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« indietro ANTHONY HECHT, Le ore dure, traduzione di Moira Egan e Damiano Abeni, introduzione di Joseph Harrison, Roma, Donzelli Editore 2018, pp. 208, € 17,00. In: Semicerchio LXI (02/2019), Recensioni, pp. 82-83.
Appartenente alla generazione dei poeti degli anni Venti (la stessa di John Ashbery, A. R. Ammons, W. S. Merwin, Frank O’Hara, Richard Wilbur, per nominarne solo alcuni), Anthony Hecht (scomparso nel 2004) è stato una delle voci più rappresentative e significative della poesia americana nella seconda metà del secolo scorso. Un anno fa è approdato in Italia per i tipi di Donzelli Le ore dure, a cura di Moira Egan e Damiano Abeni, con una bella introduzione di Joseph Harrison. Il volume prende il titolo dal secondo libro di Hecht (The Hard Hours, appunto, del 1967), ed è una raccolta antologica di 208 pagine (basata sul Selected Poems americano pubblicato da A. Knopf nel 2011, e curato da J. D. McClatchy) che attinge dalle sue sillogi maggiori (più di quattro decenni d’attività). Attiva dal 1996, la collana di poesia di Donzelli esce con pochi titoli all’anno, ma si contraddistingue per la qualità delle scelte. All’editore va quindi il merito di aver fatto conoscere, finalmente, ai lettori italiani un poeta di straordinario valore, vincitore in patria dei più prestigiosi riconoscimenti (fra gli altri, il Premio Pulitzer, il Bollingen Prize, il Wallace Stevens Award). Si deve premettere che Hecht è un poeta adamantino, prezioso. Ciò che per primo colpisce il lettore è il manifestarsi di una dote tecnica mirabile sotto ogni aspetto. Assolutamente sorprendenti sono infatti la sensibilità per i valori fonici della lingua, l’ampiezza dei moduli prosodici, la ricchezza e l’inventività della materia verbale, l’elaborazione delle architetture strofiche, l’efflorescenza delle immagini e delle concatenazioni metaforiche. Per darne un’idea: «A cobweb, woven taut / On bending stanchion frames of tentpole grass, / Sags like a trampoline or firemen’s net / With all the glitter and riches it has caught, / Each drop a paperweight of Steuben glass» – «Una ragnatela, tessuta e tesa / su montanti d’erba come picchetti di tenda, / s’insella come un telo di pompieri o un trampolino / per lo sfarzo e le ricchezze che ha catturato, / ogni goccia un fermacarte di cristallo Steuben» (Still Life, Natura morta). Un poeta, potrebbe pensare qualcuno, dell’assoluto manieristico e formalistico. Ma si tratterebbe di un’impressione affatto inesatta e fuorviante. Hecht è, semmai, un poeta assoluto nel suo genere: libero, cioè, da ogni classificazione. E, proprio per questa ragione, meravigliosamente difficile. Difficile anzitutto, per lo spessore stilistico; difficile per l’intricata complessità dei riferimenti colti (Hecht stabilisce un’intertestualità che spazia dal pantheon di Shakespeare e Donne ai modelli più recenti – W. H. Auden, per esempio, e i grandi maestri modernisti W. B. Yeats e T. S. Eliot –, dagli autori stranieri al canone biblico e classico); difficile per la pregnanza dei temi e dei contenuti. Non facile, poi, da antologizzare, perché la poesia di Hecht si è mantenuta sempre a un altissimo livello di qualità. Difficile, infine, da tradurre: ma bisogna dire che Moira Egan e Damiano Abeni riescono bene nel restituire vivida la sapiente cesellatura del verso hechtiano e di farlo suonare e ri-suonare nella nostra lingua. Senz’altro da lodare il modo calibrato con cui è stata concepita la raccolta antologica, che ripercorre le varie tappe dell’opera hechtiana (anche se, forse, si sarebbe potuto inserire almeno un testo dal già notevolissimo libro d’esordio, A Summoning of Stones, Un raduno di pietre, del 1954), testimoniando la vasta versatilità di questo poeta, capace di eccellere tanto nelle forme brevi, liriche, quanto in quelle lunghe, poematiche. Proprio in The Hard Hours, infatti, emerge (e si sviluppa poi attraverso le sillogi successive) la sua tendenza a fondere il prezioso e il comune, l’emblematico e l’ordinario, il tempo del mito e quello della storia, il mondo della cultura alta con quello della cultura metropolitana, la vista sul reale e la visione, gli aspetti del sublime e quelli del quotidiano (non di rado accentuandone l’ombreggiatura grottesca: si vedano, a esempio, Behold the Lilies of the Field e “It Out-Herods Herod. Pray