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Semicerchio XXXVII (2007/02) La forma chiusa. Poesia dal carcere. pp.5-8

Mario Benedetti

DESDE ADENTRO
Con el contrato social y la división de poderes, llegó la
penalización carcelaria, aunque primero fue espera para
un juicio, se fue convirtiendo en pena en sí misma. De
acuerdo a la época tuvo sus vaivenes y según el tipo de
gobierno, su calidad.Así conocimos poderes judiciales que
castigaron según su leal saber y entender o poderes injustos
que abusaron según su desleal ignorar y desentenderse.
Como ya he expresado anteriormente: «todo es con el
dolor con que se mira». Lamentablemente asistimos a una
época en la que un sistema impuesto se daba de bruces
contra la realidad, una realidad cuyo signo era la violencia
del hambre, la miseria, el analfabetismo, la mortandad infantil,
la desnutrición, la censura, la delincuencia a la que
eran empujados los ciudadanos pobres para sobrevivir, por
un código no escrito, pero aplicado con estricto rigor por
los regímenes que imponían el culto fanático del dinero, la
mitificación del dinero como ambición obligatoria, como
exclusiva fuente de bienestar.Aunque todas las oligarquías
latinoamericanas tienen en común su pugna contra el pueblo,
no todas aplicaron sin embargo, el mismo estilo. La
chilena, por ejemplo, participó durante largas décadas en
la creación de una imagen nacional y hasta nacionalista:
por un lado, supo darse la gran vida, pero por otros se mimetizó
en un interés popular. Es claro que luego ante el
golpe de Pinochet y su saña antipopular, aquella ambigüedad
ya no confundía a nadie y terminó llevando para su
tortura y posterior aniquilación a quienes osaron disentir,no sólo a las cárceles
sino inclusollenando un estadio de fútbol.
En Brasil, la clase dominante ha tenido una presencia
beligerante y activa, pero siempre en el entendido de que
impulsaba el desarrollo del país: el capitalismo brasileño
no exportaba sus dólares, porque sabía que, aun en una población
de casi cien millones, el clan privilegiado, por más
que fuera una minoría, constituía en sí mismo un mercado
de consumo suficientemente apto para la obtención de
buenos dividendos. En las pequeñas repúblicas de América
Central, la alta burguesía incluía algunas de las familias
más acaudaladas, y también más ramplonas, del
mundo: no en todas partes era dable hallar, como en esa
zona, pestillos de puertas y patas de mesa, nada menos que
de oro macizo. En Uruguay podría decirse que durante
largo tiempo el oligarca tipo se mimetizó con la clase
media. Se vinculó a la burocracia, participó de las coimas
pero fue campechano, a veces paternalista y a menudo cordial
y palmeador. Los gobernantes salieron por lo general
de esas filas y lo cierto es que a medida que el país se empobrecía
empezaba a notarse que detrás de esa imagen estaba
el tajante deslinde de clases.Así enAmérica luego de
un largo y complejo proceso se endureció la clase dominante
y terminó recurriendo a los asesores extranjeros para
que le aportasen dólares, armas y nuevas técnicas de tortura,
en defensa del statu quo. La crisis subdesarrollante
que, con la innegable astucia de los viejos amos y la inclemente
eficacia de los gangsters, va imponiendo el imperio
suele ser acompañada por el desarrollo de la
capacidad de obediencia del país colonizado. En las dictaduras
de América Latina asistimos entonces al uso indiscriminado
de las cárceles, al punto de convertir en
prisiones locales que no habían sido creados con esa finalidad.
De todos los perseguidos, quienes debimos exiliarnos
escribimos con preocupación sobre la gente que quedó
presa en nuestros países. A su vez, los escritores que sufrieron
prisión se las ingeniaron para sacar obras y testimonios
por entre las rejas. Hubo además quienes al ser
liberados contaron aquella dolorosa experiencia y el dolor
pudo ser asumido en forma colectiva. Una vez más las
ideas no fueron aprisionadas.
Los medios decían que no se había torturado, y luego
se supo, decían que no había desaparecidos, y luego se
supo, decían que eran pocos y luego resultaron miles, decían
que no hubo ejecuciones, y luego se supo. Lamentablemente
hubo intelectuales que no sobrevivieron al
silencio.










