingua, per l’appunto, e nonun linguaggio. Questa ricerca di forme dirappresentazione alternative, che costruisconoun’appartenenza femminile organicaal tempo e alla storia, inizialmentesembra snodarsi lungo la linea del coloree della diversità linguistica ma, come sottolineala ricerca di Guarducci e Terrenato,diventa sempre più ibrida, sempre menodivisa fra storia bianca e storia nera, fraappartenenze etniche e culturali, fra inglesee afrikaans, e insiste su alcuni momentistorici con cui le scrittrici si trovano a farei conti – le origini, il colonialismo, l’apartheid,Sharpeville, la Truth and ReconciliationCommission – ma anche su figurediventate iconiche. Le tante versioni dellastoria di Krotoa-Eva, una giovane khoivissuta durante la prima colonizzazionedel Capo a metà del Seicento, sono unbuon esempio di come la riflessione poeticae il recupero storico non possanoche intervenire nello spazio ambiguo della‘traduzione’ che, come ha segnalato pertempo Salman Rushdie in Imaginary Homelands,è spazio postcoloniale per eccellenza.In Krotoa-Eva’s Suite – a cape jazz poem in three movements (2018) diToni Stuart, questa ambiguità diventa rispostaallo smembramento culturale vissutodalla giovane khoi, e trasforma la fragilitàdel personaggio storico in forza perla Krotoa fittizia. Krotoa, la ‘madre khoi’,campeggia sia nella produzione in ingleseche in afrikaans come radice dell’archiviostorico-culturale da cui era stata esclusa,e come agente trasformativo della narrazioneidentitaria del paese.

In una sezione centrale di In-Verse, Terrenato affronta la questione dell’archivio, dei processi di selezione/inclusione/esclusione che lo caratterizzano, e della memoria culturale che, accompagnandoli, si trasforma. Di fronte ai vuoti e ai silenzi della storia, all’amnesia e all’afasia del ricordo, la poesia spesso attiva una memoria ‘prostetica’ che rende possibile entrare in empatia empatia con figure ignote e racconti perduti. Si assiste dunque anche in Sudafrica a un processo psico-poetico di ‘rememorying’. Rememory è la parola con cui Toni Morrison, prima donna nera a ricevere il premio Nobel per la letteratura, descrive la capacità della memoria di eventi del passato di sottrarsi alla volontà di amnesia e assumere una esistenza concreta, indipendente da chi ricorda, continuando a manifestarsi come fantasmi di una storia traumatica anche a chi non l’ha vissuta direttamente. Antjie Krog, scrittrice a tutto tondo nota per il suo impegno anti-apartheid e oggi impegnata nella costruzione di una cultura inclusiva, parla di una «cicatrice della memoria», un segno indelebile dei traumi della

storia con potenziale rigenerativo. In Kleur kom nooit alleen nie / Il colore non viene mai da solo (2000), un «sonetto cicatrice»(Roofsonnet) tiene insieme i traumi delledonne boere che hanno visto i figli morirenei campi di concentramento britanniciall’inizio del Novecento e i traumi di madri e

mogli delle vittime dell’apartheid, difficili da mettere in parola durante le sedute della TRC. Unire i due lembi di carne lacerata in una cicatrice per Krog significa individuare nei silenzi sui crimini contro l’umanità commessi durante la guerra anglo-boera l’origine del mancato dibattito sui diritti umani che forse avrebbe scongiurato le atrocità del regime bianco nei decenni successivi.

