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« indietro FORREST GANDER, Be With, New York, New Directions 2018, pp. 92, $ 16.95 In: Semicerchio LXI (02/2019), Recensioni, pp. 81-82.
Annunciato dall’esergo «The political begins in intimacy» («La politica inizia nell’intimità»), Be With – traducibile, faute de mieux, con Essere con –del poeta (e comparatista) americano Forrest Gander, vincitore nel 2019 del Premio Pulitzer per la poesia con quest’opera, riesce in effetti a creare un legame senza soluzione di continuità tra il dramma individuale e la storia collettiva, ma anche con il mondo non umano, organico e inorganico. È tipica dell’opera di Gander, anche geologo, questa risonanza tra il corporeo dell’umano e il corpo della natura, a cui fa eco la coabitazione tra un lessico quotidiano, talvolta brutale («Are you / hyperventilating? / she calls / from the next / room» («Sei / in iperventilazione? / chiede lei / dalla stanza / accanto») e un uso estremamente raffinato del vocabolario scientifico, spesso e volentieri geologico: « Boles, water circles, barnacle scars, the radiant circles clash, wringling a skin, a skin over what? The involute dimension surges from labradorite sheen, a waveshadow scarred with cracks, and the lit edge sputtering vapor» («Tronchi, cerchi d’acqua, cicatrici di cirripede, cozzano i cerchi radiosi, increspando una pelle, una pelle su cosa? La dimensione involuta si solleva dalla lucentezza della labradorite, ombre d’onda sfregiate da crepe, e il crinale illuminato che sputa vapore»). In Be With il piano del quotidiano diventa ulteriormente marcato dall’autenticità e umanità nuda dei soggetti: «Before me, my mother looks plumper than she does in clothes, but staggering toward the bathroom, reaching for the doorknob, she is a splotched drama of mortality, her buttocks collapsed into folds, the scar from her vertebroplasty lost in a constellation of liver spots, her waist overcome by sagging flesh» («Davanti a me, mia madre appare più “paffuta” ora che è senza vestiti, ma barcollando verso il bagno, raggiungendo la maniglia della porta, diventa un dramma chiazzato di mortalità, le sue natiche collassate in pieghe, la cicatrice della vertebroplastica persa in una costellazione di macchie senili, il girovita sopraffatto da carne cadente»). Be With fa della perdita una delle sue linee guida, come indica il titolo con un ossimoro solo apparente, dato che la presenza e l’assenza sono qui unite indissolubilmente da un’identità storica e immanente all’umano e al mondo tutto. L’operaestende infatti – come è capace di fare la grande poesia – l’esperienza individuale a quella collettiva, declinando la perdita nelle sue forme archetipali, e facendo dell’io un noi tutti come anche un noi tutto, perché Be With non parla solo di tutti noi, ma anche del tutto che ci contiene, quasi una sostanza spinoziana dove la vicenda umana prende posto sul medesimo livello ontologico e semantico: «Rush, distraction? Fog. / A pine. Querying / grosbeak. Something / shifts». («Fretta, distrazione? Nebbia. / Un pino. Un frosone / fa domande. Qualcosa / slitta»). Oppure, con un altro slittamento, semantico quanto ontogenetico, non privo di ironia: «So now he’s got reptile dysfunction / Me too, says the dust» («Così adesso soffre di disfunzione rettile / Anch’io, dice la polvere»). Talvolta il legame tra l’umano e il politico si fa evidente anche al di fuori dell’impiego calcolato e sovversivo del lessico per entrare nella sfera tematica, come nell’importante serie «Evaporación: A Border History» («Evaporación: una storia di frontiera»), sul confine tra il Messico e gli Stati Uniti, di cui citiamo i primi versi: «Paisanos they call / roadrunners, brothers of the land. A dozen / Mexican corpses marooned / under desert sun» («Paisanos: è così che chiamano / i corridori della strada, fratelli della terra. Una dozzina / di cadaveri messicani abbandonati / sotto il sole del deserto»). Qui i versi si fanno più lunghi e obliqui, con un impiego intenso di bianchi tipografici, mentre in altri punti del libro la versificazione segue l’affanno dell’«iperventilazione» facendo prevalere la brevità e la verticalità. Ciò non impedisce all’autore di inserire sezioni in prosa, in particolare in quella sulla madre («Ruth»), dove il linguaggio, come si è visto, diventa più letterale e meno concentrato, o di mischiare parti in versi e parti in prosa, come nell’ultima sezione, «Littoral Zone» («Zona litoranea»), dove il linguaggio si fa più rarefatto e tecnico, volto a rendere il senso di un’organicità indefinita del reale più che dei singoli corpi che lo compongono – un’atmosfera questa che è riflessa dalle immagini in bianco e nero del fotografo Michael Flomen, che accompagnano qui le poesie di Gander. Si veda ad esempio il passaggio citato sopra che comincia con «Tronchi, cerchi d’acqua…», tratto da quest’ultima sezione, o ancora la presenza ricorrente di un campo semantico fatto di «membrane» e «tegumenti», ben caro anche a chi scrive: «They are membraneous?» («Sono membranosi?»); «And breathbeats blazed into an invisible integument» («E battiti di respiro sfavillavano dentro un tegumento invisible»); «in- / vertebrate and / membranous» («in- / vertebrato e / membranoso»); ecc. Malgrado la complessità e la diversità delle sezioni che compongono il libro, è possibile dunque identificare in Be With alcuni livelli narrativi o tematici intrecciati: storico-politico, organico, geologico-inorganico, e il livello della perdita, suddiviso tra quello in praesentia di «Ruth» e quello in absentia di un’altra perdita onnipresente, a cui il poeta spesso si riferisce con un «you» ma anche con un «us» che è un vero e proprio appello, una chiamata. Così i primi versi della raccolta: «It’s not the mirror that is draped, but / what remains unspoken between us. Why // say anything about death, inevitability» («Non è lo specchio ad essere coperto con un drappo, ma / quanto resta di non detto fra di noi. Perché // parlare della morte, inevitabilità»). In ultima istanza, Be With è una forma contemporanea di elegia e un racconto del dolore: «For a loss that every loss fits inside» («Per una perdita che ogni perdita contiene»); «The voice singing in the kitchen isn’t your voice / There is no voice singing in the kitchen» («La voce che canta in cucina non è la tua / Non c’è nessuna voce che canta in cucina»); ma anche – e il suo valore risiede inoltre in questo contrasto irrisolto che innerva l’opera – un inno gioioso alla bellezza e al mistero della natura, della vita e dell’amore, che concepisce e ci fa concepire la poesia come una possibilità critica di accettare il reale, di recensirlo e accoglierlo in tutte le sue agglomerazioni e stratificazioni. Così nella sostanza della natura informe e totale della sezione finale, «Zona litoranea»; ma anche, in modo più letterale, in versi come questi, tratti da First Ballad: A Wreath (Prima ballata: un intreccio), ispirata da Giovanni della Croce: «As two possess one being / each alone possessed it / Each of them in love / a plenum of the Word // Whose being each / twined around the other / Beyond comprehension / an ineffable knot // Such fervid love / entwined the two together / In one voice both possessed / a plenum of the world» («Quando in due si possiede un essere / ognuno da solo lo possedeva / Ognuno nell’amore / un pieno della Verbo // Il cui essere ognuno / avvolto intorno all’altro / Al di là della comprensione / un nodo ineffabile // Un amore così fervido / avvolgeva i due insieme / In una sola voce entrambi possedevano / un pieno del mondo»). (Alessandro De Francesco) ¬ top of page |
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