DALL'INTERNO
Con il contratto sociale e la divisione dei poteri, arrivò
la pena carceraria; e nonostante all’inizio fosse solo attesa
di giudizio, via via si convertì essa stessa in una pena. In
sintonia con l’epoca ebbe i suoi andirivieni e a seconda del
tipo di governo, la sua qualità. Così abbiamo conosciuto
poteri giudiziari che punivano secondo la loro scienza e
coscienza, o poteri ingiusti che abusavano secondo la loro
ignoranza e incoscienza. Come già ho espresso precedentemente:
«tutto sta nel dolore con cui si guarda». Purtroppo
abbiamo vissuto in un’epoca in cui un sistema imposto si
scontrava con la realtà, una realtà il cui emblema era la
violenza della fame, la miseria, l’analfabetismo, la mortalità
infantile, la denutrizione, la censura, la delinquenza
alla quale, per sopravvivere, i cittadini poveri erano spinti
da un codice non scritto ma applicato con ferreo rigore dai
regimi che imponevano il culto fanatico del denaro, la mistificazione
del denaro come ambizione obbligatoria,
come esclusiva fonte di benessere. Nonostante che tutte le
oligarchie latinoamericane abbiano avuto in comune la
lotta contro il popolo, non tutte adottarono lo stesso stile.
Quella cilena, per esempio, partecipò per lunghi decenni
alla creazione di un’immagine nazionale e perfino nazionalista:
da un lato, seppe darsi alla bella vita, dall’altro si
mimetizzò in un interesse popolare. È chiaro che successivamente,
davanti al golpe di Pinochet e al suo furore antipopolare,
quella ambiguità già non confondeva più
nessuno e coloro che osarono dissentire finirono per es-
sere condotti alla tortura e al successivo annientamento,
non solo nelle carceri ma addirittura in uno stadio affollato
di vittime. In Brasile, la classe dominante ha avuto una
presenza combattente e attiva, ma sempre nell’intenzione
di promuovere lo sviluppo del paese: il capitalismo brasiliano
non portava all’estero i suoi soldi perché sapeva che,
perfino in una popolazione di quasi cento milioni, il clan
privilegiato, per quanto fosse una minoranza, costituiva in
se stesso un mercato di consumo sufficientemente adatto
per ottenere buoni dividendi. Nelle piccole repubbliche
dell’America Centrale, l’alta borghesia includeva alcune
delle famiglie più opulente, e anche delle più volgari, del
mondo: non in tutte le regioni era possibile imbattersi,
come in questa zona, in chiavistelli per porte e piedi di tavoli
niente meno che d’oro massiccio. In Uruguay si potrebbe
dire che per molto tempo il tipico oligarca si
mimetizzò con la classe media. Si legò alla burocrazia, allungò
bustarelle, ma fu schietto, a volte paterno e spesso
cordiale e ammiccante. I governanti uscirono in generale
da queste fila, e mentre il paese si impoveriva certamente
iniziava a notarsi che dietro questa immagine stava il radicale
confine fra le classi. Così in America dopo un lungo
e complesso processo la classe dominante si irrigidì e finì
per ricorrere ai supervisori stranieri affinché le portassero
dollari, armi e nuove tecniche di tortura in difesa dello
statu quo. La crisi sottosviluppante che, con l’innegabile
astuzia dei vecchi padroni e l’inclemente efficacia dei gangsters,
va imponendo l’impero, è solita essere accompagnata
dallo sviluppo da parte del paese colonizzato della
capacità di obbedienza. Nelle dittature dell’America Latina
abbiamo assistito allora all’uso indiscriminato delle
carceri, al punto di trasformare in prigioni luoghi che non
erano stati creati con questa finalità.
Fra tutti i perseguitati, noi che fummo costretti a esiliarci
scrivemmo con preoccupazione della gente che rimase
prigioniera nei nostri paesi.Aloro volta, gli scrittori
che soffrirono la prigione s’ingegnarono per far uscire
opere e testimonianze dalle carceri. Ci furono anche coloro
che dopo la liberazione raccontarono la dolorosa esperienza
e il dolore ebbe la possibilità di essere accettato in
forma collettiva. Ancora una volta le idee non furono imprigionate.
I mass media dicevano che non c’erano state torture, e
dopo si venne a sapere il contrario, dicevano che non
c’erano desaparecidos, e dopo si venne a sapere che
c’erano, dicevano che erano pochi e dopo risultarono migliaia,
dicevano che non c’erano state esecuzioni e dopo si
venne a sapere che sì le avevano fatte. Sfortunatamente ci
furono intellettuali che non sopravvissero al silenzio.
(Traduzione italiana di Giulia Spagnesi)








