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« indietro VITO M. BONITO, Firmamento (1990-2025), Ancona, Argolibri, 2026, pp. 294, euro 16.
«Poche vicende poetiche di oggi conoscono la compattezza stilistica e l’ossessività tematica del percorso di Vito Bonito»: lo scriveva, ormai vent’anni fa, Paolo Zublena, introducendo il poeta in Parola Plurale. Tale lungimirante giudizio trova conferma, ora che quel percorso conta ben trentacinque inverni, in Firmamento, meritoriamente dato alle stampe dai tipi di Argolibri. Non si tratta di un volume antologico, anche perché, dichiara l’autore, «composto per metà da inediti», quanto semmai di un ripensamento complessivo della propria opera, rivista e riletta alla distanza, quindi attualizzata. La coerenza e la coesione del lavoro di Vitaniello, o Vito M., Bonito – la “M.” sta per Maria Lucia, il nome della madre, e per Mirelle, nome segreto – si rivelano nella sua natura di spazio di ascolto per le lingue altre (quella dei neonati, quella dei morti), i cui segnali il poeta si sforza di captare e mettere in forma. L’assunzione di tale compito medianico comporta un’esperienza catabatica di regressione a una fase antecedente, o posteriore, al tempo meccanico della vita biologica, fase nella quale pre-vita e post-morte si fondono fino a diventare indistinguibili. Soffiando parole da un «corpo vivente in rima con morente», come si legge nel breviario di poetica Canto della crisalide. Poesia e orfanità (del 1999, libro che non a caso reca la dedica «a mia madre»), Bonito si sforza di restituire una lingua infantile, o postuma, comunque inconscia, che in forme allucinatorie e spettrali dica le esperienze prime, e ultime, dell’esistenza. Un’ambizione che ne fa, con Milo De Angelis e poche altre personalità della lirica contemporanea, l’ultimo interprete della tradizione orfica italiana – da intendersi, qui, come uno dei possibili esiti della reazione delle humanae litterae al mondano disincanto del moderno. Anche tipograficamente la sua scrittura si dispone su spazi ridotti, asfittici, deprivati d’ossigeno – «la poesia accade nell’irrespirabile, è l’irrespirabile»: questo il verso d’autore posto da Alessandro Baldacci in esergo al suo saggio sul tragico (sempre in Parola Plurale) – e procede su un modulo “autistico” (termine d’autore), nel senso di un parlare scandito, ossessivo, tutto avvitato intorno a pochi nuclei tematici ricorrenti (l’infanzia, il lutto, la condizione di orfanità e più in generale di minorità), a loro volta incardinati su poche, laconiche, parole-refrain (da neve a bambino, da sangue, o sangui, a pianto, da buio a luce, con tanto di citazione del funebre mehr Licht! goethiano a p. 231). I simulacri fantasmatici parlano ciascun per sé, sono più di uno ma non fanno coro. Dall’incubazione all’inumazione, si installano pervasivamente sulla pagina (a partire dalla madre, la cui morte nel maggio 1994 segna il trauma fondativo dell’opera di Bonito), e vi aleggiano in forme sempre attutite, smorzate, rimpicciolite. La sofferenza è sonorizzata in vagito, o in un balbettio spezzato da larva; gli organismi sono drenati di sangue e saliva; i solidi materici dissolti nel chiaroscuro, o affogati in una nebbia lattiginosa. Ma non è senza svolgimenti, la storia interna dell’opera di Bonito, e non è tutta in apnea. Accade infatti che con l’avvento dell’esuberante “bambina bianca”, messaggero celeste introdotto dal senhal Pēue, la sua poesia inizi a respirare, a dilatare i polmoni, a conquistare spazio (pur senza mai tenerne il centro). Grazie a quella nuova vita che reclama prepotente l’attenzione, culla non ha più, per forza, da rimare con nulla, né il bianco e lo scarto di linea devono corrispondere a un vuoto asfissiante, potendo ora fungere da svolte del respiro. La nenia incagliata arriva, a tratti, a sciogliersi in danza, gioco, oblio di sé. Quanto alla sostanza psico-espressiva rinvenibile in Firmamento, il campionario di pronunce adottate è ampio. Se non erro vi confluiscono la lallazione infantile, con le sue storpiature da micro-nevrosi narcisistiche e i suoi slanci incontrollati, la condizione para-psicotica dell’alienato, il demente sproloquio del puro di cuore, l’oratoria di marca devozional-popolare (con le formule di rito