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LORENZO CALOGERO, Avaro nel tuo pensiero, a cura di Mario Sechi e Caterina Verbaro, Roma, Donzelli, 2014, pp. 200, € 24,00.

 

Ha avuto inizio già da qualche anno l’opera di restituzione, a lettori e studiosi, della poesia di Lorenzo Calogero. Dopo i pionieristici studi di Caterina Verbaro che già nel 1988, con Le sillabe arcane (Vallecchi), aveva riaperto la discussione su un poeta singolare e intenso, un appartato del Novecento, tanto inquieto quanto interessante, di Calogero si è tornati a parlare in occasione del convegno che nel 2010 ne ha celebrato il centenario, ad Arcavacata di Rende, nella sua regione. Apporto concreto e cospicuo non solo a quel convegno ricco di interventi, L’ombra assidua della poesia, ma anche alla restituzione filologicamente accurata dei suoi testi da tempo introvabili – o ancora inediti – ha offerto il Fondo archivistico intitolato all’autore costituitosi nel 2009 presso l’Università della Calabria. Nello stesso 2010 appariva, infatti, da Donzelli, per le cure di Mario Sechi e con introduzione di Vito Teti, il volume in cui Calogero nel 1956 aveva raccolto le sue opere giovanili, Parole del tempo, emendato e verificato con il conforto dei manoscritti. Erano poesie composte tra il 1932 e il 1935, ricettive del clima culturale coevo, ricche di reminiscenze letterarie – da Leopardi a D’Annunzio, Campana, Betocchi –, «una sorta di preistoria, protetta da una mitologia poetica alta e convenzionale», scriveva Sechi. A quel primo atto di una progettata riedizione integrale, fa seguito ora la pubblicazione di un’opera inedita nella sua interezza, Avaro nel tuo pensiero, apparsa sempre per Donzelli, a cura di Mario Sechi e Caterina Verbaro. Rispetto ai modi poetici tra loro diversi, rispetto ai modelli autoriali esibiti talvolta con ingenuità nelle raccolte degli esordi, Avaro nel tuo pensiero rivela una coesione stringente e una versificazione matura. Siamo al Calogero degli anni Cinquanta, ovvero alla voce più autonoma e generosa, per molti aspetti problematica, ancora misconosciuta o troppo rapidamente liquidata, di un poeta agito da una febbrile ansia di scrittura, da una coazione intima e imperiosa, irrinunciabile. C’è una generosità di poesia, di versi, di immagini e una generosità di sé, in Avaro nel tuo pensiero, una larghezza, una prodigalità, un’energia psichica che a tratti sembra condurre sul crinale della dissipazione, e giusto lì fermarsi in bilico, per un curioso equilibrio di arresto e di incanto. L’avarizia del titolo, che rimanda a limitazioni e carenze, risponde a condizioni esistenziali, non certo alla pratica poetica.

Poco più di dieci giorni, tra il 16 e il 27 ottobre 1955, occorsero a Lorenzo Calogero per comporre – e lasciare stese ‘in pulito’ – le centotrentatré poesie di Avaro nel tuo pensiero, opera coesa e vibrante, che impressionò molto Amelia Rosselli, cui si deve la parziale anticipazione data nel 1980 sulle pagine della rivista «Tabula». Fin dall’apparire dei due volumi postumi, curati da Roberto Lerici e Giuseppe Tedeschi nel 1962 e nel 1966, Amelia Rosselli aveva letto con forte adesione la poesia di Calogero, cogliendone subito «l’inusuale del linguaggio nella plasticità ed estrema attenzione ad una sintassi di logica indiretta». E pochi anni dopo aveva cercato di approntare, senza successo, il progettato terzo volume che il dissesto di Lerici aveva vanificato. Nessun’altra occasione aveva permesso, fino ad oggi, l’edizione completa di Avaro nel tuo pensiero, che è invece nuova ed esemplare tappa di un lavoro filologicamente documentato reso possibile dalla mole di autografi conservati negli ottocentosei fascicoli del Fondo.