L’interrogazione della storia e della memoria nei versi delle poete sudafricane va di pari passo con la domanda sulla (non)appartenza alla terra e allo spazio della casa/nazione, declinati in modi storicamente e culturalmente diversi nell’esperienza British e Afrikaner. I luoghi e i loro significati sembrano mantenere un colore, una lingua, una narrazione anche nella produzione poetica femminile, dove natura e cultura inevitabilmente si sovrappongono. Nel capitolo dedicato allo SPAZIO, Guarducci e Terrenato evidenziano la distanza dei testi poetici selezionati dagli stilemi della poesia sul paesaggio della tradizione occidentale di contesto coloniale, una distanza dovuta in gran parte

alla prospettiva di genere e alla visione politica del soggetto lirico. Il Sudafrica, terra dura e bellissima, segnata dal sangue della storia, resta un terreno di confronto problematico nei versi delle poete, che

ri-mappano gli spazi legandoli all’esperienza materiale e alla memoria emotiva, entrambi campi di resistenza e di riconciliazione, e li proiettano su un paesaggio della nazione in cui si reclama ‘spazio’

per tutte e tutti. Da questo punto di vista, emergono come particolarmente interessanti i «paesaggi di acqua» rinvenibili sia nella produzione in inglese che in afrikaans, in cui il mare, l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano, si fanno contro-archivio fluido, spazi liquidi che sono materia per la memoria, da cui riaffiora la questione mai realmente affrontata in Sudafrica della schiavitù. Guarducci dedica una disamina attenta al video-poema Water di Koleka Putuma (2016), poi pubblicato nella raccolta

Collective Amnesia (2017), il primo bestseller in versi sudafricano. Qui il legame fra blackness e mare passa attraverso un complesso rapporto con l’acqua che attiva la presenza di un dramma mai messo in parole:

 

«Eppure tutte le volte che la nostra pelle va sotto,

è come se i giunchi ricordassero che un tempo erano catene,

e l’acqua, senza posa, sognasse di sputare tutti gli schiavi e le navi sulla riva,

integri così come erano saliti a bordo, avevano navigato ed erano naufragati.

Sono le loro lacrime ad aver reso il mare salato,

è per questo che ci bruciano le iridi ogni volta che andiamo sotto

 

Sono molte levoci di poete sudafricane di ogni lingua e colore che su questo tema precedono eseguono il video-poema di Putuma, quasia sottolineare come lo spazio acqueo siacongeniale all’intervento femminile e, anche,al mescolamento transculturale delleforme poetiche e linguistiche.

 Il quadro tracciato nel capitolo dedicatoa LINGUE E LINGUAGGI da una partedeclina il rapporto antagonistico fra linguenative e inglese nella poesia contemporanea,e dall’altra indaga la dissidenza

delle poete Afrikaner nei confronti della loro madrelingua come «lingua del diavolo» (o dell’apartheid), mettendo in luce un processo di decolonizzazione linguistica che spesso sfocia in una diffusa pratica di traduzione e auto-traduzione in inglese e in adattamenti in afrikaans di poesie orali

in lingue native sudafricane. Questa dissidenza decoloniale rende visibile, secondo le autrici, un processo di ‘cura’ della lingua, grazie all’immersione della parola nelle varie anime culturali e linguistiche del paese. Negli ultimi due decenni, anche lo spartiacque fra poesia elitaria ‘scritta’ e

poesia politica ‘orale’ si è gradualmente dissolto, e ha lasciato spazio a una scena molto più aperta e articolata di live poetry, in cui convivono vari registri, formati, spazi di performance pubblici e privati, e la cui vivacità dipende anche dalle nuove tecnologie di registrazione audio-video che creano possibilità infinite di riproduzione delle performance orali.

Molto attiva in questo scenario è la comunità coloured, concentrata nei dintorni di Città del Capo, che usa l’afrikaaps come mezzo di espressione letteraria. Voci coloured e voci black si presentano dunque con forza sulla scena poetica sudafricana con il preciso intento di partecipare con la loro live poetry alla costruzione del Sudafrica contemporaneo: sembra davvero che aver svincolato i versi dalla carta e dal libro, e averli restituiti alla performance di corpi, bocche, lingue e respiro – oltre che alla musica e alla versatilità del web – rappresenti oggi una modalità estremamente funzionale alla revisione critica delle categorie di classe e razza in rapporto al soggetto donna.

 

(Annalisa Oboe)

(Università di Padova)


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