You, Avoid It”), nonché diversi generi in un corpo unico. Avviene dunque d’assistere a un poetare ora fatto di larghe ed evocative meditazioni per immagini, ora sottoposto a contrappunti ironici e associazioni paradossali e pungenti clausole gnomiche, con imprevedibili trapassi, ribaltamenti e cambi di marcia che hanno del vertiginoso. Che maestro della tela sia Hecht ci appare sin dalla poesia d’apertura, A Hill, dove lo scenario romano si trasfigura in un’altra trama (un recupero mnemonico dell’infanzia); ma soprattutto nel più grandioso e completo esempio della sua arte drammatica e narrativa: il lungo monologo The Venetian Vespers (che fornisce il titolo all’intera silloge, la quarta, apparsa nel 1979 ). Ricordiamo che la prima sezione di questo poemetto è uscita per la prima volta in lingua italiana nel 1998, a cura di Antonella Francini, proprio su «Semicerchio» (XVIII/1, pp. 41-44). Un assaggio di questo capolavoro è proprio al cuore dell’antologia italiana. Possiamo vedere qui come Hecht padroneggi impeccabilmente il pentametro giambico, con superbe movenze sintattiche e variazioni ritmiche, incalzanti o rallentanti, nei pressi di certe immagini o ragionamenti. A livello tematico, è importante sottolineare che la memoria delle origini ebraiche e il vissuto (l’esperienza in prima persona della Seconda guerra mondiale) hanno conferito alla sua poesia una forte istanza critica ed etica, radicandovi un insieme di domande filosofiche ed esistenziali. La poesia di Hecht è coscienza ferita: di più, proprio nel riaprire la lacerazione questa coscienza riflette su se stessa. La poesia non può esentarsi dal soffrire, dal portare il peso di un’eredità vulnerabile, dal fare i conti con i traumi della storia, tanto quella con la esse maiuscola (si vedano, a esempio, testi come Rites and Cerimonies, Apprehensions, “More light! More light!”, The Book of Yolek, contenenti espliciti riferimenti all’Olocausto), quanto quella con la esse minuscola (la semantica dell’ordinario, la catabasi dell’indifferenziato umano, il Transparent Man). Con la medesima intensità e ispirazione emergono in primo piano altri temi, come lo sdoppiarsi del reale nella sua immagine riflessa, fittizia, e il moltiplicarsi della Morte (personificata) in specchi sadicamente scenici e teatrali (si veda lo splendore barocco-funerario che domina la penultima raccolta, Flight Among the Tombs, del 1996, e in particolare la prima sezione, attraversata da un’irresistibile, tenebrosa ironia: «[…] This film has a large cast, / A huge cast; countless, you might almost say; / And for them all, for every one of them, / I have designed, with supreme artfulness, / What could be called an inevitable plot» – «[…] Il film ha molti personaggi, / molti; innumerevoli potresti quasi dire; / e per tutti, per ciascuno, ho architettato con somma maestria, / una trama, diciamo, inevitabile», da Death the Film Director, Morte Regista). Non v’è dubbio, dunque, che Hecht sia poeta poco incline all’utopia (anche nel senso consolante di poesia-rifugio); portatore piuttosto di una perentoria dichiarazione di pessimismo (l’assurdo trionfa sulla ragione, la mostruosità su ogni laico valore di umanità: «Those who will not be taught by history / Have as their curse to office to repeat it» – «Chi non impara dalla storia / ha come maledizione il compito di ripeterla» –, scrive il poeta in The Deodand, L’offerta espiatoria). Ma c’è un senso di necessità che urge in tutta la sua opera. La poetica di Hecht è un modo di entrare attivamente, criticamente nella complessità delle cose. Si avvale di una forza al contempo tragica e combattiva e di una tensione di pensiero davvero non comuni. La sua voce incarna il senso della ricerca dopo Auschwitz: dopo, cioè, quell’abisso e culmine di intollerabile e indelebile orrore, quella sconfitta epocale che spinse il filosofo Theodor Adorno ad affermare che da allora in avanti non sarebbe stato più possibile continuare a scrivere poesia. In questo senso, la poesia di Hecht è l’Angelus Novus di Paul Klee, che s’innalza sopra le rovine della storia. Se proprio dovessimo trovare una definizione per questo poeta, allora, diremmo che è uno dei rari esponenti della totalità poetica: ossia quella che crea un mondo con il proprio linguaggio. (Federico Edgar Pucci) ¬ top of page |
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