restituite a orecchio: «ora è nell’ora», p. 62, In alto i nostri cuori), la litania anaforica che, ha osservato Cecilia Bello, mena le singolarità a farsi collettivo plurale, e ancora le accordature della canzonetta, la tiritera (Dubbiose vispe terese), la lingua emozionale della scrittura privata (La bambina bianca un epistolario). Numerosi i detriti letterari sminuzzati e digeriti a testo, con succhi tratti dalla poesia religiosa delle origini (specie in certi sussulti giubilanti, di candore prelapsario), e poi da Dante («nel vuoto che tutto muove», p. 265), Petrarca («lieto e pensoso», p. 42, la sezione La disïata forma vera che riscrive il verso «Quel rosignol, che sí soave piagne»), Lubrano e i barocchi, Leopardi, Carducci («tendevi / la paroletta invano», p. 218), D’Annunzio, l’amatissimo Pascoli (soffiato via nell’aggettivo «zvanîto», p. 159), e ancora da Mallarmé, Eliot («nel mio principio inizia la tua fine», p. 100), Celan, Jaccottet, Gozzano, il Palazzeschi “cosmico” e “acrobeato” (penso a Fiori), fino ai contemporanei Fortini («foglio di via» a p. 160), Ortesta, Gherardini («quasi un’allegoria», p. 160). Voci di voci, echi di echi, spettri di spettri. Quando giunge a fare «fabula rasa» (p. 150) di sé, a metà circa del percorso, la versificazione di Bonito si arricchisce di nuovi ritmi, guadagna una cantabilità filastroccante mediante isoritmie e parallelismi vari (lo ha notato molto opportunamente Marco Villa). Sempre Villa osserva come la rima potenzi il suo uso espressivo di levità perturbante collaborando con l’iteratività ritmica: mi pare che ne sia un caso paradigmatico, anche per il valore metaletterario, la rima di «iddìa» con «comedìa» a p. 242. Quanto allo stile, la lezione ermetica si evidenzia nell’istituzione di rapporti logici ambigui e nell’uso suggestivo delle preposizioni («hanno tanto bene ai malati», p. 20, «moriremo agl’incensi», p. 159), ma è poi mescolata a stringhe verbali crepuscolari («piccoloniente», p. 178), e soprattutto a scelte primitiveggianti, ancora riconducibili all’infanzia (infanzia ontogenetica della lingua e della letteratura italiane; filogenetica del soggetto), come le incertezze e oscillazioni grafiche («infirmità», «farfale», «duoli» ecc.), le instabilità ortografiche caricate di valori espressivi («vieni ha me», p. 47; «ti a strappato», p. 51), i diminutivi d’affezione, gli inciampi semantici spinti fino al calembour,mimanti la “vita inferiore” del corpo e dell’inconscio («hai bene a piangere», p. 41, «habbi pietanza di noi», p. 62), oltre a un’ampia fenomenologia del lapsus e dell’errore già ben rilevata da Giacomo Morbiato. Colto nel suo sviluppo complessivo, Firmamento si offre come un punto fermo nell’opera di una delle maggiori voci della lirica italiana contemporanea. È un libro che conferma il valore di una poesia dimorante nel tempo bloccato del trauma e del lutto, costantemente intenta a interrogare il senso ultimo di un mondo la cui immanenza, finitudine, opacità, risultano irricevibili, inaccettate, orficamente respinte. La dimensione intrapsichica peraltro non esclude momenti di ficcante riflessione sulla storia collettiva: una sotto-sezione come Stelle al sangue, per chi scrive tra le più belle della silloge, tocca nodi irrisolti della storia italiana da una prospettiva per certi versi avvicinabile a quella di un artista visivo, pure operante a Bologna, come Flavio Favelli (si veda il suo Bologna la rossa). Ciò che sottrae un autore come Bonito agli abissi dell’irrazionale, del narcisismo verbigerante, della regressione astorica (a dire i pilastri della scadente lirica regressiva che ancora, purtroppo, in Italia si fa; lirica tanatofila e dunque, Furio Jesi insegna, serva del potere), è, oltre alla sottile consapevolezza formale, alla raffinatezza dell’immaginario e alla controllata pulizia di stile, la capacità di desublimare il proprio discorso (rarefacendo, desacralizzando, ironizzando), di affiancare la trenodia all’incanto, l’arido vero alla stupefazione di quanto nella vita si dispiega al di là di ogni principio di morte, se «non c’è fine e non c’è inizio al caramellato niente di cui siamo fatti e alla disperata gioia della poesia». (Riccardo Donati) ¬ top of page |
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