I pochi, brucianti giorni di composizione di Avaro nel tuo pensiero appartengono alla stagione piena e urgente della poesia di Calogero, quella di più intensa sovrapposizione, se non addirittura identificazione, tra scrittura ed esperienza esistenziale. L’opera fu realizzata tra due pubblicazioni di pochi mesi distanti tra loro, nello stesso 1955, Ma questo... e Parole del tempo, seguite dalla redazione di Come in dittici, che apparve nel 1956 con prefazione di Leonardo Sinisgalli, primo autorevole viatico al riconoscimento del poeta di Melicuccà. Con ragione, nella presente edizione, Caterina Verbaro sottolinea «quell’inusitata concentrazione di scrittura», quell’«abito mentale ossessivo» che la poesia era diventata per Calogero a metà dei Cinquanta. La fase della versificazione in sillogi compiute e autonome stava per approdare all’ancor più prodiga, riservata, inquieta, spiralica intensità dei parzialmente inediti Quaderni di Villa Nuccia, ove il poeta si diceva «Io poveruomo, / forse nessuno». La condizione di povertà da cui si sente investito il soggetto – comprese le sue stesse accensioni oniriche e l’«infingardo / volto delle cose» – convive, in Avaro nel tuo pensiero, con il dipanarsi di una vicenda che ha svolgimento allusivo ma sensoriale, entro un dialogo sospeso e vivido di tono amoroso e insieme di potenzialità metapoetica, qui da leggere, interpreta Verbaro, alla luce del «conflitto con il proprio stesso linguaggio defocalizzato e irresoluto», come coscienza di alterità e insieme dubbio «di sé e dell’altro». Calogero incede, consapevole, verso una «solitudine crescente»: la sua vita e la sua poesia percorrono una strada solitaria. E la corrosione dell’incertezza, nei Quaderni di Villa Nuccia, investirà poi, desolatamente, anche il dialogo e la pratica poetica: «forse parlo da solo e con me solo».

Pur ricco di una sensualità umana e naturale, e incentrato su un tu femminile a volte gioiosamente-dolorosamente tangibile, Avaro nel tuo pensiero, dà alla convocazione del tu, ovvero all’incedere in (potenziale o immaginario) dialogo, esiti spesso di perdita, di allontanamento non solo fisico ma memoriale: «Non mi risovviene / né mi risovvenne più del tuo corpo / né del corpo nei tuoi occhi / limpidi d’inverno». E ben si vede come la sostanza carnale possa approdare a metafore atmosferiche di trasparente espressività. La natura non smette mai di offrire ai versi di Calogero collocazione reale o fantastica agli attanti – sia pure il solo soggetto poetico o il soggetto che si rivolge a un “tu” –, e non smette di suggerire analogie, o forse, potremmo azzardare, di essere già percepita, fin dalle aurorali impressioni del soggetto, in forma puramente analogica.

Al paesaggio Calogero guarda sempre con sensibilità vibratile, percependone soprattutto gli aspetti boschivi, gli aliti arborei, la carnosità delle foglie, l’ombra e la sua consistenza senziente («intirizzita / è già pure l’ombra»), i pallori glaciali, le selve e la loro forza evocativa, la loro potenziale allusione a stati di semiveglia o di erranza.

Bisogna parlare di compattezza e di complessità strutturale, per Avaro nel tuo pensiero, oltre che di fluire rapido e continuo, denso e vischioso, della parola poetica. Vi si avverte una sottile trama narrativa, uno svolgimento di circostanze, malgrado certi trapassi coloristici e certe esitazioni quasi ipnotiche. L’opera fonda la sua coerenza nella fitta concatenazione tra i componimenti: temi, sintagmi o singole parole notevoli trasmigrano puntualmente dal primo al secondo, dal secondo al terzo, e così via, stabilendo una contiguità fortissima, un vincolo diretto e progressivo, testo dopo testo, quasi incedesse per cerchi concentrici, in spirale. Come per insolita, moderna modulazione di coblas capfinidas.