A ROQUE
Sei arrivato presto al buon umore
all’amore cantato
all’amore decantato
sei arrivato presto
al rum fraterno
alle rivoluzioni
ogni volta che ti strappavano dal mondo
non c’era cella che ti andasse a genio
sporgevi l’anima tra le sbarre
e non appena le sbarre si allentavano confuse
ne approfittavi per liberare il corpo
usavi la metafora grimaldello
per aprire sia il lucchetto che l’odio
con l’urgenza inconsolabile di chi vuole
ritornare allo stupore della gente libera
i divieti ti davano fastidio
e le lacerazioni per arie e orchestra
il dito ammonitore di qualche collega esente
qualche apocrifo buon samaritano
che dall’Europa voleva insegnarti
come essere un buon latinoamericano
ti dava fastidio la purezza
perché sapevi quanto eravamo impuri
quanto mescoliamo i sogni con la vigilia
quanto ci pesa la ragione e il rischio
per fortuna tu stesso eri impuro
scappato dal carcere e dai ceppi
non dalla responsabilità o dai piaceri
impuro come un poeta
visto che quello eri
oltre a tante altre cose
ora percorro passo a passo
i nostri tanti accordi
e anche i nostri pochi disaccordi
e sento che ci rimangono dialoghi incompiuti
reciproche domande non formulate
malintesi e benintesi
che non potremo più rivalutare
ma tutto torna ad acquistare senso
se ricordo i tuoi occhi da ragazzo
che erano quasi un abbraccio quasi un dogma
il fatto è che sei arrivato
presto al buon umore
al rum fraterno
alle rivoluzioni
ma soprattutto sei arrivato presto
troppo presto
a una morte che non era quella tua
e che a questo punto non saprà che farsene
di
così tanta
vita.

 

 

 

 

 

A ROQUE
Llegaste temprano al buen humor
al amor cantado
al amor decantado
llegaste temprano
al ron fraterno
a las revoluciones
cada vez que te arrancaban del mundo
no había calabozo que te viniera bien
asomabas el alma por entre los barrotes
y no bien los barrotes se aflojaban turbados
aprovechabas para librar el cuerpo
usabas la metáfora ganzúa
para abrir los cerrojos y los odios
con la urgencia inconsolable de quien quiere
regresar al asombro de los libres
le tenías ojeriza a lo prohibido
a las desgarraduras para ínfula y orquesta
al dedo admonitorio de algún colega exento
algún apócrifo buen samaritano
que desde europa te quería enseñar
a ser un buen latinoamericano
le tenías ojeriza a la pureza
porque sabías cómo somos de impuros
cómo mezclamos sueños y vigilia
cómo nos pesan la razón y el riesgo
por suerte eras impuro
evadido de cárceles y cepos
no de responsabilidades y otros goces
impuro como un poeta
que eso eras
además de tantas otras cosas
ahora recorro tramo a tramo
nuestros muchos acuerdos
y también nuestros pocos desacuerdos
y siento que nos quedan diálogos inconclusos
recíprocas preguntas nunca dichas
malentendidos y bienentendidos
que no podremos barajar de nuevo
pero todo vuelve a adquirir su sentido
si recuerdo tus ojos de muchacho
que eran casi un abrazo casi un dogma
el hecho es que llegaste
temprano al buen humor
al amor cantado
al amor decantado
al ron fraterno
a las revoluciones
pero sobre todo llegaste temprano
demasiado temprano
a una muerte que no era la tuya
y que a esta altura no sabrá qué hacer
con
tanta
vida.

 

 

 

 

 

ALGUIEN
Alguien limpia la celda
de la tortura
que no quede la sangre
de la amargura
alguien pone en los muros
el nombre de ella
ya no cabe en la noche
ninguna estrella
alguien limpia su rabia
con un consejo
y la deja brillante
como un espejo
alguien piensa hasta cuándo
alguien camina
suenan lejos las risas
una bocina
y un gallo que propone
su canto en hora
mientras sube la angustia
la voladora
alguien piensa en afuera
que allá no hay plazo
piensa en niños de vida
y en un abrazo
alguien quiso ser justo
no tuvo suerte
es difícil la lucha
contra la muerte
alguien limpia la celda
de la tortura
lava la sangre pero
no la amargura.

(da Quotidiane, 1978-79)

 

 

 

 

QUALCUNO
Qualcuno pulisce la cella
della tortura
che non rimanga il sangue
dell’amarezza
qualcuno sul muro scrive
il nome di lei
nella notte non c’è posto
per altre stelle
qualcuno pulisce la rabbia
con un consiglio
e rimane brillante
come uno specchio
qualcuno pensa fino a quando
qualcuno cammina
lontano si odono le risa
e poi un claxon
e un gallo che propone
il suo canto puntuale
mentre sale l’angoscia
quella volante
qualcuno pensa che fuori
non c’è scadenze
pensa a bimbi di vita
e a una stretta
qualcuno voleva essere giusto
gli è andata male
la lotta è difficile
contro la morte
qualcuno pulisce la cella
della tortura
si lava il sangue ma
non l’amarezza.
(da Lettere di emergenza, 1969-1973)
(Traduzione di Martha Canfield)


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