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« indietro In Zanzotto e le lingue altre, Semicerchio LXVIII, pp. 146-147.
Due sono gli elementi che attivano l’interesse del critico letterario: da una parte la ripetizione di modelli, di schemi che vengono riscontrati in testi tra loro anche eterogenei; dall’altra l’idea di rottura e di interruzione che un’opera può suggerire nei confronti di una tradizione che la precede. La storia della letteratura e di chi la studia passa per categorie interpretative, griglie e schemi teorici che cercano di ordinare e storicizzare l’enorme massa di documenti letterari che la mente umana ha saputo produrre nel corso del tempo. E se la letteratura ha una sua storia, tendenze, mode, generi, lo stesso vale per la critica che da quei parametri tenta di innalzare sistemi, individuare correnti, elaborare categorie. Il convegno annuale di Compalit 2019, tenutosi a Siena, ha avuto come obiettivo proprio quello di problematizzare i parametri mediante i quali la critica letteraria da secoli, ragiona intorno ai testi letterari. Le nozioni ereditate dall’estetica romantica o dalla cultura positivistica, le teorie di Lukács, di Bachtin, della critica post-strutturalista, tengono ancora al giorno d’oggi o hanno perso qualcosa? Quanto è cambiata la letteratura dal sistema letterario moderno, entrando nella società di massa, all’epoca della World Literature? Uno dei principali nuclei teorici attorno a cui gli interventi del convegno ruotavano affronta il problema della lunga durata e dell’evento: esiste una continuità storica e della tradizione tra la letteratura antica e quella odierna? Si può considerare il Romanticismo, come sosteneva Curtius, l’elemento di rottura che ha troncato una continuità che durava da Omero? Oppure, seguendo le letture di Auerbach, è possibile attuare una lettura della storia letteraria che proceda per sezioni frammentarie e salti storici? E un evento letterario, per potersi ritagliare dei contorni propri, in che modo deve distaccarsi da un modo di pensare la letteratura che lo precede? Per ordinare il flusso dei fenomeni letterari occorre insomma stabilire delle costanti e delle varianti: questo il titolo del convegno, che si era riallacciato ad un libro di Francesco Orlando, i cui interventi, riuniti e catalogati in sezioni, sono usciti in due copiosi volumi per Del Vecchio editore (Le costanti e le varianti. Letteratura e lunga durata). I due volumi sono suddivisi in sette sezioni. Il primo, articolato in tre parti, arriva a toccare le sorgenti del Modernismo. Nella prima parte, titolata Teoria letteraria, vengono raccolti saggi che affrontano la questione storica dei generi letterari, insieme ad alcuni grandi concetti teorici quali l’idea di moderno o la frammentazione dei canoni. Questa prima parte viene inaugurata da Franco Moretti, che propone l’idea per un modello affascinante, costellato di schemi e grafici, in grado di stabilire dei parametri con il fine di rilevare delle realtà alternative, o “simulate”, in un corpus di diverse tragedie: le interconnessioni che si avvicendano tra composizioni teatrali redatte a distanza di tempo possono condurre ad una verità nuova? Un altro contributo interessante, proposto da Mimmo Cangiano, riflette intorno ai paradigmi di durata all’interno del movimento modernista, esaminando le diverse affastellature ideologiche che accompagnano il concetto di flusso, proponendo l’immagine di un flusso di ghiaccio, che sintetizza l’idea di un appiattimento del divenire storico, ereditato dall’immagine della borghesia di Lukács. La seconda parte è incentrata sulla letteratura premoderna, ed è intitolata Dal Medioevo al Settecento. Considerando le simmetrie dei testi premoderni con il bagaglio classico e la mitologia tradizionale, i saggi qui riuniti riflettono sulla frattura che rappresenta l’arrivo del moderno e le rimodulazioni che i testi premoderni manterranno in epoca moderna. In che modo e con quale autonomia gli anni della letteratura barocca, del manierismo, fino alle prime scintille dell’Illuminismo, si confrontano con le coordinate di una continuità della tradizione? È proprio dal passaggio dell’età premoderna a quella moderna che si affermerà il concetto, per noi oggi ancora imprescindibile, di poesia lirica. E non sarà un caso che il primato della soggettività, mai esistito prima in questi termini, dilagherà a partire dal Romanticismo. Tra i saggi qui raccolti, quello di Enrica Zanin ragiona sul principio di verosimiglianza, sul valore fittizio e sul significato allegorico del testo nelle novelle medievali, costruendo un arco temporale che giunge a Madame de La Fayette, domandandosi che tipo di modello stabiliscano le fabulae medievali con la mimesis di Aristotele. La terza sezione ha come tema la transizione dal Romanticismo al Modernismo. Epoca di innovazione ed accelerazione storica, è a partire dal Romanticismo che ereditiamo il significato della parola letteratura valido ancora oggi (è a questo periodo che