In Avaro nel tuo pensiero Calogero insiste su «titubanza» e «languore», sfuma nell’imperfetto evocativo della durata emozionale e descrittiva, plana di colpo al presente, inchioda l’irredimibile in qualche passato remoto, schiude evidenze in participi e aggettivi preziosi: «tinnente», «stormente», «languente», «ondulanti», «gemmante», «dormenti», «erranti», «albicanti», «lattescente». Sparge avverbi con un’abbondanza rara per la poesia: «fievolmente», «inavvertitamente», «lievemente», «inversamente», «vivamente», «opacamente», «tristemente», «lentamente», «deliberatamente». Lascia affiorare i suoi studi di medicina quando usa un termine anatomico come «lobulo», giusto a precedere il «vestibolo del tuo orecchio». Adotta quasi costantemente un’ortografia inattesa, e per ciò stesso catalizzatrice d’attenzione, e memorabile, come «origene». Attinge al lessico letterario: «murmure», «nembi», «niveo», «pruina». Fa impennare il ritmo disseminando parole sdrucciole più o meno usuali, come «pinnacoli», «volubile, volatile», «vertebra», «plenitudini» in rima baciata con «altitudini», «labile», «stucchevole», quasi a significare che nei suoi versi suono e ritmo hanno motivo e consistenza di materia. Ricorre a paragrammi semanticamente carichi: ove c’è «vana» compare «vaga», «trepide membra» sono anche «tiepide», a «vivido» accosta «avido», e «a monte» – di sé, forse, e di tutto quanto – pone «la morte». Dà libero corso, e certo anche statuto semantico, alle assonanze – «nuda e muta» –, agli omoteleuti e alle consonanze sparsi come echi al mezzo – il freschissimo «novello […] ruscello […] fringuello» e «scheggia […] uggia […] piaggia […] scheggia» –; allo stesso modo infila concatenazioni foniche, si guardi il quasi-paragramma sabbie-nebbie, pure assai traboccante di senso per viscosità e vaghezza, e il contemporaneo precipitare sull’allitterazione in ‘f’ di un verso come «Su sabbie faticose o nebbie finte feste». Qualche allitterazione, poi, sembra denunciare matrici letterarie. Forse si tratta di un rimando involontario – o di un eccesso interpretativo – ma in versi come «Labbra / scivolarono lisce ne la nebbia avara / (l’anima più non era sola), e l’amara / gioia» (corsivi nostri) è difficile non riandare a «la luce si fa avara – amara l’anima» dei montaliani Limoni. E la risonanza, sia cosciente o meno, con il confronto che ne deriva, agisce comunque quale chiave esegetica, tanto affilata è la forbice che disunisce le due atmosfere testuali, le due scelte di poetica, lucidissima e programmaticamente calcolata e argomentata l’una, tentata dal sublime, analogica, rifratta e verbigerante l’altra.

C’è molta impellenza interiore, nella sua poesia, ma la complessità psichica non sopravanza il sistema, la costruzione dei versi. Per connotare l’affievolirsi, l’annacquarsi della memoria, il suo impallidire, Calogero esita in una catena vocalica di aperta, abbacinante chiarezza, tutta arresa alla ‘a’, in una fuga liquida: «Nella memoria acqua scialba d’alba». Anche certi cromatismi – «glauco», «roseo», «azzurrale», «rossastro azzurro / o nero», «bluastro» – sembrano chiamati non solo a esaltare gradazioni di luci del paesaggio ma anche a esemplificare crisi di certezze del soggetto. Sapere e ricordare, in Avaro nel tuo pensiero, sono per lo più preceduti da negazione, e quasi sempre in incipit, con movenze letterarie ben riconoscibili: «Non so più nulla della solitudine tua», «Non mi ricorderò mai più di te», «Più non so il tuo sorriso», «Se di quando in quando / non so più il mio nome», «Non mi riconosco», «Non so quali siano più le voglie». Se qualcosa Calogero sa, è di segno negativo, iperbolico, paradossale per assolutezza di adynaton logico: «so di non essere mai stato». Anche l’ossimoro, d’altro canto, gli è cifra congeniale, specie quando tocca la perspicuità del vedere/sapere, come la «chiarità oscura».

Agli «screzi», agli scarti intimi, alogici, pervasi di lirismo, ai periodi in bilico su opacità o voragini sintattiche, fanno da contrappeso i tenaci fili delle cadenze, le ripetizioni con variazione, le armoniche ostentate. Alle orecchie (e agli occhi) di Calogero un suono può risultare «diafano», e così un ritmo può anche pulsare «indifeso» o «cieco», ma la sua tessitura sonora, i suoi slittamenti fonetici, le contiguità quasi superstiziose, ambigue o in ombra, tra significato e significante, arrivano a incarnare la sostanza ontologica, il tutto, e gli opposti: «Il non essere / e l’essere erano suono».

                                                                                          (Cecilia Bello Minciacchi)
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