risale l’invenzione del romanzo in chiave moderna). I saggi raccolti in questa sezione tentano di riflettere sull’intervallo storico che sfocerà poi nelle prime avanguardie. È chiaro che soffermarsi sulle soglie del moderno implichi una serie di segnali di rottura estremamente complessi da valutare. Il secolo dell’Ottocento è quello in cui si affermano molte delle categorie alle quali ancora oggi guardiamo; il movimento modernista, di fatto, è forse il punto di riferimento fondamentale nella storia letteraria degli ultimi due secoli, da cui derivano una serie di movimenti che, proprio a ragione della sua centralità, faticheranno a “creare” svincolandosi dalla sua discendenza. Interessante in questa sezione, tra gli altri, il saggio di Gabriele Fichera, che ragiona sul ruolo della foule negli scritti di Baudelaire e Verga, pienamente inseriti nella dialettica di attrazione e ripulsione nei confronti della modernità metropolitana; o il saggio di Luigi Marfè su In Parenthesis di David Jones, opera dalla preziosa intertestualità, sperimentale e inclassificabile, allo stesso vicina e sbilanciata rispetto ai testi della War Poetry e dei primi modernisti. Il secondo volume comincia con una serie di saggi che inaugurano la sezione sulla critica contemporanea: siamo nell’epoca della contaminazione dei generi, dell’industrializzazione della cultura e di un’idea di confini letterari altamente permeabili: l’incalzare dei diversi media inficia inevitabilmente l’idea di un modello letterario puro. C’è un appiattimento dell’intero sistema culturale, che si è pluralizzato e decentrato. Gli interventi di questa sezione forniscono gli strumenti per un orientamento all’interno del contesto critico del presente letterario e culturale. Il saggio di Gianluigi Simonetti, per esempio, a partire da alcune riflessioni sui testi di Franco Fortini ed Emanuele Trevi, tenta di stabilire la curva che ha trascinato la letteratura fuori dal tornante del moderno. La semplificazione semantica, le emozioni a buon mercato, l’enfasi sull’azione narrativa a scapito dell’introspezione psicologica, le sempre più determinanti linee guida editoriali e commerciali, sono alcuni dei fattori che vengono commentati e che introducono la letteratura, dopo essere passata sotto l’arco del post-modernismo, nell’era iper-contemporanea. La sezione successiva si concentra sui tempi e i paesaggi della World Literature: i saggi qui raccolti riflettono su una categoria complessa e dispersiva da definire, e fondamentalmente dipendente, come scrive Daniele Balicco, dalla critica americana. Viene qui discussa e problematizzata, tra le altre cose, la definizione di Antropocene come nuova era nella quale ci addentriamo. In questa fase assistiamo alle trasposizioni e alle riletture dei temi classici, che vengono reinterpretati alla luce di processi di critica culturale e politica, come il post-colonialismo, la libertà di genere o la salvaguardia dell’ambiente o della memoria storica: i testi della tradizione vengono dunque rivisiti e soppesati a partire dalle nuove urgenze sociologiche. La settima sezione si occupa di temi, forme e linguaggi. A scandire la rottura di una continuità o al contrario a protrarne la gittata partecipa un parco di elementi diversi. Per Gaston Paris, storico al Collège de France e suo direttore a partire dal 1895, scrive Giovanni Palumbo, la lingua e le opere letterarie conoscono un’evoluzione simile a quella dei monumenti. Da questa posizione viene proposta una riflessione sul divenire storico e in particolare sulla critica del testo e la teoria del restauro. Gli altri interventi indirizzano e fanno convergere letture: le forme che plasmano e avvalorano un testo si trasfigurano e si rifunzionalizzano; i saggi di questa sezione si occupano delle trasposizioni del prodotto letterario e in generale dell’espressione artistica. L’ultima sezione affronta un argomento fondamentale: i metodi, i paradigmi, le partizioni nell’insegnamento letterario. Gli interventi qui raccolti, appoggiandosi su elementi di didattica, anche biografici, riesaminano le utilità del metodo didattico, la modernizzazione degli strumenti e degli approcci nel mondo contemporaneo. Come deve rielaborare il bagaglio della tradizione un insegnamento che voglia attecchire nel contemporaneo? Il condensato scientifico riunito in questi due volumi propone una preziosa sintesi del sapere letterario messo a confronto con i nuovi paradigmi della nostra epoca. Urgenze reinterpretative e riesamina delle griglie teoriche del modello critico, in un periodo storico in cui le soglie toriche della letteratura vengono continuamente ridefinite, e appaiono più che mai permeabili, i saggi qui raccolti testimoniano al tentativo di faire face ad una accelerazione storica che richiede una persistente interrogazione sul proprio metodo: interrogarsi sulla durata e sulle rotture degli eventi appare più che mai fondamentale. (Davide Magoni) ¬ top of page |
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